Si conclude con questo contributo il dibattito, impegnato e impegnativo, sulla crisi della fede che non è riuscita a "passare" dagli adulti ai giovani. All'origine del dibattito l'articolo di Daniele Rocchetti
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Caro Daniele, sollevi nel tuo articolo molti tempi complessi che richiederebbero lunghi tempi. Reagisco raccogliendo senza alcuna pretesa alcune cose che mi sono risuonate.
L’erosione dell'edificio
Si è combattuto il comunismo (che in sé pur con le sue derive e deviazioni aveva uno spirito e logica comunitaria) e non ci si è accorti del capitalismo (che in sé inocula una visione individualista). Ma l’errore di fondo è stato poi credere di combattere un nemico concepito come soltanto esterno a noi senza accorgerci che questo nemico e la sua logica non era solo esterno, ma interno a noi e ne avrebbe intaccato l’anima tanto da adottare noi stessi in modo ingenuo e acritico linguaggi, visioni, comportamenti e pratiche.
Non sono così sicuro che un tempo come dice Pasolini tutto era avvolto dal profumo del pane, c’era dietro anche tanta violenza, costrizione, conformismo una religione di consuetudine con forti dispositivi di controllo. Certo teneva perché ancora c’era l’impalcatura del catecumenato sociale che faceva da contenimento. Non si è così percepito che la casa si stava erodendo dall’interno, e che dietro all’abbellimento di una facciata che ci faceva credere della solidità dell’edificio stesso pur in mezzo ad eventi atmosferici avversi; venuto meno un tale contenimento la casa è crollata scuotendone fin dalle sue fondamenta.
Un cambiamento d'epoca. I segnali della crisi di antica data
Mi impressiona sempre quello che scrisse in tempi antecedenti alle nostre analisi e per dei tempi che noi ritenevamo ancora intatti e fruttuosi per la fede il Vescovo Bernareggi
Ci riferiamo in particolare alla lettera indirizzata al suo clero bergamasco: Responsabilità del sacerdote nell'ora attuale (9 novembre 1944!). Nel 1 capitolo offriva una lettura interpretante e anticipatrice della crisi spirituale della nostra cultura. Il vescovo percepiva che con la guerra si sarebbe determinata a livello culturale svolta irreversibile, il mondo anche in rapporto al Credo cristiano e alla Chiesa non sarebbe più stato quello di prima. Bernareggi tuttavia credeva di poter far leva sulle energie migliori non tanto per “salvare il salvabile”, quanto “per preparare addirittura una rinascita cristiana”:
«Comprendiamo infatti, come non ci troviamo di fronte ad uno dei soliti periodi, ricorrenti quasi a cicli, di difficoltà spirituale, ma di fronte ad una svolta importantissima della nostra storia del mondo, ad una delle crisi più profonde della vita del Cristianesimo e della Chiesa. Sotto gli aspetti politici ed economici è il problema della stessa concezione della vita che soprattutto si cela. […] Il senso religioso si è dunque oscurato, e talvolta si direbbe perfino spento, almeno praticamente. E peggio ancora si dovrebbe dire del senso morale, che in molti è del tutto scomparso. Non vi è più il senso del bene e del male, del lecito e dell'illecito, della virtù e del peccato. Tutto è uguale. Solo l'interesse o il pericolo sono norma dell'azione. È un mondo senz'anima… […] e pare che le idee cristiane siano impazzite, idee sostanzialmente buone, derivate proprio dall'idea e dalla tradizione del Cristianesimo, ma che, separate dal complesso cristiano, (il credo) e staccate dal loro nucleo vitale (la comunità cristiana), hanno finito per dirottare e per smarrire la coscienza dei cristiani. E il clero ha spesso dormito".
Bernareggi in altri passi afferma come la guerra segni uno spartiacque e una svolta inarrestabile anche per il nostro cattolicesimo bergamasco
Un cattolicesimo pallido e disincarnato
Emmanuel Mounier il promotore, attraverso la rivista Esprit, della spiritualità dell’engagement già negli anni ’40 del secolo scorso denunciava il «pallore disincarnato di un certo cattolicesimo» fondato su una dottrina ritenuta granitica e ignaro della complessità della cultura che lo circonda.
Se lo confrontiamo con un passaggio della Evangelii Gaudium di Papa Francesco ci sorprende.
Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù (n. 73)
Si rende necessaria un’evangelizzazione che illumini i nuovi modi di relazionarsi con Dio, con gli altri e con l’ambiente, e che susciti i valori fondamentali. È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città. Non bisogna dimenticare che la città è un ambito multiculturale (n. 74)
E ancora
Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo (n. 52).
E questo con i suoi rivolti molto pratici.
Queste convinzioni e pratiche di solidarietà, quando si fanno carne, aprono la strada ad altre trasformazioni strutturali e le rendono possibili. Un cambiamento nelle strutture che non generi nuove convinzioni e atteggiamenti farà sì che quelle stesse strutture presto o tardi diventino corrotte, pesanti e inefficaci (n. 189).
Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia (n. 27).
Gli ideali non sono fuori
C’è tutto il discorso sugli idoli postmoderni (la riflessione di Sequeri) non sono esterni a noi è il tema del clericalismo e mondanità, del legame tra religione e paura di perdere il potere. Meglio sacrificare vite! Invece di generarle!!! Questo fa un cristianesimo senza storia e senza carne.
Dove il logos perde forza, la reazione a catena del polemos (della guerra, della violenza, dell’aggressività di tutti contro tutti) guadagna terreno e si fa incontrollabile. Nel deserto del suo abbandono, il popolo si rassegna a falsi vitelli d’oro. In un mondo che rimane senza l’audace e creativa testimonianza dell’umanesimo cristologico di Dio, il politeismo degli dèi razzisti e corporativi occupa la scena. Lo svuotamento dell’Incarnazione fa regredire la religione e l’umanesimo.
