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Scommettere sui segni di pace. Nonostante tutto

Da laico nella città. Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
Da quasi novanta gorni un conflitto sanguinoso allarga ulteriormente la faglia sempre più profonda tra israeliani e palestinesi. Eppure mai come ora – sostiene il Patriarca Pizzaballa – occorre dare credito ai piccoli semi di paceche resistono anche in questo tempo di tempesta. L’organizzazione dei Parent’s Circle è uno di questi

Me ne parlò la prima volta tanti anni fa il cardinal Martini. Ricordo

ancora il nostro incontro a Gerusalemme: “Serve dare valore a tutte le esperienze che riaffermano la assoluta priorità dell’essere umano, oltre il dinamismo cieco e violento che spinge a oltrepassare i confini stessi dell’umanità. Recuperare la percezione dell’umanità dell’altro è la premessa per una reale e diffusa pacificazione: quando un palestinese giunge a consentire l’espianto degli organi del figlio ucciso per salvare la vita a un ragazzo israeliano, allora – al di là dei necessari passaggi politici e diplomatici – riacquista senso e concretezza la prospettiva della pace come possibilità di vivere relazioni costruttive e gesti propositivi di accettazione, ospitalità, accoglienza: Shalom-Salam non sono parole per dire soltanto di utopie e sogni millenaristici.

I fondatori dei Parent’s Circle che hanno deciso di convertire il loro lutto in promozione della pace.” Le famiglie che compongono questa realtà – nata nel 1995, per iniziativa di Yitzhak Frenkental il cui figlio venne rapito e ucciso da affiliati ad Hamas – sono settecento: la metà israeliane, l’altra metà palestinesi. La storia di due di loro – Rami Elchanan e Bassam Aramin – è stata magistralmente riproposta da Colum McCann nel suo splendido Apeirogon (Feltrinelli, 2021). Rami e Bassam li incontravo spesso quando guidavo gruppi a Gerusalemme e qualche anno fa li ho invitati a Bergamo per una serie di incontri nelle scuole e nelle parrocchie. Questa che segue è la trascrizione di un mio dialogo con Rami. Perché possa essere una piccola parabola di pace e di giustizia possibile e futura. Nonostante tutto. 

“Il mio nome è Rami Elchanan. Ho più di settant’anni, sono stato un designer grafico e la mia famiglia abita a Gerusalemme da sette generazioni. Sono ebreo,  israeliano ma prima di tutto sono un essere umano.”

Così, anche le scorse settimane, inizia il racconto Rami, un amico che cerco di incontrare ogni volta che vado a Gerusalemme. Si arriva nella Città Santa (“terra di oro, di rame e di luce”, recita una canzone) e si è, ogni volta, in balia di emozioni e sensazioni fortissime, sospesi tra la voglia di capire le ragioni di un conflitto che pare interminabile e la tentazione di gettarsi subito da una parte contro l’altra. Soprattutto in settimane come queste, quando pare inarrestabile la parabola verso la terza Intifada. A rovesciare e a confondere questo schema partigiano e semplicistico sono gli incontri con Rami e i suoi amici palestinesi. Insieme fanno parte dei Parents’Circle.

Raccontami di te

La mia storia personale inizia e finisce un giorno particolare del calendario ebraico, il Giorno dell’Espiazione, Yom Kippur. Lo Yom Kippur di cinquant’anni fa, nel mese di ottobre 1973, ero un giovane soldato di riserva trovatosi improvvisamente in mezzo ad una terribile guerra. All’inizio ero in una compagnia di 11 carri armati, alla fine ne sono rimasti solo 3. Lì nella sabbia del Sinai ho perso alcuni dei miei migliori amici. Sono uscito da questa guerra arrabbiato e amareggiato, cinico e furioso. Dopo di allora, ero determinato a eliminare dalla mia vita qualsiasi tipo di coinvolgimento fosse questo politico, sociale o di qualsiasi altro genere.

Congedato dall’ esercito, mi sono costruito una vita: studi, famiglia, carriera… 25 anni fa, la sera dello Yom Kippur del 1983, una bimba dolce è nata all’ospedale Hadassah, a Gerusalemme. L’abbiamo chiamata Smadar (dal Cantico dei Cantici e significa “l’uva della vigna“).  E’ diventata presto una ragazza molto vivace, sorridente, felice, piena di vita attiva nella nostra famiglia calma e felice… e così abbiamo vissuto serenamente, Nurit mia moglie, i miei tre figli e questa principessa, in una bolla che abbiamo costruito intorno a noi… fino al 4 settembre 1997, quando questa nostra bolla si è spaccata andando in mille pezzi.

Cosa è successo?

