Una nota alpinista francese durante una difficile la salita al Monte Bianco chiama il soccorso alpino: soffermiamoci sul laconico resoconto del salvataggio in elicottero.
L’euforia delle cime
Anne-Laure Boch, francese classe 1966, medico neurochirurgo, dottore in filosofia e appassionata alpinista, si è particolarmente distinta nel sostenere un approccio alla montagna ecologico, rispettoso dell’ambiente, non invasivo e, seppure in senso lato, “spirituale”.
Un suo libretto del 2008 “L’Euphorie des cimes” ha conosciuto un meritato successo ed è stato tradotto in italiano nella collana “Piccola filosofia di viaggio”. In tale opera ampiamente autobiografia, l’autrice propone un modo profondo, interiore, di avvicinamento alla montagna.
La montagna e il sacro
Non mancano accenti di carattere spirituale, tanto che il linguaggio utilizzato dalla scrittrice per descrivere le impegnative imprese e le emozioni che dominano le scalate, si avvale di termini come “ascensione” oppure “amore”, i sentimenti toccano “l’anima”; l’alpinista durante le sue estenuanti fatiche, passo dopo passo trova il tempo di “meditare” e di ritrovare sé stessa.
Pur non dichiarandosi credente, Anne-Laure Boch scrive:
Che lo si voglia o no, la montagna fa tutt’uno con il sacro… L’ascesa del corpo verso l’alto porta con sé l’elevazione dello spirito. Il semplice fatto di ascendere alle vette suscita in noi emozioni che non si deve aver paura di chiamare religiose: oscillando tra esaltazione e timore della profanazione, tra totem e tabù, riscopriamo il turbamento del richiamo trascendente.
Il soccorso in elicottero
Dopo ore di dura salita al Monte Bianco, sul versante della Mer de Glace, il tempo volge al peggio e si profila un pericoloso temporale. La cordata è in grave difficoltà e a quel punto, scrive in prima persona l’autrice:
Tirai fuori il mio cellulare… Mezz’ora dopo la chiamata, era già tutto finito. L’elicottero sopraggiunse immediatamente e calò fino a noi un soccorritore con un cavo, per poi issarci fino all’abitacolo. Una volta recuperato il suo carico umano, il potente velivolo ridiscese a valle e ci depositò a Chamonix, avviliti ma incolumi. I soccorritori si offrirono anche di riportarci in auto fino al nostro alloggio, ma declinammo e rientrammo a piedi, meditando sulle nostre carenze e i nostri errori.
Una riflessione
Nonostante nel libro della Bloch non manchino delicati sentimenti, nel racconto del salvataggio in elicottero mi ha colpito la mancanza di qualsiasi espressione di gratitudine, di riconoscenza nei confronti del soccorso alpino che, come scrive lei stessa, è immediatamente sopraggiunto portandola in salvo in brevissimo tempo: stiamo parlando, vorrei sottolinearlo, di un intervento senza il quale gli alpinisti avrebbero certamente rischiato la vita. Lo stesso rifiuto di farsi accompagnare in albergo mi sembra quasi esprimere una certa freddezza, una forma di distacco, un po’ come quando torniamo tardi a casa in taxi da una trasferta e, anziché farci lasciare proprio sotto casa, diciamo al taxista: «mi lasci pure qui che faccio due passi».
Al di là del caso specifico (possiamo anche immaginare che l’autrice abbia omesso alcuni particolari), l’episodio mi pare emblematico: nella società odierna, segnata oltretutto da un diffuso narcisismo, l’individuo tende a concentrarsi su sé stesso, perdendo di vista il contributo degli altri e vivendo in una bolla autoreferenziale.
In questo contesto, mi pare sempre più frequente il senso del “dovuto”, del “diritto” che facilmente si trasforma in aspettativa se non in vera e propria pretesa: si dà cioè per scontato ciò che si riceve (appunto come dovuto) e si perde la capacità non solo di stupirsi dei gesti di gentilezza, aiuto e soccorso (dal racconto oltretutto sembra che l’intervento richiesto sia stato del tutto gratuito e sappiamo che muovere un elicottero ha dei costi ben precisi!), ma persino di accoglierli, di vederli come tali.
La gratitudine, del resto, presuppone la capacità di riconoscere la moralità del bene ricevuto, dote non molto comune.
Gesù guarisce dieci lebbrosi
È il Vangelo stesso che ci pone davanti al profondo tema della gratitudine: durante il viaggio verso Gerusalemme Gesù incontra dieci lebbrosi che lo invocano dicendo “Gesù maestro, abbi pietà di noi!" Come detto loro da Gesù, essi si misero in viaggio verso il Tempio per presentarsi ai sacerdoti e lungo il tragitto furono sanati. Ma “uno solo di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo” era un samaritano (Lc 17, 12-19).
Uno solo su dieci!
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