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Una spiga vale più della zizzania

Sedicesima domenica del Tempo Ordinario. Il collaboratore che ci accompagnerà con i vangeli delle prossime domeniche è don Enrico d’Ambrosio. Ci ha mandato, in anticipo anche quella di questa domenica. La pubblichiamo volentieri, dopo quella di fra Angelo Preda, apparsa ieri.

All’inizio della creazione c’è un seme buono.
Non siamo per le narrazioni semplificanti.
Per i testi liturgici di oggi clicca qui.

 

 

Dio semina bene

«Il Regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo». Dio semina bene. Sempre. All'origine della creazione non c'è il male. Non c'è la zizzania. C'è un seme buono affidato alla terra. C'è una promessa consegnata alla storia.

Poi, mentre tutti dormono, arriva il nemico. Il male entra spesso così: nelle distrazioni del cuore, nel sonno lentezze della coscienza, nelle notti in cui smettiamo di custodire la vita. E la zizzania cresce insieme al grano. Questa è la scoperta dolorosa dell'uomo: il bene e il male abitano lo stesso campo. Abitano il mondo. Abitano la Chiesa. Abitano ciascuno di noi. Il nostro cuore è un pugno di terra dove crescono insieme spighe e erbe infestanti, luce e ombra, desiderio di bene e ferite antiche. Nessuno è soltanto buon grano. Nessuno è soltanto zizzania. E nessuno coincide con la parte peggiore di sé.

Il dramma non è il male fuori di noi

Chi fa il bene si scontra con il male. Questo lo sappiamo. Più difficile è accettare un'altra verità: il male non è soltanto fuori di noi. È dentro di noi. Dentro le nostre relazioni. Dentro le nostre comunità. Dentro il nostro stesso cuore. Finché i cattivi sono gli altri tutto sembra semplice. Il Vangelo invece ci costringe a riconoscere che il campo è unico. Il grano e la zizzania crescono intrecciati. È questa la vera domanda della parabola: da dove viene il male? E soprattutto: che cosa fare di fronte al male?

La tentazione della mela marcia

I servi vedono la zizzania e reagiscono immediatamente. Sono, diremmo oggi, interventisti nel conflitto che si è creato: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». La risposta sembra ragionevole. Individuare il problema. Trovare il colpevole. Eliminarlo. È la logica della mela marcia. È la tentazione di ogni tempo.

Ma la realtà è più complessa. La zizzania non porta mai soltanto il volto dell'altro. Primo Levi parlava di quella "zona grigia" nella vita di tutti come quello spazio umano in cui i confini tra bene e male non sono mai netti come vorremmo.   Il Vangelo conosce bene questa verità. Per questo Gesù rifiuta ogni semplificazione. Chi divide il mondo in buoni e cattivi finisce quasi sempre per smettere di comprendere l’uomo, proprio perché il suo cuore di rivela cattivo.

La fretta di strappare

L'uomo ha fretta. Vuole intervenire. Vuole correggere. Vuole purificare. Vuole estirpare. Anche la storia recente mostra quanto possa essere pericolosa questa impazienza. Molte guerre sono state giustificate come necessarie per eliminare un male. Molti interventi "preventivi" sono stati presentati come inevitabili. Eppure, spesso hanno generato mali e disordini più gravi di quelli che pretendevano di eliminare (Magnifica Humanitas, nota 182). Gesù diffida di questa logica. Non perché sottovaluti il male. Ma perché ama il grano. «Lasciate che crescano insieme». Non è indifferenza. È sapienza. È la consapevolezza che la violenza, mentre strappa la zizzania, può sradicare anche il bene ancora fragile.

Contro le narrazioni semplificanti

Anche oggi il male cresce attraverso racconti semplici. Amico contro nemico. Noi contro loro.

