L'Eco di Bergamo pubblica un articolo sulle indagini milanesi. Franco Pizzolato lo sente come "duro da digerire". Il problema del giornale cattolico di Bergamo è che non dovrebbe dimenticare le sue radici, quelle storiche e quelle popolari
Un articolo duro da digerire
Mi ostino a leggere L’Eco di Bergamo; e credo di fare bene perché dà modo di percepire il sentire della nostra città e vi trovo qua e là, specie nelle testimonianze di vita e riflessione religiosa, scintille dell’antico spirito bergamasco e del giornale che fu di Nicolò Rezzara e della tradizione popolare. Ma mi irrita l’affidamento alla politica che esso troppe volte concede a posizioni che quella eredità non dico dibattono, ma sembrano smentire.
Ad esempio, non nascondo di essere rimasto irritato dall’articolo messo in prima pagina domenica scorsa sulla questione urbanistica milanese (Sala e &) che è stato capace di trasformare il caso delicato (ora anche giudiziario) della gestione urbanistica di Milano da occasione di valutazione su di esso in un attacco al Movimento 5 Stelle, che risulta destinatario dei tre quesiti di quell’artricolo.
Sia chiaro: l’atteggiamento del Movimento, che là si delinea come luciferino nei confronti del PD, è per noi problematico, ma perché spesso segnato, più che da un calcolo, da una rigidità robespierriana populistica che talvolta lo fa diventare antipolitico; e finisce col fare il gioco della destra trionfante. Ma quali che siano le convinzioni personali, mi pare che non si possa comunque negare a quel Movimento il diritto di essere giudice politico su fatti così gravi, che non possono non chiamare in causa la richiesta di legalità della politica che era uno dei suoi valori fondanti. Né l’insufficienza del richiamo alla legalità per comporre una proposta di governo può trasformarsi in misconoscimento dell’istanza basilare che quella racchiude, come nota della politica in quanto attività etica.
Conte e Shlein e i critici moderati, astuti come serpenti ma non semplici come colombe
Invece l’autore, pur ad un più alto livello culturale, si unisce, mutuandone perfino il linguaggio, al coro di quei critici moderati che, astuti come serpenti ma non semplici come colombe, sanno il vivere di mondo (come Mieli e Merlo), o che, meno moderai (come Capezzone e Cerasa), giudicano l’atteggiamento dei 5Stelle presuntuoso e condannabile proprio perché si permette di giudicare un atto politico.
L’autore accusa Conte perfino di arrogars il ruolo di Minosse che, nell’Inferno dantesco (canto V), giudica della sorte eterna dei dannati. E, con Mieli e &, vede in Conte la volontà di umiliare la Schlein, il cui successo a quei moderati in realtà non interessa granchè, nostalgici come sono del PD dei bei tempi, più liberale che sociale: quelli di Letta, di Renzi e di Gentiloni, eredi delll’astuzia avvolgente e cinica di Andreotti. Mentre noi riteniamo che l’aspirazione alla legalità politica sia nelle corde anche della Schlein, e che essa in questo caso sia a disagio non per le posizioni di Conte, ma per quelle dei suoi compagni di partito che hanno da tempo obliato le origini popolari del PD (PCI e PPI) e male tollerano la sua investitura diretta.
La scelta dei 5Stelle e quella di Letta
Ma alle forze politiche spetta sempre un giudizio politico (che è sempre etico), e che non è – si sa - quello giudiziario della magistratura. E che, in quanto politico, è sempre opinabile, ma comunque legittimo, perché una forza politica deve basare il proprio percorso e le proprie scelte di alleanza su un giudizio.
D’altra parte, non sono stati i 5Stelle stessi giudicati e discriminati da Enrico Letta nelle precedenti elezioni politiche, sulla base di un giudizio politico, che, rifiutando un accordo con essi, ha portato alla vittoria straripante della destra meloniana? Va così ricordato agli smemorati moderati che i Minosse si annidano anche altrove e che questi hanno prodotto danni ben più consistenti al quadro politico.
