Don Milani difende gli obiettori di coscienza, ex combattenti lo accusano. Don Milani viene processato. Si difende con una lettera aperta diventata testo di riferimento e non solo per gli obiettori di coscienza.

Nel febbraio 1965 i cappellani militari in congedo della Toscana, con un comunicato pubblicato dal quotidiano “La Nazione” di Firenze, accusano pubblicamente gli obiettori di coscienza di viltà. In loro difesa interviene don Lorenzo Milani con una lettera aperta, chiedendo rispetto per chi accetta il carcere in nome della nonviolenza. Per questa presa di posizione viene denunciato da ex combattenti e processato. Gravemente malato, non può comparire in tribunale e scrive una memoria difensiva indirizzata ai giudici. In essa rilegge criticamente la storia dell’Italia unita come una storia di guerre, colonialismo e sopraffazione, rifiutando ogni retorica celebrativa.
Le lettere diventano un manifesto contro l’obbedienza cieca agli ordini e contro l’idea che l’autorità possa sollevare dalla responsabilità morale, anche in caso di ordini omicidi. Le due lettere hanno accompagnato il cammino di tanti credenti nella riflessione sulla pace e sul rifiuto di ogni guerra. Ora Sergio Tanzarella, ordinario di Storia della Chiesa presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, pubblica una loro edizione critica (Abbasso tutte le guerre, Il Pozzo di Giacobbe, 2025, euro 18).
Un testo prezioso, da leggere e da far leggere, perché con grande sapienza Tanzarella, utilizzando anche carte processuali inedite, ricostruisce il clima di quegli anni e il processo che Milani dovette subire a causa delle sue idee. La riedizione delle due lettere, restaurate utilizzando le fonti originali, è accompagnata da un apparato di note che aiuta a comprenderle meglio e a porle in relazione con gli altri scritti di don Lorenzo.
Lei è tra i pochi che ha potuto accedere alle carte processuali. Che idea si è fatto dell’intera vicenda?
Direi meglio che sono stato tra i pochi che hanno voluto accedere alle carte del processo (precisamente il quarto). È certo singolare che con tantissimi libri dedicati a Milani e con tante edizioni delle due lettere nessuno si era preso l’impegno di andare a leggere quelle fonti. Se qualcuno lo avesse fatto avrebbe scoperto che le versioni che circolano sono zeppe di errori che per inerzia si sono tramessi per contagio. Questa è la prova di una ormai sistemica superficialità e che le idee di Milani che emergono nelle due lettere non corrispondono in quasi nulla con la mentalità bellicista di molti che genericamente lo esaltano. Infatti, esse sono tra le fonti meno conosciute e citate da parte di coloro che celebrano Milani senza Milani, cioè senza leggere i suoi scritti, senza confrontarsi con le sue parole. È certo un confronto impegnativo perché scritti e registrazioni di Milani non lasciano scampo a chi ancora pretende di normalizzarlo. Le lettere e quel processo sono una vicenda che brucia i benpensanti e gli intellettuali da salotto ma che brucia soprattutto a quei politici cattolici che senza timore continuano ad affermare la necessità del riarmo e la inevitabilità della guerra.
C’è qualche passaggio degli atti processuali che l’ha colpita più di altri, magari poco noto o spesso frainteso?
Nella documentazione d’archivio vi è una delle prime copie della lettera ai cappellani militari. Si tratta di un foglio un po’ più grande di un A4 stampato fronte retro con caratteri piccini. Su quel foglio il magistrato ha evidenziato e sottolineato i passaggi secondo lui più problematici correggendo perfino la parola nonviolenza che Milani scrive per intero e che il magistrato separa. Non è solo una questione ortografica vi una precisa mentalità che ancora oggi scrive “non violenza” in senso riduttivo e anche dispregiativo. Ma torniamo al foglio, a guardarlo appare proprio una povera cosa, un semplice foglio di carta economica ma nel quale Milani riesce a comunicare in maniera straordinaria una rilettura della storia italiana dall’Unità al presente di allora. Davvero egli è “un genio epistolare” come io e la collega Anna Carfora lo abbiamo definito nel nostro lavoro su tutte le sue lettere.
Quella lettera non è un libro, è solo un foglio ma di una tale densità e capacità comunicativa che anche il lettore meno attrezzato riesce a leggerlo e a comprenderlo. Questo è il grande miracolo di Milani che molti accademici e politicanti nemmeno percepiscono: scrivere per farsi intendere, per farsi comprendere da tutti, per scuotere tutti. E chi lo vuol comprendere capisce bene che non ci sono nelle sue parole diplomazie, opportunismi, equilibrismi. Questa mancanza di tatto, di passi felpati, di calcoli il lettore onesto li intende subito e ne resta colpito. Così non può non notare l’abisso che c’è tra questa inesausta ricerca del comunicare e della verità storica e il freddo protocollo delle carte del processo dove viene annotata l’algida forma rituale “reato estinto per morte del reo”. Questa è la definizione che resta in quel fascicolo sepolto tra i milioni di incartamenti dell’archivio del tribunale: “il reo è morto e il suo reato estinto”.
