Esiste un comune follia in tutte le guerre: la vita delle persone, i loro corpi, le loro esistenze quotidiane vengono sacrificate alla logica delle potenze politiche, economiche e militari.
Negli ultimi anni mi sono interrogato più volte sul rapporto tra ciò che accade in Palestina, quanto succede in Ucraina e, più in generale, nei tanti Paesi trascinati dentro la guerra.
Sono conflitti diversi, storie differenti, tragedie che non possono essere sovrapposte meccanicamente né equiparate. Eppure esiste un filo profondo che le unisce: in tutti questi casi la vita delle persone, i loro corpi, le loro esistenze quotidiane vengono sacrificate alla logica delle potenze politiche, economiche e militari. In una parola: alla geopolitica mondiale.
All’inizio siamo stati quasi abbagliati dalla necessità di stabilire chi avesse ragione, quale sofferenza meritasse maggiore attenzione, quale popolo fosse più degno di solidarietà. Oggi, però, appare evidente che quando il dolore entra in competizione, quando si cercano giustificazioni politiche o morali per le vittime, l’umanità ha già perso.
Per questo non possiamo che stare dalla parte delle vittime, degli uccisi, di coloro che vengono sottoposti alla violenza. La vera domanda che dovremmo porci è un’altra: nonostante l’orrore che ogni giorno ci viene mostrato attraverso i sofisticati mezzi della comunicazione, siamo ancora capaci di vedere gli esseri umani prima degli schieramenti, prima degli interessi geopolitici, prima della parte del mondo in cui viviamo?
Gaza e l’assuefazione all’orrore
Resta dentro di me il turbamento nato davanti alla distruzione di Gaza e al massacro subito dalla popolazione palestinese: case abbattute, quartieri cancellati, luoghi di vita e di relazione ridotti in macerie.
Abbiamo assistito alla devastazione di una terra che fin da bambini ci era stata raccontata come “Terra Santa”. Eppure quello a cui abbiamo assistito è stato un vero sacrilegio umano e civile.
I media ci hanno resi spettatori permanenti della distruzione, ma troppo spesso abbiamo reagito rifugiandoci nell’indifferenza o nell’impotenza. La ripetizione continua delle immagini rischia infatti di produrre assuefazione: il dolore degli altri diventa sfondo, rumore di fondo della nostra quotidianità.
L’Ucraina come terra di conquista
In Ucraina abbiamo visto consumarsi un’altra tragedia: un’aggressione che ha trasformato un popolo in territorio-cuscinetto, in spazio di confronto tra imperi e potenze contrapposte.Una terra da dividere, da controllare, da piegare a logiche economiche, strategiche e militari.
Dietro le parole della diplomazia internazionale si nasconde spesso una visione cinica e crudele del mondo. Si parla continuamente di “sfere di influenza”, di “equilibri strategici”, di “sicurezza”. Ma raramente si parla delle persone concrete: di chi lavora per vivere, di chi perde la casa, di chi vede il proprio quartiere trasformato in macerie, di chi sopravvive sotto i bombardamenti.
Sono scomparsi i corpi reali: i feriti, i mutilati, i profughi, i bambini uccisi, gli anziani abbandonati, le donne costrette alla fuga. Ed è proprio questa sparizione dei corpi la più grande mistificazione della guerra contemporanea. Perché quando il potere smette di vedere esseri umani e vede soltanto funzioni, interessi o territori, il passo verso la barbarie diventa brevissimo.
L’informazione e la selezione del dolore
Anche il sistema dell’informazione porta responsabilità enormi. I media globali decidono cosa deve essere visibile e cosa può invece restare nell’ombra. Alcune guerre occupano ogni spazio; altre scompaiono nel silenzio.
Pensiamo al Sudan, alla Somalia, ai curdi, ai Rohingya, al Daghestan, alle donne iraniane: milioni di persone vivono drammi che il mondo osserva distrattamente, quando li osserva.
Anche i social network, che sembravano promettere libertà e partecipazione, si sono spesso trasformati in strumenti di manipolazione, odio e polarizzazione. Dietro molte campagne si muovono enormi interessi politici ed economici. Le persone vengono spinte a scegliere una tifoseria, non a comprendere la complessità dei conflitti. E così si smarrisce il senso concreto della solidarietà umana.
La solidarietà non può essere selettiva
Chi ha conosciuto, anche solo in parte, le lotte sociali del Novecento sa che la dignità non può essere divisa. Sa che la libertà o è di tutti oppure si trasforma rapidamente nel privilegio di pochi. Sa che quando un popolo viene umiliato, sfruttato o reso invisibile, quella ferita riguarda tutti.
Per questo non riesco a pensare alla Palestina separandola dall’Ucraina, né all’Ucraina separandola dalla Palestina o dagli altri conflitti dimenticati. La solidarietà non può essere selettiva. Non possiamo indignarci per alcune vittime e tacere davanti ad altre. Non possiamo usare il dolore dei popoli come arma ideologica.
Essere “gli uni per gli altri, senza condizioni” significa riconoscere che nessun essere umano è sacrificabile. Significa rifiutare la graduatoria delle sofferenze. Significa scegliere di stare dalla parte delle persone concrete prima che delle convenienze geopolitiche.
Restare umani
Sta emergendo un mondo nel quale poche grandi potenze economiche, finanziarie e militari sembrano voler spartire il pianeta secondo interessi sempre più oligarchici. Dentro questo scenario, i popoli rischiano di diventare soltanto forza lavoro da utilizzare, territori da controllare, confini da militarizzare, masse da impoverire o da spostare.
Proprio per questo diventa decisivo ricostruire una cultura della fraternità concreta, della solidarietà reale, della pace come giustizia. Non una pace fondata sulla paura o sull’equilibrio delle armi, ma sulla dignità del lavoro umano, sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, sulla convinzione che nessuna persona debba essere ridotta a scarto della storia.
Forse la vera resistenza oggi comincia da qui: dalla capacità di restare umani dentro un mondo che continuamente ci spinge a diventare spettatori, tifosi o complici.
Perché il contrario della guerra non è soltanto la pace diplomatica. Il contrario della guerra è il riconoscimento reciproco dell’umanità.