Commento al Vangelo della solennità della santissima Trinità. La Trinità non è un mistero che ci umilia con la sua incomprensione, ma un mistero che si offre con il trionfo delle sue relazioni. A partire da oggi i commenti ai Vangeli domenicali ci sono proposti da Fra Angelo Preda, della comunità dei domenicani
In quel tempo, disse Gesù a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-18)
Sedersi alla scrivania per scrivere un commento alla solennità della Trinità è un esercizio di umiltà. La tentazione è quella di rifugiarmi nelle definizioni dei manuali e dei trattati di teologia: cristalline, necessarie, ma spesso lontane dalla vita concreta delle persone. Il rischio sarebbe quello di usare parole sublimi che finiscono per “volare sopra le teste” senza sfiorare la vita e il cuore.
Il rischio di parole precise e sterili
Eppure la Trinità è la realtà più concreta e quotidiana in cui viviamo. È nelle prime parole che pronunciamo al mattino quando, magari ancora assonnati, tracciamo il segno della croce: «Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Non è soltanto una formula, ma un’immersione in un mistero di comunione.
Ho meditato su queste parole che più volte ripeto durante la giornata. Sono l’inizio del nostro lasciarci avvolgere dal mistero trinitario di Dio, sia come singoli sia come comunità di fedeli radunati nel suo nome per celebrare ed entrare in una relazione con Lui.
Spesso diciamo con naturalezza che Dio è “uno e trino”, dimenticando che la Chiesa delle origini rischiò di frantumarsi per trovare le parole giuste — natura, persona, sostanza — per esprimere questo mistero. Ma diciamolo con sincerità: cosa suscitano nel cuore della maggior parte delle persone le distinzioni metafisiche? Cosa comunicano espressioni come quelle del Prefazio della messa: «adoriamo la Trinità delle Persone, l’unità della natura e l’uguaglianza della maestà divina»? Sono formule altissime, ma possono suonare come un linguaggio alieno.
La consolazione della parole rivelatrici: “Dio ha tanto amato il mondo…"
La chiave allora è fermarsi al Vangelo che la Chiesa ci dona in questa solennità, molto più immediato di tante spiegazioni teologiche: «Dio ha tanto amato il mondo». Il quarto Evangelista presenta Dio come Amore, nel Vangelo come nelle sue Lettere.
L’ Amore, infatti, in tutte le sue declinazioni, definisce al meglio Colui che per amore ha creato l’universo e ha formato l’uomo e la donna, rendendoli protagonisti di una meravigliosa storia di salvezza e ha inviato il Verbo a incarnarsi tra noi e per noi rendendoci capaci di parlare il Suo stesso linguaggio.
L’amore di Dio è così forte, reale e concreto da assumere il volto di una Persona, la terza Persona della Trinità, lo Spirito Santo. Egli è l’ Amore che lega il Padre e il Figlio ed è anche ciò che lega Dio agli uomini. Ed è proprio questo il pensiero che offre uno dei significati più profondi della Trinità: Dio è relazione.
Noi crediamo in un Dio solo, in tre Persone: persone divine che non si dividono l’unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero. Il Padre è chiamato così a causa del Figlio, e il Figlio a causa del Padre. Lo Spirito Santo è l’amore tra di loro. In Dio, dunque, “essere” significa “essere in relazione”, e la relazione che definisce la sua essenza è l’amore.
Se Dio è amore non può restare solo
Amore significa relazione e dinamicità: un movimento costante dell’uno verso l’altro; è il contenuto della comunicazione e, al tempo stesso, il linguaggio per comunicare. Qui il dogma si fa vita: se Dio è amore, non può essere solitudine. Un Dio solitario non potrebbe amare nessuno.
Spesso pensiamo di poter risalire al concetto divino di Dio-amore, partendo dai nostri piccoli amori quotidiani, dalla nostra esperienza. Il Vangelo ribalta invece la prospettiva: dalla Trinità, intesa come amore perfetto del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre, nello Spirito Santo, si può, anzi, si deve discendere ai nostri amori, da vivere ad immagine e somiglianza dell’amore trinitario. L’esperienza di Gesù con i suoi discepoli è stata tutta un’esistenza nell’amore che diventa una proposta concreta anche per noi. Una relazione dinamica che cerca costantemente un equilibrio tra vicinanza e distanza, intimità e separazione, dipendenza e indipendenza.
La Trinità diventa allora l’orizzonte su cui calibrare le nostre relazioni: in famiglia, nelle comunità, nelle amicizie. Cristo ha reso la comunione il volto visibile dell’Amore di Dio, ha fatto della relazione/comunione un Sacramento: il sacramento dell’amore di Dio per noi e tutti comprendiamo bene cosa significhi essere in comunione con Dio e tra di noi, soprattutto quando ne avvertiamo l’assenza.
Lo Spirito di Gesù, che opera in noi mediante lo stesso amore del Padre e del Figlio, è la forza che ci rende uomini e donne di relazione. È Lui che ci permette, nella semplicità della vita quotidiana, di lasciar trasparire con dolcezza e rispetto anche se per un attimo e magari non proprio nitidamente, il desiderio che ha Dio, fonte dell’amore, di essere e rimanere in relazione con noi.