Poi ci sono i certificati medici che attestano la gravità delle condizioni che impongono a Milani di non poter partecipare al processo e le verifiche che i carabinieri fanno sulla veridicità del suo stato di salute. Siamo ad un anno e mezzo prima della morte, la malattia lo sta inesorabilmente consumando e tuttavia lui non viene meno all’impegno che gli è stato affidato. Contro tutti i suggerimenti dei medici e le comprensibili richieste dei familiari non abbandona Barbiana che era il luogo certo meno idoneo per un ammalato così grave e in chemioterapia. Spesso si parla di Barbiana senza avere la minima idea di cosa significasse viverci, la durezza delle condizioni del confino al quale Milani era stato condannato e nel quale rimase nonostante la malattia, denunciando dal monte Giovi pavidità, contraddizioni e complicità degli intellettuali, dei politici e del clero di quel tempo. Egli trasforma la sperduta Barbiana in un avamposto di osservazione dei processi che erano in atto nella società e nella Chiesa italiana.
L’immagine pubblica del processo a don Milani è molto “simbolica”: quanto coincide davvero con ciò che emerge dai documenti giudiziari?
La documentazione è molto essenziale. Non si tratta di una grande processo con decine o centinaia di interrogatori. E’ un piccolo fascicolo. E anche qui appare il contrasto tra una vicenda tra le più importanti e decisive degli anni della Repubblica e la esiguità e modestia delle carte processuali. Ma emerge anche il divario tra i difensori della Patria trasformata in un idolo e che pretendono di piegare il Dio cristiano alle ragioni militaresche e Milani che riafferma il primato della coscienza su qualsiasi ubbidienza cieca. La vicenda ancor prima di essere una testimonianza sull’obiezione di coscienza e sull’antimilitarismo è un appello dirimente alla formazione delle coscienze, al primato della responsabilità personale che rifiuta la comoda giustificazione di avere obbedito a degli ordini.
Don Milani viene spesso presentato come “in anticipo sui tempi”: era davvero isolato o era dentro una tensione già presente nel cattolicesimo italiano?
Isolato lo era per davvero. A Barbiana non vi era finito per caso. E tuttavia è sorprendente come da quel luogo tanto sperduto Milani potesse ancora parlare e far paura e dar fastidio ai benpensanti dell’epoca. Il suo Esperienze pastorali è un libro ancora oggi straordinario che resta in anticipo anche sui nostri tempi. Il cattolicesimo italiano per chi lo osserva con attenzione non era così monolitico come viene ancora descritto con semplificazioni molto superficiali. Alle posizioni tradizionaliste e ancorate alle certezze del collateralismo e del devozionismo si contrapponevano esperienze innovative come quelle dei preti operai, le vicende di Carlo Carretto e Artuto Paoli nel cuore di una organizzazione conservatrice come l’Azione Cattolica di Gedda, il percorso di Giuseppe Dossetti e dei suoi amici di Cronache Sociali, la originale azione politica di Giorgio La Pira il perseguitato sindaco di Firenze, Primo Mazzolari che scrive Tu non uccidere, lo scolopio Ernesto Balducci che difende l’obiettore di coscienza Giuseppe Gozzini, e poi Zeno Saltini e David Maria Turoldo.
Un arcipelago cattolico ricco di analisi e di scelte, anche molto dolorose, che almeno in parte troveranno ascolto nella stagione del Concilio Vaticano II e negli anni immediatamente successivi. Un tempo di grandi contrasti, di feroci persecuzioni ma anche di grandi fermenti e speranze. Oggi mi appare che nella memoria dei cattolici italiani di quella stagione non sia rimasto nulla. Ai miei studenti - seminaristi, novizi/e di ordini religiosi e laiche/laici ma anche già preti – sono il primo a citare questi nomi, è un vuoto molto indicativo del presentismo ovunque dilagante.
Siamo in una stagione in cui la parola “coscienza” è spesso rivendicata in modo individualistico. Cosa può insegnarci oggi il modo in cui don Milani la lega a responsabilità, studio e assunzione delle conseguenze?
