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“Stranieri e pellegrini”.  Lo straniero nella tradizione biblica

s. Alessandro

 

Domani Bergamo celebra la festa del suo patrono, Alessandro, "vessillifero della legione Tebea". Tebe si trova in Egitto e le notizie che abbiamo ci dicono che la legione Tebea era composta in maggioranza di cristiani copti d'Egitto. Nel nostro linguaggio corrente, si potrebbe dire che Alessandro era un immigrato

 

 

Il fenomeno degli stranieri, i migranti, di coloro che per diverse ragioni, ambientali, militari, politiche, sociali, varcano la loro patria in cerca di sicurezza e di aiuto, non è certo cosa nuova. C'è sempre stato fin dall'antichità, dove si verificavano migrazioni di interi popoli che, nomadi o semi-nomadi erano in ricerca di stanzialità.

Lo straniero, il "diverso"

Così è stato per Israele quando dall'Egitto, dopo i  quarant'anni di deserto, ha occupato la terra di Canaan, e poi in seguito, a sua volta, ha dovuto subire incursioni fino al tempo della diaspora e dell'esilio.

Sappiamo bene  chi è lo straniero: è il diverso per antonomasia, quello che non ha la nostra cultura, le nostre tradizioni e la nostra religione. Un nemico che vuole occupare uno spazio che non gli compete.

Ma, cosa dice la Scrittura al riguardo?

Attraverso le fitte pagine della Bibbia si intravede un filo rosso che è dato dalla comprensione che il Primo e il Nuovo Testamento attribuiscono a colui che è “altro”, “diverso”, “straniero”, e si basa sull'esperienza fondamentale che Dio ha fatto per Israele, l'esodo.

Lo straniero "l'amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in Egitto"

Proprio l'esodo diventa il magistero di liberazione e di accoglienza: “Quando un forestiero dimorerà presso di voi, non gli farete torto. Il forestiero lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l'amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in Egitto" (Lv 19 33-34), che si può sintetizzare così: “Ti ricorderai che vivi per grazia. Anche tu fa' altrettanto”.  

La lingua ebraica usa il termine “gher”, straniero, proprio per indicare il debole, il senza proprietà, che il Deuteronomio allinea alla vedova, all'orfano, allo schiavo, per i quali avere una particolare cura. Sono i poveri, quelli che non devono essere lasciati soli, ma a cui è dato il diritto di racimolare, di  spigolare e raccogliere gli ultimi grappoli dopo la mietitura e la vendemmia e inoltre di beneficiare delle decime raccolte ogni 3 anni (Dt 14,22-27).

Una solidarietà che nasce dalla fede che la terra non è una proprietà privata che qualcuno in qualche modo si è accaparrato, ma, dice il Signore, “La terra è mia, e voi siete stranieri e pellegrini" (Lv25,23)”. 

Tutti "stranieri e pellegrini" nella terra di Dio

Ognuno è straniero nella terra di Dio, e ognuno è insieme ospite e pellegrino.

Attenzione a non far diventare l'hospes ("ospite"), un hostis ("nemico"). E questo si compie quando la terra non viene considerata come dono di Dio e il luogo della libertà e della fraternità, ma territorio di conquista, di ricerca individualistica di benessere che fa dire “Tutto questo ha fatto il mio braccio, la forza della mia mano”, e così similmente come quando l' “elezione” di un popolo si converte in esclusivismo di chiusura dentro la “razza divina”.

Il salmo 146 ci ricorda che “Il Signore libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi. Il Signore protegge lo straniero, sostiene l'orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi”.

Quindi, se il Nuovo Testamento chiederà l'amore perfino per il nemico, questo trova le sue radici nell'etica antica che esigeva l'amore per lo straniero.

"Tutti voi siete uno in Cristo Gesù"

Con l'incarnazione tale processo si radicalizza e in Cristo tutti coloro che sono “altri” per razza,  lingua, sesso, religione, vengono considerati a partire dall'irruzione del Regno  nella storia, tanto che l'apostolo Paolo che si muove in terre diverse, in una cultura diversa, quella greca, abbatte ogni barriera affermando “Ora non c'è più giudeo né greco;  non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).

Ciò non significa fagocitare l'altro eliminando le differenze per assimilarlo alla propria cultura, perché è proprio nella differenza che Cristo prende carne, facendo diventare la diversità occasione di dialogo e di comunione.

La differenza non  viene  eliminata, ma relativizzata e, direi, sublimata.

C'è qualcosa che sta alla base delle differenze. Ed è che tutti siamo figli dello stesso Padre, tutti siamo eredi della sua santità, e a tutti allo stesso modo è dato il dono della vocazione ad essere uno in  Cristo Gesù.

I cristiani "quelli della via"

Per finire mi piace ricordare come la chiesa primitiva definisce i cristiani. Negli Atti sono chiamati “quelli della via”, nella Lettera agli Ebrei “ospiti e pellegrini sulla terra”,  nella I Lettera di Pietro “forestieri e esuli” dove l'aspetto unificante è dato dalla provvisorietà, dal limite che tiene lontani dalla brama del possesso perché “non abbiamo qui una città stabile”.

La consapevolezza di vivere in modo provvisorio nella terra in attesa della patria celeste non esenta dalle responsabilità e non de-potenzia la terra in favore della patria celeste, ma, anzi,  la nostra terra ne rimane illuminata e la luce le fornisce un orientamento: veniamo da Dio e camminiamo sempre migranti verso Dio.

Questo è il nostro atto costituzionale che ci libera da ogni tipo di idolatria personale e socio istituzionale e serve a preservarci da quella malattia che, come un virus che non si riesce del  tutto a debellare, prende il nome di etnocentrismo.

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