Il primo giorno dell’anno scolastico, pochi giorni prima dello Yom Kippur, Smadar e le sue amiche sono andate in centro a Gerusalemme, in Ben Yehuda Street, per acquistare libri per il nuovo anno scolastico. Proprio lì hanno incontrato la morte. Due palestinesi suicidi hanno deciso di farsi esplodere. Con loro sono morte quel giorno cinque persone, tra le quali tre ragazze di quattordici anni. Tra queste Smadar. Era le tre del pomeriggio di giovedì,  l’inizio di una lunga notte, fredda e buia… All’inizio speri nel profondo del tuo cuore, speri che quel terribile dito non stia puntando verso di te. Ti ritrovi a correre come un pazzo per le strade, vagando da una stazione di polizia all’altra, da un ospedale all’altro, fino a che, molto più tardi nel corso di quella maledetta notte, ti trovi in una camera mortuaria con quel dito puntato tra gli occhi e una scena davanti che non avresti voluto vedere mai, e poi mai sarai in grado di cancellare.

E poi?

Il funerale di Smadar si è svolto la domenica sulla collina verde nel Kibbutz Nachshon, sulla strada per Gerusalemme. Smadar è stata sepolta accanto al nonno Generale,  Matti Peled, un grande combattente per la pace, conosciuto in tutto il paese per le sue lotte pacifiste e progressiste. Il fatto che i nemici della pace avessero ucciso sua nipote ha attirato grande attenzione sulla nostra famiglia sia in Israele che dall’estero. Al funerale di Smadar erano rappresentate tutte le diverse sfumature che compongono il meraviglioso mosaico di questo incredibile paese:  ebrei e arabi, sinistra e destra radicale, religiosi e laici, rappresentanti dei coloni nel Territori occupati e pure rappresentanti personali dell’allora presidente Yasser Arafat. 

Dopo il funerale siamo tornati alla casa vuota che lentamente si era riempita di persone. Per i sette giorni successivi siamo stati avvolti nel consolante abbraccio di migliaia di persone che riempivano la strada stretta, giorno dopo giorno, notte dopo notte fino alla fine del periodo di lutto, lo Shiv’ah. L’ottavo giorno qualcosa è cambiato: tutti improvvisamente scompaiono e si resta soli, in quel momento si deve dimostrare la propria forza, alzarsi. Ti guardi allo specchio e devi decidere: e adesso? Dove vado? Cosa ne faccio di questo nuovo e terribile dolore, questo sconosciuto e intollerabile dolore? Cosa fare con il resto della tua vita in cui improvvisamente sei diventata una persona completamente diversa, e tutte le tue precedenti priorità si sono dissipate in un attimo ed è come se non fossi mai esistito?

In quei momenti, ti rendi conto davvero che ci sono due sole opzioni tra cui scegliere. La prima è evidente, automatica e immediata. Quando qualcuno uccide la tua figliola di 14 anni, la sola e unica cosa che hai nella tua testa è la rabbia infinita e un desiderio di vendetta che è più forte della morte. E’ un sentimento naturale, umano. La maggior parte delle persone si sentono in questo modo: è comprensibile, chiaro e prevedibile… Tuttavia, siamo esseri umani e non animali. Abbiamo una testa sulle nostre spalle e dentro la testa abbiamo un cervello e quando la prima reazione di rabbia folle passa, cominci a porti domande in profondità: se uccido qualcuno per vendetta, questo mi riporterà il mio bambino? E se provoco dolore a qualcuno, questo allevia il mio dolore? E la risposta è assolutamente “No”. Quindi, seguendo un lungo e lento, difficile e doloroso processo raggiungi gradualmente l’altra strada, e cerchi di capire: cosa è avvenuto qui? Quale motivo può spingere una persona a provare tanta rabbia e disperazione da essere disposto a colpire se stesso insieme a delle bambine? E ancora più importante: che cosa puoi fare tu, in prima persona, al fine di prevenire questa intollerabile sofferenza da parte di altri?

Immagino non sia stato facile…

No, davvero non è stato facile né semplice; c’è voluto quasi un anno. All’inizio ho pensato che avrei potuto imparare a comportarmi come se nulla fosse accaduto, che sarei potuto ritornare al lavoro e condurre una vita normale. Ma non ero più la stessa persona, e sotto la superficie era iniziato in me un cambiamento molto profondo di cui non ero conscio. Poi, un giorno ho incontrato un grande uomo, un uomo eccezionale  con una kippah lavorata all’uncinetto sulla sua testa. (immagini come immediatamente si stigmatizzano le persone, si cataloghino secondo stereotipi, così ho immediatamente pensato che quest’uomo, con il berretto, fosse un terribile fascista che mangia arabi a colazione). L’uomo si chiamava Yitzchak Frankenthal.

Mi ha parlato di suo figlio Arik, rapito e ucciso da Hamas nel 1994 e mi ha parlato per la prima volta dei Parents’ Circle, l’organizzazione che aveva fondato a cui aderivano persone che avevano perso figli nel conflitto  ma nonostante tutto vogliono la pace. Mi sono ricordato che quest’uomo era una delle migliaia di persone che avevano visitato casa mia durante lo Shiv’ah e allora mi sono davvero arrabbiato con lui. Gli ho chiesto: come hai potuto? Come hai osato entrare nella casa di uno che ha appena perso un figlio e parlare di pace? Lui non si è offeso, con grande calma e pazienza mi ha invitato a partecipare a uno degli incontri di questo gruppo di persone, folli, secondo il mio modo di vedere. Concordai quindi un incontro, sia perché non volevo offenderlo e in parte perché ero un po’ curioso… 

Questa fu una decisione importante.. Come ti trovasti?

