Commento al Vangelo della XIII domenica del Tempo Ordinario. Chi accoglie il fratello accoglie Gesù. L’altro e il suo cuore sono come il Santo dei Santi nel tempio di Gerusalemme. E’ luogo sacro al quale bisogna avvicinarsi scalzi
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa ». (Mt 10,37-42)
“Chi accoglie voi accoglie me”
È un’equivalenza molto forte quella che stabilisce Gesù nel vangelo di oggi: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». (Mt 10, 40)
Gesù vuole che la testimonianza dei Dodici e oggi di tutti noi sia il modo per continuare Egli stesso la sua missione. È una responsabilità immensa per i discepoli e segno della fiducia che il Signore ha nei suoi figli, sempre e nonostante tutto. La Presenza di Dio vuole necessariamente passare anche attraverso delle persone concrete che siano innanzitutto accoglienti.
Mi soffermo oggi sul tema che unisce la prima lettura e il Vangelo: quello dell’accoglienza/ospitalità. Eliseo, ospite accolto dalla donna di Sunem, diviene portatore di benedizione per la donna ricca, ma senza figli, che sarà resa madre grazie all’intercessione del profeta. La donna di Sunem viene incontro alle necessità di Eliseo offrendo “una piccola camera in muratura con un letto, una sedia e una lampada” ma preliminare a questo è il riconoscimento e l’accoglienza dell’identità profonda dell’altro: “un uomo di Dio, un santo”.
Il vangelo attesta che chi accoglie i discepoli di Gesù non resterà senza ricompensa, anzi, l’ospite accolto e riconosciuto nella sua identità profonda, attrae e assimila a sé colui che lo accoglie: “Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto” (Mt 10, 41).
Avvicinarci scalzi all’altro
L’accogliere l’altro è sempre fecondo perché ci costringe a “diminuire”, a restringerci, a fare posto/spazio in primis ovviamente all’Altro e poi all’altro.
Al centro di tutta l’esperienza cristiana si impone la dimensione dell’accoglienza come si legge nella lettera agli Ebrei: «Non dimenticare l’ospitalità; alcuni praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13, 2). L’accoglienza del messaggero però non può prescindere dall’accoglienza di persone in carne e ossa, con la loro storia, le loro fatiche e le loro gioie, i loro bisogni che richiedono di mettere in atto gesti, attenzioni, premure, discernimento, ascolto e osservazione per poter raggiungere e toccare l’altro. Richiede disponibilità al cambiamento, all’apertura, un vero lavoro di conversione personale, ma soprattutto accoglienza della diversità e estraneità che deve trasformarsi in fraternità.
Accogliere l’altro comporta anzitutto il sentire, anche solo per intuizione, ciò che l’altro prova e necessita la sospensione del giudizio per avvicinarci scalzi alla vita di chi incontriamo.
E comprendiamo che tutto questo rientra nella radicalità cristiana. Perché tutto ciò è dare la vita: dare vita ad altri donando la propria vita. Una mattina, ascoltando una pubblicità alla radio, ebbi un sobbalzo di fronte a una espressione "scalzarsi per entrare nell'altro". Capite! Una pubblicità!! Eh che cavolo! Subito mi sono venute in mente le parole di Esodo 3, 5: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!», le parole di Yahvé a Mosè davanti al roveto che ardeva senza consumarsi.
Di fatto la parola “sandalo” si traduce con “ciò che stringe , opprime, incatena, catenaccio”.
Il cuore del fratello è “luogo sacro"
Togliere i sandali equivale ad essere liberi, essere se stessi, davanti agli uomini e davanti a Dio! Calzando i sandali invece ci separiamo. E’ vero, siamo molto più forti e sicuri indossando i sandali, possiamo correre e scappare… ma non gustiamo il contatto con il terreno (con gli altri) e diventiamo piano piano, purtroppo, insensibili. Il cuore del mio fratello è un luogo sacro, un luogo in cui solo Dio può entrare, e questo richiede necessariamente rispetto e attenzione per il cammino che Dio gli sta facendo percorrere di cui io non so assolutamente nulla, ma di cui sono e devo diventare sicuramente responsabile e custode.
Quanta indifferenza, giudizio, insofferenza invece nei nostri rapporti. Scorrendo alla moviola i nostri incontri interpersonali, spesso scopriamo che il nostro modo di entrare in relazione con gli altri assomiglia molto a quello di un elefante in una cristalleria, senza usare la delicatezza di toglierci i sandali.
Gli angeli non li vedi nei cieli. Canta Lucio Dalla
Il Vangelo è una persona, Gesù Cristo, e le persone, come ho detto, vanno accolte e ospitate, tutte, perché come scriveva nella canzone “Se io fossi un angelo” il grande Lucio Dalla, «io so che gli Angeli sono milioni di milioni e non li vedi nei cieli ma tra gli uomini, sono i più poveri e i più soli». Accolte per quello che sono e per quello che nella loro libertà vogliono donare in quel momento, senza nulla pretendere.
Il Signore ci offre una responsabilià e una opportunità, di entrare in una relazione di piena comunione con Lui solo nei fratelli. A noi spalancare il cuore e la mente per lasciarci interpellare e sicuramente trasformare da ciò che è sempre accolto nel Suo cuore.
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