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Il cardinal Ruini. Ossia la grande nostalgia della Chiesa trionfante

Il cardinal Ruini ha sempre fatto parlare di sé. E continua anche oggi, a 95 anni di età. Ma non parla solo di sé ma anche e soprattutto della Chiesa, che, per Ruini, è soprattutto la Chiesa forte e trionfante del bel tempo che fu. Per questo, secondo il cardinale, Ratzinger ha fatto male a dimettersi e per questo Bergoglio viene accusato di aver dimenticato la gloriosa tradizione cattolica.

 

 

Il card. Camillo Ruini ha rilasciato un’intervista al giornalista del Corriere della Sera Aldo Cazzullo in occasione del suo novantacinquesimo compleanno. Molte domande – la maggior parte di dubbio interesse e piuttosto banali. Risposte telegrafiche, perfette per fare un titolo clickbait come «Mi sono innamorato tre volte ma grazie a Dio ho resistito», ma certamente inadatte a ricostruire il percorso umano e spirituale del porporato e a fornire elementi per rileggere il lungo periodo di governo della Conferenza Episcopale Italiana e l’enorme influenza esercitata sulla politica italiana da Ruini. Se i contenuti sono offerti solo per accenni la sensazione al termine della lettura è chiara: un nostalgico della chiesa trionfante, da sempre preoccupato di posizionare in maniera ingombrante la Chiesa sullo scacchiere del mondo.

Una storia italiana secondo Ruini. La grandezza di Berlusconi. I meriti di Meloni

Con Cazzullo, Ruini ripercorre per cenni le tappe del suo ministero. Racconta del rapporto con Giovanni Paolo II che elogia come grande pontefice in quanto «vero leader mondiale», del sostegno incondizionato a Silvio Berlusconi perché «la sua azione politica mi è apparsa decisiva per fermare il comunismo». Giudica «una decisione sbagliata» le dimissioni dal papato di Benedetto XVI e testimonia la sintonia con l’attuale Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Il suo giudizio sulla prima donna-premier italiana proveniente da un movimento post-fascista? «Decisamente positivo sotto entrambi gli aspetti, sia politico sia personale».

«Con papa Francesco mi sono trovato in difficoltà», afferma. Giudica affrettato il cambiamento che ha portato, ne riconosce «il grande coraggio» (anche se al lettore questo apprezzamento potrebbe sembrare più una critica alla spregiudicatezza che una vera approvazione). Il suo limite maggiore? «Tenere troppo poco conto della tradizione».

C’è la Chiesa di Ruini e c’è la Chiesa

Personalmente non mi riconosco nemmeno in una sola idea tra quelle espresse dal cardinale. E probabilmente saranno in molti a ritenere che l’atteggiamento della Chiesa oggi non dovrebbe più essere in linea con la difesa ad oltranza della ‘tradizione’, come inteso da Ruini.

Forse qualcuno potrebbe addirittura sostenere che sarebbe stato decisamente opportuno non avere a capo della Chiesa italiana ininterrottamente dal 1986 al 2007 un uomo – a cui, per altro, è succeduto Angelo Bagnasco, già ordinario militare, non propriamente noto per l’indole al dialogo e l’apertura al mondo – determinato a mantenere l’influenza del potere spirituale su quello temporale nell’epoca che avrebbe dovuto essere di recezione del Concilio Vaticano II.

Se Eminenza permette, alcune domande

Se il mio e altrui giudizio personale ha poca importanza, alcune riflessioni andrebbero tuttavia sollecitate e condivise. Ci sono domande urgenti che avrebbero bisogno di dibattito e approfondimento, più che di risposte date quasi come aforismi incontrovertibili e utili solo a dividere in fazioni stereotipate quali conservatori e progressisti:

    • Quale nostalgia abita il cuore della chiesa in occidente? Quella di Dio o del ruolo sociale, un tempo così rilevante e poi smarrito?
    • Cosa pensiamo realmente del cambio di mentalità chiesto dal Vaticano II: ritorno alle sorgenti della fede, lettura della storia quale luogo teologico, Chiesa come Popolo di Dio, dialogo con il mondo? È un approccio superato, dannoso o fecondo?
    • Che forma deve assumere oggi l’obbedienza? Ci si deve accontentare dell’idea “dell’uomo solo al comando” oppure esistono spazi di reale discernimento, prodotti da una comunità appassionata e intelligente che vorrebbe abitare il mondo in spirito di comunione?

Gaddi, nel 1976 e Ruini, nel 2026. Un estemporaneo faccia a faccia

Il “successo” del card. Camillo Ruini – lo racconta lui stesso – è iniziato con un dialogo nell’autunno 1984 con il Papa di allora: «Avevo criticato l’impostazione della CEI. La Conferenza dei vescovi pensava che il mondo fosse ormai secolarizzato. Giovanni Paolo II era invece convinto che la secolarizzazione fosse in via di superamento e occorresse una nuova evangelizzazione».

Pochi anni prima, nel 1976, il vescovo mons. Clemente Gaddi, al termine del suo mandato a Bergamo, scriveva ai preti della diocesi:

Con un’espressione piena di sconforto anche noi esclamiamo: “la gente se ne va!”, “Anche la nostra gente se ne va!”. Il fenomeno è evidente. I fattori che hanno prodotto codesto distacco sono molti; fra i principali ricordiamo la secolarizzazione sfociata in un totale secolarismo; l’umanesimo radicale che al centro di tutto pone l’uomo al posto di Dio; il progresso tecnico di cui l’uomo è artefice e beneficiario ma in parte anche vittima. È un fenomeno che ci deve disincantare, disturbare, scuotere; può produrre crisi di sfiducia alle quali dobbiamo reagire; ci deve stimolare, come già dicevo, a inventare nuove forme di incontro e di aggancio. […] Eppure è questo oggi il mondo al quale siamo mandati, che dobbiamo rincorrere, essendo cosa disperata pensare che inverta la sua marcia e venga a noi».

Decisamente un approccio distante dall’idea di una crociata culturale in versione contemporanea.

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