Guardare indietro. Guardare avanti

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Usare il retrovisore o il cannocchiale.
Viviamo male il presente, staccati dal passato. E dal futuro

Leggo il settimanale della Croix. L’editoriale – firmato da Bruno Bouvet – dice che la prospettiva di questo numero ha preso come suo modo di osservare “più un cannocchiale che un retrovisore”. Dunque, si sforza più di guardare a quello che sarà, più che a quello che è stato. Apprezzabile.

Si preferisce guardare a quello che si conosce: il passato

Ma quello che è stato è certo, quello che sarà è solo probabile. Fa parte di molta nostra cultura di andare sul sicuro e di vedere con sospetto il semplice probabile. Salviamo il salvabile, insomma. Qualcuno riassume dicendo che la dominante della nostra cultura è la conservazione: siamo diventati – prevalentemente – reazionari. Per cui chi si sforza di non esserlo e guarda avanti più guardare indietro è diventato marginale. I visionari non vanno di moda.

Eppure, “decriptare gli eventi che si annunciano è anche un modo in più per non subirli”. Non solo, ma anche il passato non basta evocarlo e tanto meno fotocopiarlo per il presente. Non solo è impossibile ma superficiale e, per dirla tutta, falso. Infatti “Non siamo ciò che ci è capitato ma ciò che abbiamo fatto di ciò che ci è capitato”, dice in una intervista Delphine Horvilleur, donna-rabbino di Francia e scrittrice. Anche per il passato, insomma, dipende da come lo abbiamo vissuto. Viene, anzi, il dubbio che la passione per il passato, oggi, sia tanto più forte quanto più debole è stata la passione per il presente, ieri. Per cui la sbavatura è doppia: non si vive il presente e ci si rifugia in un altro presente diventato mitico solo perché diventato passato.

Mancano le generazioni che aiutano a transitare dal passato al presente

Questa difficoltà di legare ciò che eravamo con ciò che siamo e la conseguente difficoltà a immaginare ciò che saremo fa diventare importante il ruolo di alcune generazioni che si potrebbero definire “generazioni-ponte”. Mi sembra, a occhio e croce, che siano quelle generazioni di mezzo, sufficientemente vissute per vantare un passato e sufficientemente giovani per avere un bel futuro davanti a sé. Sono le generazioni di cui si parla di meno. Infatti, si parla molto di giovani, di vecchi, di bambini. Non si parla di trentenni e quarantenni. Sono le più assenti e le più taciute. Nella Chiesa, soprattutto.

Si parla molto di giovani, di vecchi, di bambini. Non si parla di trentenni e quarantenni. Sono le più assenti e le più taciute. Nella Chiesa, soprattutto

Tanto che ci si può chiedere se questo silenzio è causa o effetto della messa al margine di queste generazioni di “adulti-giovani”. Non se ne parla perché sono al margine o sono al margine perché non se ne parla”. Non è solo in giochetto di parole. L’oblio di questi preziosi compagni di viaggio è il segno della nostra incapacità di legare bene insieme passato, presente e futuro. Siamo smarriti. Al punto che non riusciamo a dare valore a chi potrebbe aiutarci a uscire dal nostro smarrimento.

E questo rimanda, in maniera del tutto evidente, al motore del nostro smarrimento: la paura. Tra guerra in Ucraina e possibile guerra nucleare, covid e possibile pandemia planetaria, crisi energetica e possibile implosione delle attività che danno vita alle nostre comunità… Tutto concorre a mettere paura. E quindi a difenderci e quindi a chiuderci. Un perfetto circolo vizioso e una possibile catastrofe perfettamente giustificata. 

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Redazione

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