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Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

L’eredità di papa Francesco

 

Nei giorni scorsi abbiamo ricordato il primo anniversario della scomparsa di Francesco. Per le ACLI nazionali ho condotto uno speciale Dialogo dello Spirito che ha ospitato le testimonianze di padre Antonio Spadaro, della teologa Isabella Guanzini, di Marco Damilano e dello scrittore catalano Javier Cercas (gli interventi sono disponibili sulle pagine social dell'associazione).

 

 

La strana impopolarità di papa Francesco

Alcune persone, tra cui due sacerdoti amici, mi hanno suggerito di accantonare la figura di Bergoglio per concentrarmi su Leone, ritenuto "molto più interessante". Ho risposto che ogni riflessione ha la sua stagione: il prossimo incontro sarà dedicato proprio al primo anno del nuovo pontificato. Mi ha colpito, tuttavia, l’asprezza delle critiche e questa convinzione sconclusionata secondo cui non vi sarebbe continuità tra il predecessore e Prevost.

È come se la storia recente della Chiesa fosse interpretata come una sequenza di figure isolate da contrapporre, anziché un percorso complesso, fatto di legami profondi, tensioni e transizioni necessarie. L’idea che non esista alcun nesso tra i due pontificati non è una semplice chiave di lettura, ma una semplificazione ideologica. E simili scorciatoie, in ambito ecclesiale e spirituale, rappresentano quasi sempre un modo elegante per evitare di comprendere davvero.

Papa Francesco non è stato un incidente

L'operato di Francesco non è stato una parentesi né uno stile tra i tanti, ma un sommovimento profondo nella vita ecclesiale: ha riportato il Vangelo al centro senza mediazioni di potere, spostando l’asse dalla dottrina alla misericordia e dall’autoreferenzialità all’ascolto del mondo. Si possono discutere, criticare o persino avversare molte sue scelte, ma non è possibile archiviarle come un evento transitorio. Certe stagioni non si limitano a succedersi: attraversano la storia e la trasformano per sempre.

Credo che il tentativo di recidere questo filo invisibile non sia solo un errore prospettico, ma il sintomo di una resistenza al cambiamento strutturale esigito dal Vangelo. Chi oggi invoca una rottura netta, cercando rifugio in una restaurazione formale o in una rassicurante rigidità dottrinale, ignora che lo Spirito non procede per compartimenti stagni, ma per semine che richiedono tempo per fiorire. L’impatto di Bergoglio non è stato un incidente di percorso o un'estetica della povertà fine a se stessa; è stata la riapertura di un canale comunicativo tra il sacro e la polvere della cronaca, un’opera di scavo che ha riportato alla luce le radici vive del kerygma sotto strati di incrostazioni clericali.

Non si va avanti guardando allo specchietto retrovisore

Negare questa coerenza significa derubricare un'epoca a folklore, condannando il presente a un'irrilevanza senza memoria. La vera sfida non consiste nel tifare per un nome contro l’altro, ma nel riconoscere che la Chiesa è un organismo vivente: ogni passo dell'attuale Pontefice poggia sul terreno dissodato dal suo predecessore.

Dobbiamo avere il coraggio di abitare questa complessità. Solo così la comunità cristiana smette di essere un museo di certezze per tornare a essere un "ospedale da campo" aperto al soffio dell'inedito. Comprendo lo spavento di molti ma credo che non ci resti che questo da fare. Sostituire la profezia con la nostalgia è l’estremo rifugio di chi ha paura del mare aperto. Ma la Chiesa non si difende chiudendo le porte; si onora abitando le soglie. È tempo di smettere di guardare lo specchio retrovisore e di iniziare a guardare negli occhi un mondo che non ci chiede definizioni, ma una speranza capace di sporcarsi le mani. Non è il destino del Vangelo?

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