Quando arrivai, rimasi in disparte, completamente tagliato fuori e, come al solito, cinico e riluttante. La gente ha cominciato a scendere dal bus e per me, israeliano profondamente radicato nella mia terra, alcune di queste persone erano leggende viventi: ricordo di aver visto Yaakov Guterman,  un superstite dell’Olocausto che aveva perso suo figlio, Raz, nella prima guerra del Libano ed era stato uno dei primi genitori delle vittime che avevano avuto il coraggio di manifestare contro questa guerra. O Roni Hirshenson, che, nonostante avesse perso in guerra entrambi i suoi figli, Amir ed Elad, è rimasta una splendida persona molto determinata nella ricerca della pace.

E poi ho assistito uno spettacolo incredibile, qualcosa che era completamente nuovo per me. Ho visto arabi scendere dal bus, famiglie di vittime palestinesi: uomini, donne e bambini, che venivano verso di me, che mi salutavano in pace, mi abbracciavano e piangevano con me… Ricordo distintamente un’anziana donna vestita di nero sino ai piedi e sul suo petto un medaglione con l’immagine di un bambino di circa sei anni. Da allora, una cosa mi è diventata chiara come il sole a mezzogiorno: a partire da quel giorno ho avuto un motivo per scendere dal letto al mattino. Da quel giorno ho dedicato la mia vita ad una cosa soltanto: parlare ad ogni orecchio e andare da tutte le persone e gridare a gran voce, a tutti coloro che sono disposti ad ascoltare, e anche a coloro le cui orecchie sono chiuse: questo non è il nostro destino! Da nessuna parte è scritto che dobbiamo continuare a morire e sacrificare i nostri figli all’infinito in questa difficile terra santa. Noi possiamo e una volta per tutte porre fine a questo folle circolo vizioso di violenza, omicidi, ritorsioni, vendette e punizioni. Questo ciclo senza fine, senza scopo alcuno. Senza vincitori ma solo con vinti.

Questo cosa ha voluto dire per te?

Ha significato muovermi in tutto il paese insieme ad alcuni amici palestinesi e parlare insieme con loro mettendo al centro il messaggio di pace. Siamo fratelli nel dolore: non troverete molti esempi nella storia in cui le stesse persone vittime, da entrambi i lati, di questo sanguinoso conflitto, si stringano le mani l’uno con l’altro. E noi, famiglie delle vittime, insieme dal profondo del nostro comune dolore, stiamo dicendo a tutti che il nostro sangue è dello stesso colore rosso, la nostra sofferenza è identica, e tutti noi abbiamo le stesse identiche lacrime amare. Quindi, se noi, che abbiamo pagato il prezzo più alto possibile, possiamo portare a una finestra di dialogo, ognuno può fare altrettanto! La nostra forza deriva dal dolore intollerabile e questo intollerabile dolore ha il potere dell’energia nucleare.

Questo potere può essere indirizzato ad un utilizzo buono o cattivo. Esso può causare la distruzione e la rovina che produrrà più il dolore e generare un macabro circolo vizioso, oppure al contrario può essere anche una opportunità! Questa energia può essere utilizzata per produrre nuova speranza! E’ possibile, e necessario, utilizzare questo lutto per cercare di prevenire un ulteriore lutto. Oggi, alte mura di paura e di odio separano le due nazioni. Noi, nella nostra attività nel forum delle famiglie delle vittime, con quanto ci resta della nostra scarsa forza stiamo cercando di abbattere questo muro, aprendone ed allargandone le fessure finché esso crolli.

E’ possibile quindi sperare nella pace?E cosa fare perché si realizzi?

Io sono il figlio di un superstite dell’olocausto, di un sopravissuto ad Auschwitz. Settantuno anni fa, quando i miei nonni sono stati inviati ai crematori in Europa, il mondo libero e civilizzato era latente e non sollevò un dito per salvarli. Oggi ancora, mentre israeliani e palestinesi vanno al macello scagliandosi senza pietà l’uno contro l’altro, il mondo di nuovo guarda dall’altra parte e non fa nulla per porre fine a questa mattanza. Questa è una vergogna! Questo è un crimine!

Tutto quello che chiediamo è che la gente smetta di comportarsi in questo modo. Diciamo loro: “Non state alla larga. Siate coinvolti e interessati.” Certo, non tutti devono pensare allo stesso modo. È possibile e necessario discutere, ma voltare le spalle alla realtà, tenere la testa sotto la sabbia e vivere in una bolla è sbagliato, perché si sa: la bolle tendono, a volte, a scoppiare in faccia… La pace cresce se si impara la capacità di ascoltare e di parlare gli uni agli altri. Dobbiamo essere pronti ad ascoltare gli altri. Perché se noi non saremo capaci di ascoltare la storia degli altri, non saremo in grado di capire la fonte del loro dolore e non potremo aspettarci che gli altri capiscano il nostro dolore. Perché qui è dove si inizia e qui dove si finisce .

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