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La cronaca accoglie l’eterno. Sei nella beatitudine

santi e morti

Giorno dei morti. "Beati i poveri... beati quelli che sono nel pianto..." in tempi di guerra e di violenza.
Don Matteo Cella, parroco del Villaggio degli Sposi, inizia i suoi commenti ai vangeli della domenica. Oggi la sfida è impegnativa: dire in termini moderni le beatitudini. Sono il vangelo della feste dei santi e dei morti (Immagine: tempera di Giuseppe Sala9

 

 

Messaggi "ultimi". Da Gaza

«Non ho mai esitato a trasmettere la verità così com’è, sperando che Dio fosse testimone di chi è rimasto in silenzio e di chi ha soffocato il nostro respiro». Anas al Sharif ha lasciato questo messaggio da pubblicare come testamento in caso di morte. È uno dei circa 250 giornalisti morti a Gaza sotto i colpi sparati dall’esercito israeliano. Lavorava per Al Jazeera, la sua redazione era in una tenda, l’IdF l’ha accusato di essere un collaborazionista dei terroristi di Hamas.

Anche Mariam Abu Dagga era una giornalista. Anche lei è morta ad agosto 2025 sotto le bombe israeliane. Si trovava presso l’ospedale Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Anche lei ha lasciato un messaggio: «Ti chiedo di non piangere per me, ma di pregare per me, così che io possa restare serena». Il destinatario di queste parole è il figlio Ghaith, dodicenne. Con grande padronanza di sé, una madre mette nelle mani del figlio – in un ideale passaggio di testimone nella staffetta della vita – una parola di speranza e una richiesta di impegno: «Ho sempre fatto tutto per renderti felice, per tenerti gioioso e a tuo agio, per darti tutto. […] Tu sei il mio amore, il mio cuore, il mio sostegno, la mia anima e mio figlio di cui sono fiera. Sarò sempre felice di sentire della tua buona reputazione».

Le voci di chi cerca un futuro buono mentre è testimone della violenza, della guerra, della fame, della mancanza di giustizia, del disprezzo e del discredito gettato sui fragili da parte di chi ha una posizione di forza ci possono aiutare a capire la portata del messaggio delle beatitudini.

Il monte e le macerie

Sovrapponiamo la scena del monte di Galilea dove Gesù ha raccolto i discepoli alle immagini della distruzione nella striscia di Gaza o in qualsiasi altro angolo di mondo segnato dalla ferocia della guerra. Possiamo provare a ritradurre il discorso della montagna con parole nostre. Un esercizio sempre necessario e perennemente parziale.

Se vedi il male ma racconti la storia per fare verità e non per alimentare odio e invocare vendetta, sei nella beatitudine.

Se vedi la sofferenza e non urli con rabbia contro la vita ma continui a sperare nella fine di ogni ostilità, sei nella beatitudine.

Se incroci lo sguardo tagliente di chi ha l’odio nel cuore ma continui a credere che l’umanità sia chiamata alla fraternità, sei nella beatitudine.

Se conosci un tempo di oppressione e persecuzione ma immagini che si debba compiere la profezia annunciata da Isaia che attende l’incontro tra tutti gli esseri viventi senza più prede e predatori, sei nella beatitudine.

Se sei nella storia, la assumi come unica possibilità che ti è data e la ami per ciò che è nonostante le sue ambiguità e i suoi tradimenti, sei nella beatitudine.

Se sei un padre o una madre e devi lasciare i tuoi figli, se sei un figlio o una figlia e non puoi più salutare i tuoi genitori, se sei un fratello o una sorella rimasto solo e non disgusti ogni altra persona sopravvissuta al tempo, sei nella beatitudine.

Se di fronte al buio della morte non perdi la convinzione che la vita sia luce, sei nella beatitudine.

Già risorti

Il discorso più celebre e citato di Gesù non è un generico atto di fiducia nella vita. Quanto pronunciato sul monte viene dalla consapevolezza del male che intorpidisce il cuore umano. Le parole del Maestro sono cariche del peso della croce caricata sulle spalle dell’innocente. La lucidità con la quale Gesù guarda la vita e la storia non gli ha impedito di scegliere il bene, di pronunciarsi con verità, di rinunciare all’aggressività vestendo i panni della mitezza, di agire per la pace e il bene dell’altro, di rischiare.

Lui è il vero uomo delle beatitudini ma non ne è geloso. Condivide questa sorte con una moltitudine di donne e di uomini che si sentono raggiunti da un raggio di luce, da una promessa di vita che devono consegnare come testamento a chi resta.

L’uomo delle beatitudini è già il Risorto nel tempo che scorre: è il Santo nel quale si rispecchiano i santi della storia. Loro, una profezia vivente, uno scandalo che continua ad interrogarci, una promessa che ci impedisce di disperare.

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