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Un re appassionato. Un invito inatteso

XXVIII domenica Tempo Ordinario

Domenica 11 ottobre - ventottesima del Tempo Ordinario.
Un dono.
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Il figlio del re si sposa. Gli invitati che non si lasciano invitare

Dopo le parabole della vigna del Signore, passiamo ad una altra parabola con una nuova ambientazione e una nuova narrazione. L’ambientazione è una sala dove si svolgerà la festa più grande e più bella di tutte, quella del figlio del re che si sposa. La domanda che nasce leggendo la parabola è la seguente: chi è degno di entrare in quella stanza per partecipare al bacchetto del figlio del re? Chi ha le credenziali giuste per accedere a quella stanza?

Il primo appunto significativo di commento a questa parabola è proprio sul registro del merito e del dono. Il primo registro è quello che dichiara che si può entrare in quella stanza per partecipare al banchetto solo se si hanno dei meriti. Infatti, i primi invitati è gente che in qualche modo appartiene alla categoria del merito: uno ha un campo, uno degli affari da svolgere. La cosa strana è che proprio questi che sembrano meritare l’ingresso nella stanza di nozze, alla fine rifiutano l’invito. Un campo è più importante dell’invito a nozze, un affare è ben più importante del regno di Dio. Non è il merito che determina l’ingresso nella sala di nozze. Questi invitati meritevoli vivono per i loro interessi, non hanno tempo per fare festa, sono presi dai loro affari, non hanno tempo per pensare ad un regno diverso che è il regno dei cieli, il regno della tenerezza e della bontà di Dio.

Forse possiamo dire anche che in questi invitati che hanno rifiutato l’invito regna non la tenerezza di Dio, ma l’autosufficienza: basto a me stesso, non ho bisogno di un invito, ma regna anche quella tendenza che ci porta a dire che dobbiamo non accettare un dono già pronto, ma che dobbiamo in ogni caso fare qualcosa per essere degni di entrare in quella stanza. Invece la parabola ci dice non che cosa devo fare, ma che tutto è pronto devo solo accettare l’invito il dono.

La reazione del re sembra spropositata rispetto ad un invito: manda le sue truppe e fa uccidere tutti quelli che hanno rifiutato l’invito. Forse qui è raffigurata la distruzione di Gerusalemme, semplicemente questo e non mi inoltro nella spiegazione.

Allora il re invita tutti. Necessario il vestito giusto

Invece voglio tornare sul nuovo invito che il re fa. Il re non si scoraggia, inventa cose nuove, quella stanza si deve riempire e quindi manda a chiamare buoni e cattivi, personaggi probabili e personaggi improbabili. Dio per il suo regno non ha bisogno prima di tutto di buoni lavoratori, di buoni affaristi, ma di persone che nella loro condizione di vita accettano un invito, un dono, una chiamata, scelgono di far parte dell’umanità che si prende a cuore il regno di Dio e la sua misericordia.

Entrano tutti, buoni e cattivi e il re si accorge che un invitato non ha il vestito di nozze e viene gettato fuori. Sono tante le interpretazioni di questo vestito di nozze. Io scelgo quella che dice che questo tipo non ha capito molto della logica di Dio. Non ha capito che al banchetto del regno possono sedere buoni e cattivi. Questa è la logica di Dio: buoni e cattivi e chi non capisce questa logica di Dio non porta quell’abito nuziale che è l’amore di carità. Non si accede e non si lavora per il regno Dio se non si vive della stessa logica di Dio: un amore di carità.

Il re, la sala, l’invito. E le nostre comunità

Un’ultima annotazione. Penso alle nostre comunità: quanta gente cerca giustificazioni continue per non dire di sì alla chiamata di fare qualcosa per il regno dei cieli, riuscendo sempre a trovare buona giustificazione per il loro no e quante persone invece cercano buone ragioni per andare alla festa del regno, per impegnarsi a servizio del regno.

Le comunità che sono fatte di chi cerca solo motivi per non accettare un invito sono ferme, immobili. Le seconde anche solo perché una persona trova una buona ragione per dire di sì a questo invito sono comunità in movimento, capaci di cambiamenti, di offrire segni di speranza. Sappiamo bene come nelle nostre comunità stanno insieme queste due anime, c’è soltanto un modo per far morire le comunità: quando non c’è più nessuno, nemmeno uno che trova una ragione buona per accettare l’invito del re, al contrario le nostre comunità possono vivere finché ci sarà anche uno solo che accetta l’invito del re.

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