Se un tempo il compito che la chiesa si dava era di rendere cristiani gli uomini oggi è piuttosto quello di rendere umani i cristiani.
La mancata mediazione culturale della fede
Abbiamo mancato ad una mediazione culturale del cristianesimo a riconoscere l’incidenza del costume nel plasmare la coscienza e le forme dell’agire come ripetutamente richiamava G. Angelini. Noi ancora una volta piuttosto che rimettere mano all’edificio nella sua interezza ci eravamo preoccupati di abbellire la facciata con il progetto culturale della chiesa italiana come il sogno di ritagliarci un nostro terreno di riconquista o di poter continuare su un binario parallelo piuttosto che di lasciarci interrogare e istruire nella storia per ripensare l’essenziale nell’annuncio del vangelo. E poter arrivare a ripensare una forma di chiesa sostanzialmente rimasta con l’impianto tridentino, ma senza più la sua presa capillare grazie ad una visione e forma complessiva propria di Trento, e sospendendo con sospetto, congelando per molto tempo l’apertura e la visione della Chiesa generata nel Concilio Vaticano II. Pensiamo anche solo ai numeri 42-46 della Gaudium et Spes…
Nel frattempo, oggi ci troviamo dentro ad un cambio di paradigma antropologico che fatto saltare ogni evidenza etica e chiede di non darle più per scontate, piuttosto di suscitarle intraprendendo nuove strade.
Diagnosi e dimissione senza cura
Bravissimi nelle diagnosi (vedi già dal La Chiesa italiana e le prospettive del Paese.
Documento del Consiglio Permanente del 1981!) per dimettersi puntualmente dal compito di un ripensamento complessivo della proposta cristiana lasciandosi interpellare dai cambiamenti domandandosi quali sono le azioni di cura che il vangelo suscita e che non sono più rinviabili.
È come se non riuscissimo più a trovare nemmeno il pozzo dove ogni samaritana anche oggi va ad attingere acqua e pertanto non riusciamo nell’annuncio del vangelo a intercettare la sua sete viva.
O per dirla con la lettura di ieri facciamo fatica a individuare fuori dai nostri perimetri quei nuovi rivoli o fiumi di acqua dove ancora oggi della gente si raduna, prega, cerca vita nuova. È dove scorre l’acqua, non dove rimane stagnante, che l’annuncio del vangelo può trovare apertura ed accoglienza e rispondere alla sete dell’uomo del nostro tempo. Se non trovo dentro quest’acqua viva, se dai nostri templi e pratiche non scorre più acqua, gli uomini e le donne vanno a cercarla fuori. Ci mancherebbe altro che si accontentassero di intingere soltanto la mano in acquasantiere vuote o stagnanti.
La trasmissione non trasmissibile della fede
La nostra iniziazione cristiana non inizia più nessuno a nessuna cosa. Fa da specchio a un infantilismo della fede. Non abbiamo certo favorito una fede adulta e matura. Mentre la vita stessa volente o non volente chiede proprio questo agli umani. Un infantilismo della fede che è tutt’altra cosa dall’infanzia spirituale di Teresina di Lisieux che già al suo tempo non risparmiava certe stoccate alla chiesa e ai preti.
S’è inceppata la catena di trasmissione. Ma anche qui l’immagine della catena non mi è parsa mai così del tutto convincente e esaltante ed attraente. Mi richiama qualcosa di meccanico e di automatico. Per fortuna che non è più così. La catena di montaggio è stato per molti operai un lavoro alienante tanto da sperare di poter cambiare prima o poi il posto di lavoro. Penso che le nuove generazioni, da qualche generazione ha percepito come alienante una fede trasmessa in tal modo. Non di trasmettitori ma di traghettatori abbiamo bisogno, di passanti come il Maestro di Nazareth, di testimoni che facilitino il passaggio e che prima ancora sappiano riconoscere che “non io ti salvo” ma “la tua fede ti ha salvato”. (Tutta la riflessione di Theobald) Che il vangelo è già là dove la vita accade. Ma tale affermazione è uno slogan o è capace di indicare realmente una svolta?
Come si può trasmettere la fede in un così cambiamento d’epoca dove già in molti ambiti dell’esperienza umana molti saperi e pratiche delle generazioni adulte si rivelano non più trasmissibili alle nuove generazioni? Piuttosto sono le nuove generazioni che possiedono nuovi saperi, sanno usare strumenti, che noi fatichiamo a padroneggiare. In questo senso il contesto di oggi non ci richiama un aspetto radicale che la fede in sé è intrasmettibile? E che il nostro compito è quello di dissodare il terreno e lasciandoci interrogare, liberando nuove energie di immaginazione per riconoscere in quali altre forme la fede in Gesù oggi può prendere carne e corpo, parlare e toccare l’esistenza umana in un atteggiamento di ascolto e di apprendimento, e poi di accompagnamento dei giovani stessi?
Non so dire di più, ma sento che una nuova forma del vivere e forma della fede non è possibile immaginarla solo in modo unidirezionale da adulti a giovani - ma che gli adulti si pongano in un atteggiamento di apertura di ascolto e anche si lascino accompagnare in umile ricerca dalle domande scomode delle nuove generazioni. Manchiamo di visione perché siamo poveri di immaginazione.
Come scrisse Duilio Albarello «Il contrario di una vita buona non è immediatamente una vita cattiva, malvagia, bensì è una vita vana, vuota, che non ha prospettive o si limita ad aspettative di corto respiro»