Conosco Violette Khoury da più di trent’anni ed è stata per me una benedizione. Ogni volta che sono a Nazareth cerco di incontrarla e per i gruppi che guido questa donna -dallo sguardo mite e dalle parole ferme - è una delle testimonianze più preziose
Già membro del movimento ecumenico per la pace Sabeel, Violette, instancabile attivista per la riconciliazione, la pace e la giustizia, ha fondato l’associazione culturale Nasijona (in arabo «Il nostro tessuto») che attraverso la tutela del patrimonio culturale e dell’artigianato palestinese vuole fornire un luogo di aggregazione a donne cristiane, ebree e musulmane per “ritrovarsi e agire insieme lontano dai pregiudizi, e riscoprire legami umani e fraterni”.
Violette, tu sei una persona dalle molte identità…
Hai ragioni: sono donna, cristiana, cattolica della Chiesa melchita, araba palestinese, cittadina israeliana. Alcune di queste appartenenze possono sembrare contraddittorie ma per me non sono altro che una ricchezza, come un bel mosaico di armonia. Tengo a ciascuna e mi lascio guidare dalla fede cristiana che è stata la strada della mia vita. Quando a vent’anni andai a studiare Farmacia all’Università di Roma era la prima volta che lasciavo il mio Paese. Ero emozionata nel trovarmi in un ambiente dove la gran parte delle persone professavano la mia fede. Dopo poco però ho sentito la mancanza dell’altro che mi era compagno da sempre: di altre persone appartenenti a chiese cristiane diverse (che, da noi, sono ben 13), dei mussulmani, degli ebrei. Lì, in terra straniera, ho capito la ricchezza di una società plurale e ho compreso che le differenze, che pure ci sono, non portano necessariamente a divisioni e a pregiudizi e che si può vivere in perfetta armonia accettando l’altro come è.
Nella Bibbia la pace ha sempre a che fare con la giustizia. Guardando la terra di Israele e di Palestina, com'è possibile immaginare una pace giusta, una pace che intrecci con la giustizia?
La giustizia è la base della pace, ma la base della giustizia è la verità. E’ necessario avere il coraggio di scoprire la verità e diffonderla, costi quel che costi. Nel Vangelo di Giovanni (8, 32) Gesù ci ha detto: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. La responsabilità di noi cristiani è di non tacere la situazione nella quale viviamo. Una situazione dove apparentemente c’è un conflitto tra due parti uguali ma non è vero! Siamo di fronte ad un oppressore che ha tutto e un oppresso che non ha nulla. Fino a quando? Non lo so. So che dobbiamo lavorare, ognuno come può, per mantenere salde le nostre radici, custodire identità capaci di lavorare per comunità plurali e consapevoli delle ricchezze di tutti. Non è facile perché siamo davanti ad una situazione spaventosa. Non possiamo che pregare e non perdere la speranza che solo la fede ci dà.
Da cristiani, cosa vuol dire essere minoranza?
Intendiamoci anzitutto sulla parola. Quando si parla di una minoranza in un paese si pensa ad un popolo che è emigrato in terra straniera. Noi, al contrario, siamo il popolo che è presente su questa terra sin dal tempo di Gesù. Da allora siamo sempre rimasti, siamo i discendenti, gli abitanti naturali di questo paese. Siamo diventati una minoranza perché altri sono venuti, ci hanno occupati e quindi con tanta disperazione molti cristiani hanno cercato delle vie da vivere. Ma restiamo il popolo a cui appartiene questa terra. Per questo i cristiani - come tutto il popolo che viene in Palestina, come quelli che sono venuto adesso, gli ebrei - hanno una relazione speciale con la terra. Noi cristiani abbiamo una relazione particolarmente profonda perché qui vi sono le radici della nostra fede.
Sei preoccupata per il futuro dei cristiani di Terra Santa?
Sì, l’incertezza di questi ultimi anni ha procurato di nuovo una forte emigrazione, specie di giovani. Ho sempre detto che qui da noi sono importanti le pietre ma più ancora “le pietre vive”, le donne e gli uomini che testimoniano nella loro vita la fede in Gesù di Nazareth. Quello che mi da consolazione è l’importanza sempre maggiore che si sta dando alla Chiesa locale. Sono grata al Patriarca Pizzaballa per aver iniziato questo cammino e sostenerlo con determinazione.
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