A chi serve per non sentire, e ha bisogno di ascoltarsi.
Sedicesima domenica del tempo ordinario. Per i testi liturgici clicca qui.
Carissimo, carissima,
ci sono giorni in cui tutto sembra urgente. Tu corri, sistemi, risolvi. Eppure, dentro qualcosa si spezza, come un filo teso che non regge più. Hai mai avuto la sensazione di vivere agito, più che agire? E ti senti incompleto, come se una parte di te fosse rimasta indietro. Magari seduta a terra, ai piedi di Qualcuno che stava parlando. E tu non l’hai ascoltato. Non che l’essere agiti non faccia parte della vita, piuttosto è la mancanza di ascolto che ci fa perdere ogni momento della vita.
Il tempo delle mani piene e lo spazio vuoto
Viviamo nel tempo delle mani piene. Piene di cose da fare, da dimostrare, da non perdere. Ma anche mani tremanti, a volte vuote di senso, stanche di affannarsi. Come quelle di Marta, che accoglie Gesù con generosità ma si lascia prendere dall’affanno senza comprendere che l’ospite chiede ascolto. Non chiede efficienza, ma presenza.
Gesù le dice: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma una sola è necessaria.” Una sola. Una cosa semplice, fragile, silenziosa: fermarsi per ascoltare.
Perché a volte, nella vita, ciò che serve non è un’altra corsa, ma uno spazio vuoto.
Vuoto come un grembo. Pronto ad accogliere.
C’è differenza tra l’urgenza e l’essenziale come tra l’efficienza e l’efficacia. Ci sembra che conti il fare senza fermarsi. E invece c’è un’urgenza più profonda: quella di agire: fermarsi e ascoltare. Di lasciar essere l’altro. Di non occupare ogni spazio con la nostra ansia di fare. Maria lo fa: si siede ai piedi di Gesù per custodire il respiro delle cose in ogni incontro dando tempo all’incontro. Per non lasciare passare oltre, il Maestro, il Mistero che bussa alla porta.
Siediti, ascolta
Anche Abramo si ferma. Sotto le querce di Mamre, vede tre uomini arrivare e li accoglie come se Dio stesso bussasse alla porta. Vede tre uomini arrivare e corre a dire: “Non passare oltre… se ho trovato grazia ai tuoi occhi, resta.” Questa volta non è il samaritano che “non passa oltre” è ciò che Abramo lo chiede ai tre visitatori.
Quel “Non passare oltre.”, quella sosta si trasforma in benedizione. Così è l’ospitalità. rivelazione del volto stesso di Dio. Oggi, la vera ospitalità è un’urgenza profetica. Un gesto teologico ed etico. Un atto spirituale e politico, un atto di umanità, fede e civiltà. È lo spazio in cui Dio si manifesta. E il mondo – se ancora può salvarsi – lo farà grazie a chi saprà ancora ospitare l’altro, l’altro necessario, anche quando appare estraneo, ostile, difficile.
L’ospitalità comincia dal dentro. Dall’accettare il nostro limite, la nostra fatica. Dal non avere paura dell’altro, neppure quando ci sembra ostile. Perché anche ciò che ci spaventa può diventare, se accolto, luogo di grazia. Ospitare è lasciar essere. È fare spazio all’altro dentro di sé. Anche all’altro che abita in te stesso. Anche alla parte fragile, spaventata, stanca, che non vuoi vedere. Ospitare è accogliere con ascolto. E l’ascolto è il grembo dove la speranza prende corpo.
C’è un tempo da liberare. Non solo nostro e per gli altri, ma di Dio. E questo tempo si fa spazio ogni volta che non corriamo via, che ci lasciamo toccare dalle parole, dai volti, dalle ferite. Che smettiamo di dover dimostrare qualcosa e iniziamo a custodire qualcuno. Solo chi ascolta ama davvero. (Shemà Israele, amerai…..). Solo chi si ferma, vede. Nel cuore del Vangelo c’è questa urgenza: non correre. Non passare oltre. Siediti. Ascolta. Non lasciare indietro la tua anima. Non perché il tempo lo impone, ma perché il cuore lo chiede.
Fermarsi non è perdere tempo. È restituirlo all’amore. Là dove ti affanni e ti agiti per molte cose, ascolta la voce mite che ti dice: “Una sola è necessaria.” E forse, quella sola cosa è proprio fermarsi ad ascoltare.
Un gesto da custodire e lasciar agire
Fermati davvero. Stai sulla soglia di te stesso. concediti una sosta. Siediti accanto a qualcuno… senza fare, senza dire. Solo stare.
Con il cuore vuoto, come una stanza che attende. Poi chiediti: dove ho smesso di ascoltare? Qual è la mia vera urgenza?
E se vuoi, prega così: “Signore, non passare oltre. Siediti in me. Fammi grembo per chi verrà.”
Con te, nel silenzio della sosta che ospita.
Fermati
Non sei una risposta da dare,
sei una casa da abitare.
Non sei il tuo fare,
ma il vuoto che offri
perché l’altro ci respiri.
Là dove corri
per non sentire il peso,
lì ti perdi.
Ma chi si siede,
incontra.
Chi tace,
ascolta.
Chi accoglie,
genera.
Ci sono mani piene
che non stringono nulla,
e mani vuote
che sanno abbracciare.
Non tutto va fatto.
Molto va lasciato accadere.
Fammi grembo per chi verrà.