La Milano di Sala e quella degli affamati della Caritas
Ma, al di là del giudizio sull’atteggiamento dei 5Stelle sul nostro caso (che però, come abbiamo detto, assorbe i buoni tre quarti dell’articolo), resta sul nostro stomaco un altro, ancor più grande, macigno. L’autore infatti, che giustamente prescinde dalle ricadute giudiziarie del caso Sala, non si rifiuta di dare un suo giudizio positivo sulla gestione urbana di Sala; anzi, ne tesse l’elogio come di un protagonista dell’eccellenza di Milano, diventata con lui attrattiva di capitali, vanto della sinistra riformista. E vede nella critica a Sala la caduta dell’idea stessa di modernità urbana, che è quella della Milano “da bere” di marca craxiana.
Di contro a questo Minosse al contrario, che con la sua coda assolve e non condanna, noi abbiamo un’altra lettura dello sviluppo urbano di Milano: abbiamo letto almeno i rapporti della Caritas milanese sulle schiere di affamati che si affollano sempre più ai centri di distribuzione di viveri e sulla povertà che sempre più attanaglia i Milanesi stessi.
E, per restare più vicini alla natura del caso Sala, abbiamo sentito parlare dell’espulsione abitativa totale dal centro della città dei ceti umili e ora anche dei medi e dei medio-alti. Abbiano appreso da più fonti della fame abitativa popolare di Milano e del fenomeno della carenza e della inarrivabilità degli alloggi studenteschi.
Certo: ci sono ora a Milano grattacieli eleganti e artistici, che sono parti di archistar, che una volta si sarebbero definiti radical chic e ora si dicono riformisti, i quali - chissà perché? - non impiegano mai la loro indubbia valentia riformante a dare sostegno alla vita urbana degli umili. Conosciamo l’esito triste della disaspora craxiana di tanti di questi personaggi e forse dell’autore stesso dell’articolo: dal socialismo al liberismo attraverso il berlusconismo.
Anche Bergamo la strana destra che dice di fare una politica di sinistra
Ma un giornale come L’Eco non dovrebbe sentire la vocazione a prendere le distanze da una politica che ormai (destra e sedicente sinistra) è omologata sul liberismo e sull’apparenza? E non ironizzare sul richiamo, anche se a volte esasperato, della questione morale o almeno della questione sociale? Nel nome di una città a misura degli ultimi più dei primi, che se la sanno godere da soli.
Si dirà infine: ma a noi di Bergamo che interessa il caso di Milano? Interessa perché le dinamiche sociali e le politiche urbane del recente passato sembrano a noi simili e che la classe dirigente sia là che qua si sia troppo in fretta omologata al trend liberista.
Sembrano spuntare – Dio non voglia!- anche qua segnali preoccupanti di qualche irregolarità. Gli è che troppe volte, anche da noi, lo Skyline della città (con tutta la sua nomenclatura angloamericana) ha ricevuto più attenzione e consenso della sostanza sociale in esso contenuta e con esso tradita. Anche da noi si è voluto combattere la destra assumendone la logica. E assumendone talvolta lo stesso personale politico, anche ad alto livello, chiamandolo magari riformista e illudendosi che così lo diventasse. Non è vero che Sala era Citymanager della destra Moratti, prima di diventare capo del centrosinistra? E potremmo continuare con altre conversioni…
Non solo oportet (“è opportuno”), come dice il brocardo, ma, come dice il vangelo (Mt 18,7), necesse est (anánchē: “è inevitabile”) che giungano gli scandali. Sta a noi prenderne occasione per assumere un criterio di giudizio appropriato: non da Minosse ma da persone responsabili e reattive. Sta ancor di più ad un giornale, che è vanto della tradizione popolare della Bergamo cattolica.