Sinodo. Perchè non sia un bluff

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Da laico nella città. Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
Nel corso della storia della Chiesa ci furono forme varie e mutevoli secondo le condizioni dei tempi, con cui si esprimeva l’opinione pubblica nella Chiesa

Nel passato il popolo di Dio partecipava

La partecipazione dell’intero popolo fedele alla scelta del vescovo e del resto del clero, all’ammissione al battesimo, alla riconciliazione di un peccatore, la particolare struttura della Chiesa nell’alto medioevo, il diritto di patronato, i diritti dei vescovati, queste e altre consuetudini erano in fondo altrettante forme con cui un’opinione pubblica si assicurava il suo influsso sulla gerarchia.

La scelta del vescovo, l’ammissione al battesimo, la riconciliazione di un peccatore e tanto altro: nel passato i laici avevano un ruolo nella Chiesa

D’altre parte queste forme, avevano la particolarità di essere redatte e ordinate giuridicamente e di costituire una parte del diritto dei laici nella Chiesa. Queste forme, giuridicamente regolate, erano condizionate dai tempi, e spesso legate ad abusi. Nessuno auspicherà che ritornino così come erano. Tuttavia ci sia concesso di dire che, di fronte a queste antiche forme, le forme giuridiche, con cui oggi l’opinione pubblica nella Chiesa può farsi valere, sono assai scarse nell’odierno diritto canonico, quando non mancano del tutto”.

Ci vogliono forme giuridiche definite

Sessant’anni fa il grande teologo gesuita Karl Rahner, tra i protagonisti del rinnovamento ecclesiale che portò al Concilio Vaticano II, poneva una questione ritornata evidente in questa intensa stagione sinodale.

Il rischio cioè che a fronte di un gran parlare e di moltiplicate occasioni di confronto manchino adeguati strumenti giuridici in grado di dare forma e corpo ad una sinodalità autentica.  Un’ulteriore espressione di paternalismo e di clericalismo che può impedire di pensare – a tutti i livelli, partendo dalla parrocchia – cambiamenti di ruoli, di funzioni, di prassi che necessariamente obbligano a ridisegnare almeno in parte la struttura della Chiesa, la ripartizione delle responsabilità e di conseguenza l’esercizio del potere al suo interno. 

Il rischio è il vino nuovo in otri vecchi. Si parla ma non si fa

Vino nuovo in otri vecchi, è il rischio che corriamo. Perché – lo ricordava papa Francesco – “camminare insieme – laici, pastori, vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica”. 

Eppure indietro non si può tornare. Non manchi il coraggio. Anche di rivedere i Codici, scritti dagli uomini per dare, qui e adesso, forma allo Spirito.

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