La pasta può essere "antifascista" e il risotto "nero", nel senso politico del termine. Abbiamo a che fare con una politica che invade tutto o che è esclusa da tutto?
Esiste una pastasciutta “resistente” ed esiste il risotto al nero di seppia. La pasta “resistente” non nel senso che è difficile da masticare, ma nel senso che viene sentita come bandiera della resistenza: “pastasciutta antifascista”. Il nero di seppia, da parte sua vuole rappresentare l’alternativa destro-casalinga alla pastasciutta antifascista. Succede a Omegna, provincia di Verbano-Cusio-Ossola, Piemonte. Il comune aveva promosso, appunto, la pastasciutta resistente. Al comune ha risposto Luigi Songa, già coordinatore provinciale dei Fratelli d’Italia con il suo nero di seppia.
La politica si va a ficcare perfino nella pastasciutta e nel risotto. Da non credere. Si va dicendo da tutte le parti che “la gente” (che fascino indiscreto in questo generico indicatore di folle sterminate), che la gente si disamora sempre di più della politica, tanto che una buona metà di italiani – e non solo italiani – non va più a votare. E poi si va a leggere di questa guerra strapaesana in cui perfino la pastasciutta e il risotto fanno politica.
Il fatto da interpretato, come tutti i fatti. Prima ipotesi. La politica è in crisi dappertutto, ma non a Omegna e chissà in quali altri paesi, in cui ci si batte in politica perfino a colpi di pastasciutta e di risotto. Seconda ipotesi. La politica è in crisi anche a Omegna, dove in realtà non si usa la pastasciutta per fare politica, ma si usa la politica per mangiare pastasciutta. Nella prima ipotesi la politica vive in un remoto angolo del nostro paese. Nella seconda ipotesi, tutto il mondo è paese, anche a Omegna. La discussione è aperta.