Buoni contro cattivi. Papa Leone osserva che gli ambienti digitali possono amplificare polarizzazioni, risentimenti e paure, rendendo sempre più difficile un discernimento comune (MH 192). Quando perdiamo la complessità dell'umano, la violenza appare inevitabile. Quando dimentichiamo la fragilità condivisa, il conflitto diventa accettabile. La parabola della zizzania è una scuola di sguardo. Ci insegna a resistere alle semplificazioni. A non ridurre nessuno a un'etichetta. A non demonizzare l’altro, il nemico, a non identificare una persona con il suo errore. Dio ti chiama a operare nel campo del mondo a partire dalla promessa. Tu non sei le tue debolezze. Sei le tue maturazioni. Non sei il tuo peccato. Sei il bene che Dio continua ostinatamente a seminare in te. Nessuna persona coincide con il proprio errore. Il peccato non rivela mai interamente un uomo. È il bene che dice la verità profonda di una vita.

Una spiega vale più della zizzania

Dio guarda il campo diversamente. I servi vedono la zizzania. Dio vede il grano. Noi siamo attratti dal negativo. Una sola erbaccia ci fa dimenticare cento germogli. Una ferita oscura mille gesti d'amore. Un peccato ci impedisce di vedere una vita intera che cerca la luce. Ma Dio guarda diversamente.

Il bene pesa di più. Anche quando fa meno rumore, quando cresce lentamente. Anche quando resta nascosto.

Dio coltiva il bene

Dio non nega il male. Lo vede. Lo chiama per nome. Ma rifiuta di lasciargli l'ultima parola. Per questo continua a suscitare uomini e donne che custodiscono la vita, proteggono i fragili, aprono strade di riconciliazione (MH 211).

I santi, i giusti davanti a Dio, non eliminano magicamente il male. Lo contrastano generando il bene.

È questa la strategia di Dio. Non fissarsi sulle tenebre. Accendere luce.

La carne dove Dio abita

Il Figlio di Dio non è venuto a separarsi dal campo. È entrato nel campo. Ha assunto la nostra carne fragile. Papa Leone ricorda che l'Incarnazione ci conduce proprio lì: nel pianto dei piccoli, nella fragilità degli anziani, nel silenzio delle vittime, nella lotta interiore di chi combatte contro il male che non vorrebbe compiere (MH 231).

Dio salva il mondo dall'interno. È come lievito nella pasta, come il seme nella terra, come il grano che cresce lentamente. Il Regno cresce in silenzio. Per questo il Vangelo non chiede anzitutto di estirpare il male. Chiede di far crescere il bene. Vuoi davvero togliere forza alla zizzania? Semina bontà. Custodisci la luce. Proteggi ciò che genera vita. Non lasciare inaridire la parte migliore di te. La terra non segue la legge dell’equivalenza. È eccedente. Generosa. Restituisce molto di più di quanto riceve.

Non giudici del campo, ma custodi del seme

Dio sa attendere. La maturazione richiede tempo. Nessuna spiga nasce in un giorno. Come scrive Tolkien -citato da papa Leone -, non ci è chiesto di governare tutte le maree del mondo, ma di lasciare ai figli una terra più sana da coltivare (MH 213). Il nostro compito non è diventare giudici del campo. È diventare terra feconda. Custodire il seme. Dare tempo alla vita. Far crescere ciò che genera amore, giustizia e mitezza.

Vuoi strappare davvero il male? Non stancarti di fare il bene. Perché il male arretra soltanto quando il bene finalmente fiorisce.

 

Pazienza e sapienza di Dio

La zizzania
c'è.
Inutile nasconderlo.

Non è che il padrone del campo
non l’abbia vista…
Noi strappiamo.
Lui attende.

Lui l’ha seminato
buono.
Conosce
la forza segreta
del grano.

Il bene
matura
in silenzio.

Sai cos’è?
Ascolto
Sono orecchi.

Dove cadono i tuoi occhi?
Io vedo
il male
dappertutto.

Dio vede
crescere il seme.
E già intravede
il pane.

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