Il Dio bambino a Betlemme

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Nulla di straordinario nella nascita di Gesù a Betlemme.
Dio si fa piccolo e fragile.
Simeone vede nel bambino di 40 giorni “la salvezza di Dio”

Secondo la tradizione Gesù visse poco più di 33 anni, ma l’agire pubblico di Gesù fu solo di 3 anni. La prima e la più lunga parte fu in Galilea, a Nazaret, nell’ambito familiare.

Ci immergiamo nel mistero di Dio.

Piccolo, indifeso. Chiede solo di essere accolto

Il Messia atteso da secoli e secoli, l’Unto di Dio, il Figlio dell’Uomo, come lui stesso si definisce, passa la maggior parte della sua esistenza nel nascondimento, senza niente di notevole, tanto da poter essere tramandato.

Sono anni persi? Che senso hanno?

I Vangeli canonici sono molto discreti, dicono poco, tanto che gli apocrifi si sono sentiti in dovere di riempire pagine attribuendo al giovane Gesù ogni sorta di miracoli, alcuni fin dalla culla.

Ma non c’è bisogno.

Rinuncia ad essere l’Unico per far diventare “unici” tutti i figli che diventano uomini

Occorre accettare il paradosso e contemplare l’inaudita grandezza di Dio che si rivela mediante un uomo, l’uomo nella ordinarietà di una vita che non si discosta per nulla dalle altre vite di quella terra del Medio Oriente, nel piccolo paese di Nazaret.

La grandezza di Dio, la sua trascendenza, si rivela nel “bimbo avvolto in fasce”. Così Dio si fa piccolo, dipendente, privo di difese, chiede solo di essere accolto. Si spoglia della sua gloria, rinuncia ad essere l’Unico per far diventare “unici” tutti i figli che diventano uomini.

Dio agisce nell’anonimato, nel quotidiano, entra nel profano e, pur lasciandolo profano, gli dona luce, verità, direzione, e un’apertura alla speranza.

I pastori vedono solo “un bimbo avvolto il fasce”

Già qui c’è la rivelazione del piano di Dio. Già qui, nell’incarnazione, si è instaurato il Regno, prima ancora che le “opere” lo attestino.

È l’intuizione, che poi diventa la sua vocazione, di Charles de Foucaud: la quotidianità come tempo redento, la terra come spazio santificato.

Niente di straordinario fin dalla nascita. O meglio, lo straordinario c’è, gli angeli, il canto dell’Alleluia, la stella, i  Magi, ma, come bene annota Bruno Maggioni, tutto questo rimane all’esterno. Quando i pastori vanno alla rotta, vedono solo un “bimbo avvolto in fasce”.

Così si manifesta il nostro Dio.

Et verbum caro factum est”

La parola di Dio, la sua essenza, si fa carne, sarx, debolezza, vulnerabilità, “in tutto simile agli uomini eccetto che nel peccato”

La parola di Dio, la sua essenza, si fa carne, sarx, debolezza, vulnerabilità, “in tutto simile agli uomini eccetto che nel peccato”

Lo esprime bene il vecchio Simeone, il cercatore di Dio, che, mosso dallo Spirito, riconosce nelle tenere carni di un bimbo di 40 giorni “la salvezza di Dio davanti a tutti gli uomini, luce per le genti e gloria per Israele” (Lc 2, 30-31).

Così era stata l’annunciazione. Niente di eclatante. L’angelo non appare nel tempio, come a Zaccaria, ma in casa, in un giorno qualsiasi nella quotidianità della vita. Poi i solerti agiografi e i relativi  pittori raffigurano Maria in preghiera, ma il testo di Luca non lo dice. 

“Gesù cresceva in età, sapienza e grazia”

La grandezza di Dio non ha bisogno di trionfi.

Certo, questo richiede una continua conversione teologica perché l’epifania del Signore, nell’assenza della straordinarietà, sconvolge i nostri schemi e capovolge le regole su cui si fonda la potenza umana.

Nell’assumere la quotidianità, Gesù prende su di sé la finitudine dell’uomo, di un uomo  che sperimenta la relatività di ogni cosa, che la terra non è ancora il paradiso, il tempo non è l’eternità, che la  propria libertà si scontra con quella degli altri. E si fa umile, perché fatto di humus, di terra, come tutti noi. Non ci sono trucchi. 

“Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52).

Gesù “cresceva”. Quindi anche lui ha dovuto sottomettersi alla fatica di crescere, per imparare a  convertire la sua volontà, i suoi desideri per adeguarli a quelli del Padre, fino al punto che, ai genitori, che angosciati lo cercavano al tempio, risponde “Non sapevate che è necessario che io mi occupi delle cose del Padre mio”?

Nel piccolo anonimo borgo di Nazaret  Gesù matura “l’ubbidienza della fede” come una necessità, esperienza che ripeterà più tardi fino alla croce, scoprendo gradatamente la propria identità e la propria messianicità, rendendosi così capace di non sottostare a quelle  “necessità” imposte dai poteri di questo mondo.

Una Sapienza che si manifesta in un germoglio su un ramo secco, in un fiore che sboccia nella steppa

Celebrare il Dio bambino e l’uomo di Nazaret significa dar credito a una Sapienza che si manifesta in un germoglio su un ramo secco, in un fiore che sboccia nella steppa, nel lievito che si perde nella pasta, perché questo Amore non si impone per mezzo di una luce accecante che costringe l’uomo ad inginocchiarsi, ma si rivela nel “silenzio di una brezza leggera”(I Re19,12).

È la mistica dei giorni feriali: lo spazio della fede, l’esercizio della pazienza, l’occasione ad amare e ad essere fedeli nella ferialità delle situazioni che la vita richiede.

Allora, guidati dallo Spirito, il buio della notte si dissolve e si dischiude il mistero silenzioso del Dio fatto uomo che irrompe nella storia.

Lui che “fa nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).

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