Per chi ha capito che rimanere fermi è perdersi.
Ventunesima domenica del tempo ordinario (immagine: tempera di Giuseppe Sala).
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Carissimo, carissima,
Ci sono momenti in cui la vita ti mette davanti a una porta. Non è spalancata. Non è comoda. È stretta. Ma non chiusa. È porta aperta per chi ha deciso di entrare. La chiamano urgenza. Possibilità. invito da non rimandare. È quel momento in cui capisci che restare fermi, equivale a perderti. Siamo in un tempo così. Un tempo di scelta. Un tempo che spinge. E stringe. Per tutti e per ciascuno. La porta è stretta ma non ristretta.
Stretta, non ristretta
La porta è stretta, ma non ristretta. È stretta perché ti chiede di lasciare zavorre. È aperta perché non esclude nessuno. È il tempo del passo. Perché la fede – come la fiducia nella vita – è un passo. Una direzione. Un sì che lascia il forse.
Un gesto intero che implica la messa in gioco di sé. Non basta esserci. Occorre entrare. Un gesto intero che implica la messa in gioco di se stessi.
Fede non è status, è soglia e scelta
Anche Gesù ci mette davanti a una porta. Stretto è il varco, larga la possibilità. Lui ci parla con due immagini intrecciate: da un lato, la porta stretta che richiede decisione, dall’altro, l’accesso universale alla salvezza per tutti i popoli. Così Isaia, così Luca.
Così oggi: un tempo di urgenza e di apertura. È un invito a uscire dall’indecisione. A non rimandare all’infinito l’inizio. Quante volte diciamo a chi amiamo: “Stringi, deciditi, non restare sospeso”. Anche la fede ha bisogno di questo: non è uno status, è una soglia da attraversare è una scelta che si rinnova.
Un tempo favorevole
Il nostro tempo è un kairos, un tempo favorevole. Un tempo da cogliere. Da attraversare.
E allora: entra. Non restare fuori. Non aspettare che sia più facile. Non sperare che il tempo aggiusti da solo. Entra con ciò che sei. Così come sei. Ma lasciando ciò che non ti fa passare:
l’orgoglio, la paura, il rancore, l’indifferenza. L’illusione di esserci già. La comodità del non scegliere. Il tempo è adesso.
Riparare è attraversare
L’immagine della porta stretta ma non ristretta mi rimanda a ciò che per me rappresentano i percorsi di giustizia riparativa rivolti alle vittime, agli autori di reato e alle rispettive comunità. La via della giustizia riparativa è una via stretta, ma non ristretta.
Non ci scivoli dentro. È una via stretta. Ti costringe a passare con ciò che sei. Ti chiede verità. Quella nuda, che ti lascia scoperto davanti all’altro. A quello che hai ferito. A quello da cui sei stata ferita. Riparare non è tornare indietro. È passare attraverso. Non si tratta di chi ha torto o ragione. Si tratta di legami. Di ferite che hanno bisogno di parola. Di occhi che si incontrano. È dire parole che non hai mai detto. Guardare occhi che avevi evitato. Raccogliere le ferite. Ricucire i legami. Non per aggiustare, ma per generare.
Riparare è verbo forte. Non è scorciatoia. È una via più lunga. Una lungatoia, come il deserto prima della libertà. Chi ripara non cerca il colpevole da punire. Cerca un bene più grande, per entrambi. È giustizia nelle relazioni per generare relazioni giuste. Non si scarta il conflitto, lo si attraversa. Non per ferire. Per generare. Ecco la via più lunga, non la più breve, come quella che il popolo d’Israele ha percorso negli anni del deserto prima di fare il suo ingresso nella terra promessa. Dove la libertà non sarà mai un dato acquisito per sempre.
Ci sono due modi per evitare il conflitto: fingere che non ci sia, oppure prendere le armi. Ma c’è una terza via. Più difficile. Più umana. Stare. Ascoltare. Dire la verità. Credere che una seconda possibilità è sempre possibile. Chi ha sbagliato non è solo un errore. Chi ha subito non è solo una ferita. La giustizia riparativa si fonda su questo: l’incontro è possibile. La parola può ricucire. La relazione può rialzarsi.
Non basta esserci
Tornando al vangelo Gesù ci avverte: non basta essere “di casa”, servono mani aperte. Non basta “aver ascoltato”, occorre entrare nel cuore. Non basta “stare vicino”, bisogna passare la soglia. Attenzione: potremmo essere tra i primi raggiunti, eppure restare fuori. Perché non siamo entrati davvero. Mentre altri – lontani, ultimi – accolgono e passano. E diventano primi.
Credere oggi è attraversare il conflitto tra possesso e fiducia, tra esclusività e accesso aperto, tra fede ereditata e fede scelta. È tempo di entrare. Di oltrepassare il “forse”. Perché la porta è stretta, non è ristretta a pochi. È un varco. È relazione. È promessa. È la cruna dell’ago da cui si esce più leggeri.
Un gesto da custodire e far agire
Disegna la tua porta stretta. Scrivi su di essa ciò che oggi ti blocca. Poi apri uno spiraglio: dall’altra parte, metti il tuo “sì” — un volto, una scelta, una verità da abitare. Tienilo con te.
E quando resti fermo sulla soglia, riaprilo. Perché non si entra a caso, si entra vivi. E un passo vero può riaccendere fiducia.
Con te, alla soglia che apre la vita.
È stretta. Ma è aperta
Lascia l’oro, lascia il piombo.
Passa.
Non serve il passato,
non basta il nome.
Occorrono mani nude,
occhi che reggono lo sguardo,
passi interi.
Entra.
Non portare alibi.
Porta solo te.
E se ti fa male,
è perché ci stai passando davvero.