Esattamente il contrario dell’individualismo, dell’indifferenza e dell’egoismo pubblicizzati come valori. Una alternativa secca che egli vede contenuta nella Costituzione italiana. Milani si ispira ad essa. Oggi chi più si riferisce alla Costituzione? Chi la cita nelle campagne elettorali? Chi la ricorda perfino in Parlamento? Milani nelle due lettere si richiama ad essa più volte ma soprattutto ne denunciava, già 18 anni dopo la sua stesura, la non attuazione: «la Costituzione (articolo 3) ci avvertiva nel ’47 con sconcertante sincerità che i lavoratori erano di fatto esclusi dalle leve del potere. Siccome non è stata chiesta la revisione di quell’articolo è lecito pensare (e io lo penso) che esso descriva una situazione non ancora superata» (Lettera ai giudici).
Dopo quasi altri 60 anni la situazione è forse peggiorata e per questo rimane attuale il richiamo di Milani al primato della coscienza e all’impegno nei confronti dei giovani: «Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate» (Lettera ai giudici). È un autentico programma politico che avrebbe certo rilevanti conseguenze per tutta la società.
Cosa significa rileggere la Lettera ai cappellani militari e la Lettera ai giudici sessant’anni dopo?
Significa doverne, purtroppo, valutare la totale attualità. I contesti saranno certo cambiati ma i rapporti di forza restano inalterati. Anzi direi peggiorati. In quel 1965 tanti fatti erano ancora ignorati o in parte non ancora accaduti, si pensi agli eccidi dell’esercito USA in Vietnam, come per esempio l’uso dell’agente arancio, cioè di fatto la guerra chimica. Ma soprattutto pesavano gli orrori della guerra mondiale e la viva speranza che non sarebbe stato possibile ripeterli ancora. Mentre dopo la ratifica della Carta dei diritti dell’uomo vi era la convinzione, pur senza negare gli ostacoli, della possibile progressiva condivisione e fruibilità di quei diritti.
Oggi quelle speranze appaiono infrante. Nelle guerre in atto i danni collaterali di un tempo sono diventati gli obiettivi primari: scuole, ospedali, mercati, condomini. Trattati e Convenzioni sono stracciati. Ma soprattutto torna in Italia un patriottismo e un negazionismo totale fondati su una ignoranza storica del nostro recente passato. Quelle lettere sono un invito perentorio a non prestare ascolto alla propaganda e al primato del nazionalismo e dell’egoismo. Dico agli studenti di confrontarsi sempre con queste parole che mettono al riparo dal finire fascisti o leghisti: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri» (Lettera ai cappellani militari).
Ha lavorato moltissimo attorno ai testi di don Lorenzo. Quale “chiave” è necessario custodire per interpretarlo nel migliore dei modi?
Non pretendo di dare lezioni a nessuno. Tuttavia la prima considerazione potrà sembrare abbastanza incredibile. Prima di interpretarlo occorrerebbe leggerlo e magari leggere tutti i suoi scritti. Vi è invece sempre più l’uso della citazioncella (talvolta anche inventata con parole a lui falsamente attribuite), citazioni decontestualizzate ed utilizzate ad arte per sostenere le proprie idee che sono lontanissime da quelle di Milani. Si pensi a Salvini che cita positivamente Milani o a Veltroni che di “I care” fece il logo di un congresso dei Democratici di sinistra nel 2000. Partito che senza problemi aveva accettato i bombardamenti della Serbia e avrebbe sostenuto tutte le guerre camuffate in missioni di pace (Afghanistan e Iraq).
Ma veniamo alla chiave. La parola di Milani non può essere messa a servizio di un innocuo concordismo e di una pacificazione a buon mercato. È una parola di liberazione da ogni mistificazione storica che volta a volta chiede di schierarsi, di prendere posizione, di non rassegnarsi e quindi di non tacere. Costi quel che costi in termini di gratificazione e di carriera. Come Milani scriverà in una delle sue lettere pubbliche «Il peggio che ci potrà succedere sarà d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che taglian la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia né la comunione con la Chiesa. Il resto tenteremo di non contarlo» (Un muro di carta e di incenso).
Lo ribadirà, anni dopo, ai giovani di una scuola di giornalismo, affermando di avere «questa assoluta mancanza di volontà di carriera. E questo è quella cosa che non vi posso donare, perché chi ha questa non volontà di carriera scrive come me, chi vuol fare carriera non scrive come me. Scrivendo come me non farete mai strada nella vita, in nessun posto. Non si può farsi strada scrivendo come me, perché è un giuramento fatto a se stesso e agli altri di colpire quando c’è da colpire chiunque abbia da avere» (Strumenti e condizionamenti dell’informazione). La chiave è quindi una parola che brucia conformismo, opportunismo, complicità e naturalmente clericalismo.
Leggi anche:
Rocchetti