L’ha voluta papa Francesco, nel 2019, la “domenica della Parola”, con il Motu Proprio “Aperuit illis”. Della Bibbia si sa poco: la cultura corrente ignora e la formazione cristiana ha la sua parte di responsabilità
“La Parola di Dio dimori fra voi” ( Col 3,16 ) Questo è Paolo quando scrive ai Colossesi. Ma non si ferma qui, perché aggiunge “abbondantemente”.
Ora, io non so come la piccola comunità riunita a Colossi abbia raccolto questo invito di rimanere pienamente ancorati all'annuncio del Vangelo. So invece come oggi questa esortazione sia in gran parte disattesa e la Parola venga vanificata.
Gli studenti credono che Gesù abbi scritto i Vangeli
Massimo Cacciari, diverse settimane fa, intervenne su Rai3 per denunciare le lacune, a livello biblico, nell'insegnamento della religione nella scuola. “Gli studenti, dice, pensano che Gesù abbia scritto i Vangeli”. E, per rimediare, propone un'ora alla settimana di esegesi biblica per ovviare a quel “culturame” che produce solo una “ignoranza spaventosa”, un mix di “devota ignoranza e cultura superficiale”, che è peggio del niente.
“Eppure, continua il filosofo, la conoscenza della tradizione biblica è fondamentale perché quel testo informa il nostro pensiero, la nostra arte, la nostra cultura, tutta la nostra vita”, e per noi rappresenta la radice su cui si è andata costruendo l'identità europea.
Anche la Chiesa è responsabile della grave ignoranza della Bibbia
Da parte mia, andrei anche oltre, perché non imputo questa ignoranza religiosa tanto alla scuola, quanto alla formazione cristiana di cui è responsabile la Chiesa.
Mi riferisco ai centri educativi parrocchiali il cui compito specifico è quello della iniziazione cristiana. Quanti dei nostri ragazzi (sempre di meno) che frequentano il catechismo fino alla cresima conoscono il Vangelo, ne fanno esperienza?
Ad alcuni di questi a cui avevo chiesto il motivo delle vacanze di Pasqua, mi son sentita rispondere “per mangiare l'uovo di cioccolato” e altri “per la festa di primavera”. Ho l'impressione che l'ora settimanale che dovrebbe essere dedicata alla parola di Dio, venga ridotta a un “vogliamoci bene” a buon mercato. Ma per questo non era necessario Gesù e la sua Croce.
Cos'è rimasto della Parola?
E' Anna Foa che risponde dalle pagine del Regno. “Si sono perse le parole per dire la Parola. E' rimasto un pressapochismo, dove non ci sono distinzioni, margini, limiti, in una semplificazione dove i termini hanno perso significato”.
Occorre allora tornare alla evangelizzazione della primitiva predicazione cristiana, all'originalità kerigmatica di “chi è il Cristo”, perché non si conosce.
Da un lato si assiste a un fermento sempre più appassionato da parte di esegesi e biblisti, dall’altro un disinteresse sempre più evidente anche da parte dei cosiddetti cristiani.
Eppure la Bibbia non è il cortile riservato a qualche specialista
Ma i 73 libri che compongono la Bibbia non sono qualcosa di accademico destinato agli iniziati, e neppure qualcosa di esoterico, ma è la concretezza di un Dio che abita la storia e che si consegna a noi con un linguaggio pienamente incarnato, fortemente ancorato alla vita. Parola che accetta la sfida della secolarizzazione, e ci sta dentro per darle un senso. Parola che agisce, trasforma, coinvolge, che rinnova, Parola di “verità che rende liberi” (Gv 8,32).
Ma solo un rapporto quotidiano, approfondito con la parola di Dio può provocare un rinnovamento non solo a livello individuale, ma anche ecclesiale, sociale, politico.
Lasciamoci raggiungere dalla Parola! Ne acquisteremo in umanità.