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La lampada e la veglia

Per chi nell’assenza tiene accesa l’attesa (immagine: tempera di Giuseppe Sala).
Diciannovesima domenica del tempo ordinario. Per i testi liturgici clicca qui

 

 

Carissimo, carissima,

L’estate arriva con la sua promessa di libertà e respiro. È il tempo in cui molti si mettono in cammino, lasciano le sicurezze domestiche, cercano l’aria aperta e, insieme, la possibilità di una tregua. Ma proprio in questa tregua – fatta di vacanze, orizzonti più larghi, silenzi che sembrano vuoti – si nasconde un rischio sottile: la vigilanza si affievolisce, il cuore si rilassa fino a dimenticare cosa davvero custodire.

Che i servi non scappino, non siano servili né padroni

Non è semplice questo equilibrio: che i servi non scappino, non diventino schiavi servili, ma nemmeno tiranni o sciacalli che approfittano dell’assenza del padrone. Che siano piuttosto sorpresi e sorprendenti, capaci di accogliere ogni istante con stupore, pronti a fare del tempo dell’attesa un tempo vivo.

Le tre parabole di Luca di queste domeniche si intrecciano come un unico canto di veglia e invito alla vigilanza perché il cuore non si addormenti nel tempo dell’estate, quando tanti si mettono in viaggio ma tutti siamo più vulnerabili alla distrazione.  Non basta viaggiare o fermarsi. C’è un nodo profondo tra assenza e attesa, tra fiducia e controllo, che ogni discepolo e ogni comunità è chiamato a sciogliere con coraggio. La prima parola è rivolta alla Chiesa, la seconda possiamo allargarla a tutta la nostra società civile. Gesù ci invita ancora una volta a cambiare sguardo, a scoprire qual è il nostro vero tesoro e dove il nostro cuore realmente dimora.

Capovolgere la prospettiva: il padrone si fa servo

Gesù ci sfida a scoprire il nostro tesoro e a ritrovare il cuore. Il capovolgimento più profondo della parabola è nella nostra attesa del Signore e nel suo ritorno. Al suo ritorno il padrone si fa servo. E non un servo qualunque, ma colui che «passerà a servirli». È il Signore che, anziché dominare dall’alto, si china e “passa a servire”.   La fiducia del padrone non è ingenua: è ciò che tiene accesa la lampada nei cuori dei servi, alimenta la loro vigilanza, fa nascere nei servi la fedeltà, tiene viva la loro attesa e trasforma l’assenza in promessa, nutre la gioia dell’incontro che verrà.

È un modello di potere nuovo, un potere che si fonda sulla fiducia e sulla fedeltà, che non opprime ma genera attesa e speranza. Risvegliare quell’attesa è il primo atto d’amore, il primo gesto di cura, perché l’arrivo dell’altro ci colga di sorpresa, felici e pronti. «E verrà, se insisto a sperare, non visto... Verrà, già viene il suo bisbiglio» (C. Rebora). Le cose più importanti non si cercano con l’ansia, ma si aspettano con pazienza e attenzione (cfr. S. Weil).

L’urgenza evangelica della piccolezza

«Non temere, piccolo gregge»: ci è stato dato il Regno. Ma proprio perché è un dono, e non un possesso da agguantare, esso ci chiama a vivere da vigilanti. Con le vesti strette ai fianchi, la lampada accesa, nel cuore della notte, nel cuore delle domande. Il Regno non arriva con clamore. Entra nel silenzio più profondo, nelle ore in cui solo chi veglia può riconoscerlo. Si rivela nel silenzio, nel vegliare con amore più che nel sapere.

Siamo quel piccolo gregge a cui è affidato il Regno. Annodiamo così l’amore che non tradisce, la fede che resta nel buio, la speranza che tiene acceso il cuore. Sciogliamo il nodo del controllo che spegne la fiducia e ci fa perdere il senso dell’attesa.

Servi vigilanti: il nodo tra assenza e attesa

«Beati quei servi che il padrone, al suo ritorno, troverà ancora svegli». Quando il padrone tarda, il servo si distrae.

Quando Dio tace, il cuore si smarrisce. Eppure, è proprio nel vuoto, nel silenzio dell’assenza, che si misura la fedeltà vera. La parabola capovolge tutto: il padrone diventa servo, colui che serve la tavola, perché chi attende lo assomiglia. Il confine è netto tra dominio e custodia, tra sorveglianza opprimente e veglia amorevole. Non si tratta di sorvegliare il tempo, ma di vegliare il cuore.

Non perdere il cuore nel tempo dell’assenza è l’urgenza di questo tempo.

L’urgenza nella Chiesa: la purificazione del volto di Dio

È tempo di abbracciare la piccolezza evangelica, di riconoscere la nostra fragilità come grembo di speranza. Questa purificazione del volto di Dio, da ogni sua incrostazione, è necessaria, perché nelle veglie diurne e notturne, nei giorni in cui il Regno sembra nascosto, nel cammino della Chiesa torni a brillare sulle genti il volto di Cristo.

Abramo, «pellegrino senza dimora», aspettava una città dalle fondamenta salde, «il cui architetto e costruttore è Dio stesso». Così anche noi siamo chiamati a tenere viva la nostra attesa, con le vesti strette e la lampada accesa, pronti all’arrivo del Signore.

Un gesto da custodire e lasciar agire

Ogni sera accendi la lampada dentro di te. Prima di dormire, chiediti: Dov’è stato oggi il mio tesoro? Dove ha abitato il mio cuore? Respira. Lascia andare ciò che pesa. Fai spazio. Scegli un pensiero, un oggetto, un’abitudine da lasciar andare come offerta. Così, nel silenzio della notte, diventerai uno di quei servi svegli, pronti ad accogliere la vita.

Con te, nelle veglie diurne e notturne

Veglia

Non dominare il tempo,
non dormire nel vuoto.
Sii presente
quando nessuno guarda.

Non cercare padroni,
né diventarlo.
Custodisci il silenzio
come si custodisce un fuoco.
Veglia.
Perché verrà —
ciò che ami
senza clamore.
E ti troverà sveglio.

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