Dalla frustrazione dell’attesa alla scoperta di un tempo che fa crescere
Per ogni cosa c’è il suo momento,
il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
Un tempo per nascere e un tempo per morire;
un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato;
un tempo per uccidere e un tempo per guarire;
un tempo per demolire e un tempo per costruire;
un tempo per piangere e un tempo per ridere;
un tempo per fare lutto e un tempo per danzare;
un tempo per gettare via pietre e un tempo per raccoglierle;
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci;
un tempo per cercare e un tempo per perdere;
un tempo per conservare e un tempo per buttare via;
un tempo per strappare e un tempo per cucire;
un tempo per tacere e un tempo per parlare;
un tempo per amare e un tempo per odiare;
un tempo per la guerra e un tempo per la pace (Qoèlet 3, 1-8)
La vita è un tessuto di stagioni, e ogni stagione, anche quella che non abbiamo scelto, ha una sua necessità e una sua verità.
Tra tutte le esperienze che più mettono alla prova questa consapevolezza, ce n’è una che conosciamo bene: il non ottenere ciò che desideriamo. Un progetto che non si realizza, una relazione che non nasce, un figlio che non arriva, una promozione che tarda, una guarigione che non si compie nei tempi sperati. La frustrazione è quasi inevitabile. Perché non adesso? Perché non a me?
Eppure, proprio nel cuore di questa attesa non scelta, può aprirsi uno spazio inatteso di diversa comprensione del tempo.
La frustrazione come esperienza umana legittima
La frustrazione non è un difetto morale, ma una naturale reazione umana al divario tra desiderio e realtà, una perdita di controllo e di senso, realmente dolorosa. Ed ecco, Qoèlet non nega il dolore del tempo, ma lo nomina: c’è un tempo per piangere, un tempo per perdere, un tempo per il lutto. Sono parole che vogliono essere un balsamo gentile e benefico, che non idealizzano la vita, ma la attraversano.
La frustrazione, allora, è il primo gradino della consapevolezza, perché rivela il valore che attribuiamo a ciò che non abbiamo - un termometro dei nostri desideri profondi.
Il problema, dunque, non è sentire frustrazione, ma restare imprigionati in essa.
L’illusione del controllo e la ribellione al tempo
La frustrazione nasce dal presupposto implicito che il tempo debba piegarsi ai miei piani. In un’epoca di risposte immediate, consegne rapide e risultati misurabili, l’attesa pare un errore di sistema.
Ma la vita reale non funziona secondo la logica dell’algoritmo. Le relazioni, le vocazioni, la maturità interiore non sono processi istantanei. Sono anzi organici, lenti, talvolta invisibili, e decisamente imperfetti.
Qoèlet 3, 1-8 invita di fatto a “dare tempo al tempo”. Poiché esistono un “tempo per piantare” e un “tempo per sradicare”, nessun contadino si aspetta che il seme germogli nello stesso giorno in cui viene piantato. La natura insegna una pazienza strutturale. Il seme, sotto terra, compie un lavoro silenzioso (e assolutamente necessario) prima di emergere alla luce.
La ribellione al tempo nasce dall’illusione di poter accelerare processi che, per loro natura, richiedono maturazione. L’attesa, però, non è una punizione, ma una gestazione asservita, in prospettiva, alla maturazione sia dei fatti, sia delle persone.
L’attesa come spazio di trasformazione interiore
La crescita autentica avviene spesso nei tempi di sospensione. Quando non abbiamo ancora ciò che desideriamo, siamo costretti a confrontarci con noi stessi - con le nostre motivazioni, le nostre paure, le nostre aspettative.
L’attesa in questo senso ha il grande pregio di saper purificare il desiderio. Ci obbliga a chiederci: voglio davvero questo? E perché lo voglio? È un bisogno profondo o superficiale? È un sogno personale o una pressione esterna?
Molti desideri, sottoposti alla prova del tempo, cambiano forma (e per fortuna, con il senno di poi!). Alcuni si rafforzano, altri si dissolvono. Senza attesa, non potremmo avere questo discernimento. Imparare a restare nel “non ancora” senza cedere al cinismo o alla disperazione consente di vivere la realtà non come un nemico, ma come il luogo in cui la nostra volontà deve imparare a dialogare con ciò che non dipende da noi.
L’ego dice: deve accadere ora perché lo voglio. La fede dice: lavoro per saperlo accogliere quando sarà maturo e arriverà.
Qoèlet non promette che tutto andrà come desideriamo; promette però che ogni cosa ha il suo tempo, liberandoci così dall’ansia del desiderio compulsivo e permettendoci di germinare.
Non tutte le storie maturano alla stessa velocità. Non tutti i percorsi sono sincronizzati. La fede permette di restare fedeli al proprio cammino senza misurarsi costantemente con il ritmo degli altri.
Angelus, Jean-François Millet

Due contadini fermi in un campo al tramonto. Hanno interrotto il lavoro, le mani sono raccolte e la testa china. Non stanno raccogliendo, seminando, arando, ma stanno pregando al suono dell’Angelus.
Non è un’attesa nervosa, ma calma e dignitosa, piena. Il campo è già lavorato, ma il raccolto non è ancora compiuto - siamo nel tempo intermedio tra il seme e il frutto. Un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato.
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