Quindicesima domenica del Tempo Ordinario. Una parabola che racconta di un seminatore che getta seme da tutte le parti e racconta di terreni variamente infruttuosi. Ma racconta anche di un terreno fecondo. Uno solo (Vedi Mt 13, 1-23)
“O Padre, che continui a seminare la tua parola nei solchi dell’umanità, accresci in noi, con la potenza del tuo Spirito, la disponibilità ad accogliere il Vangelo, per portare frutti di giustizia e di pace”
C’è chi accoglie e ascolta la Parola. Ma non basta
La parabola del seminatore è una delle più celebri e “semplici” da capire perché, in tutti i vangeli sinottici, abbiamo la spiegazione autorevole di Gesù. Oggi impariamo che, davanti alla Parola, siamo chiamati a ascoltare (cinque volte ritorna il verbo ascoltare) e comprendere (fare spazio dentro di sé) con un atteggiamento docile, colmo di desiderio per lasciarci fecondare e trasformare.
Non basta però accogliere (il seme viene gettato abbondantemente dal contadino che non chiede permesso al terreno) e nemmeno solo ascoltare. I terreni (il cuore umano) in cui è caduto il seme della Parola sono tutti e quattro caratterizzati dal fatto di aver accolto (non per scelta loro ?) la Parola, poi averla ascoltata, magari anche con gioia ed entusiasmo. Eppure solo uno di essi ha dato frutto; fertile è solo il terreno che è come “colui che ascolta la Parola e la comprende” (v. 23). L’atteggiamento dell’ascoltare e comprendere dipende quindi dalla potenza dello Spirito, oltre che dalla libertà dell’uomo (o il contrario?).
E c’è chi semina. Tenacemente
La bellezza della parabola ci dice non solo che i primi tre terreni descrivono un’accoglienza superficiale della parola di Dio, ma evidenzia soprattutto la tenacia e la fiducia del seminatore, che continua a gettare il seme su tutti i tipi di terreno. Sembra che il contadino della parabola getti il seme senza attenzione (forse volutamente?), incontrando ostacoli di ogni tipo, dagli uccelli ai sassi, dalla mancanza di terreno sufficiente ai rovi o all’arsura del sole.
Qualcuno potrebbe pensare che esista una stretta corrispondenza tra il terreno buono e coloro che ascoltano con fede, ed è vero. Ma se ci fermassimo solo qui commetteremmo un grave errore pensando che Gesù faccia delle preferenze, distinguendo cioè tra chi è disponibile ad ascoltare e chi non aveva e non ha nessun interesse, tra chi lo seguiva da vicino e chi invece ascoltava distrattamente e passava oltre. In realtà, sappiamo che non è Gesù a usare due pesi e due misure, ma siamo noi uomini ad avere con lui una fede a “corrente alternata”.
Chi ascolta può chiedere le orecchie. Liberamente
Dio dà a tutti di conoscere i misteri del Regno, cioè di entrare e aderire alla logica con cui egli regna nella storia, ma il suo dono si infrange e nulla può là dove gli occhi umani sono chiusi, le orecchie tappate, il cuore e la mente ottusi, il terreno incolto.
Il seminatore continua a seminare con fiducia perché è certo della fecondità del seme che getta. Confida in esso, è certo che saprà essere più tenace dei limiti obiettivi dei terreni sui quali viene seminato.
Più che indugiare sulla qualità del terreno allora dovremmo diventare capaci innanzitutto di riconoscere la Qualità del seme donato e chi è Colui che semina.
Dobbiamo fermamente credere che il seme della Parola di Dio sarà sicuramente sempre più resistente e forte di tutte le difficoltà, potrà addirittura superarle ( possiamo lasciare a Dio la possibilità di un miracolo?) sino a portare un frutto straordinario.
Occorre però anche conoscere sempre di più e vagliare il terreno della nostra vita per saggiare realmente il nostro desiderio e capacità di ascolto perchè l’invito è a diventare terreno buono in cui il seme può sprigionare tutta la sua fecondità e produrre il suo frutto sovrabbondante.
Colui che ha il cuore docile, aperto e attento alla Parola, la comprenderà in modo sempre più profondo e lucido e la logica del Regno gli diverrà familiare, ma chi chiude i sensi all’ascolto di Dio, presumibilmente farà sempre più fatica a riconoscerne la Voce perdendo via via la sensibilità che Dio da sempre gli ha donato.
Ma il terreno buono perché è buono?
Ma allora la domanda nasce spontanea: Qual è il terreno buono? Quali sono le sue caratteristiche? In effetti, la parabola non lo dice. Mentre descrive accuratamente i primi tre terreni sterili, non dice nulla delle caratteristiche del quarto terreno o meglio “si limita” ad affermare che è un terreno buono se “ascolta e comprende”.
Mi pare di poter dire che l’interrogativo rimane aperto. Il terreno buono è un terreno privo di tutte le caratteristiche negative dei primi tre? Senza sassi, privo di rovi, riparato dall’arsura del sole? Oppure è un terreno che, pur infestato da alcuni di questi limiti, confida comunque nella potenza e nella fecondità di quel seme? Un terreno che sa che il raccolto abbondante, più che dalla propria bontà, dipende da quella del seme, come ricorda il profeta Isaia nella prima lettura: «… così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,11).
Buono è il terreno che si lascia fecondare e trasformare, buono è il terreno che si lascia convertire dalla Parola di Gesù. Voglio pensare che il seme della Parola caduto sulla strada, sui sassi, o tra i rovi, prima o poi possa trovare terreno buono e portare molto frutto! Lasciamo spazio all’azione di Dio.
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