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 L’uomo fragile, debole e la morale

cura relazione affidamento

 

La modernità ha provato a “vaccinare” (con risultati molto incerti) contro il pregiudizio, il razzismo, l’intolleranza nei confronti delle minoranze e della diversità. Ma ha lasciato scoperti nei confronti della vulnerabilità manifesta, della debolezza irreparabile della malattia che sfigura e chiede cura fedele e prolungata nel tempo

 

 

 Le generazioni stanno riscoprendo, nel nostro tempo, l’evidenza della vulnerabilità come loro dimensione costitutiva, non solo come condizione, piuttosto come tratto della natura e dell’avventura umana nel tempo. Si riscoprono affidate le une alle altre nella loro fragilità, nell’evidenza della loro volontà (della possibilità, della autonomia) e della loro passività (della necessità, della dipendenza e del limite).

Uomini, quindi vulnerabili

È la figura della vulnerabilità che si delinea come la più adatta a dare ospitalità alla ricerca dell’umano nelle avventure delle donne e degli uomini della società dell’incertezza.

È una figura preziosa, capace di cogliere e di trattenere in sé elementi originari della condizione umana. Come di fare riprovare nelle pratiche di prossimità e nelle scelte di una volontà che si cerca buona e giusta, la tensione a trascendere il limite e l’immediatezza, la paura e la pulsione.

Nel 1950 Paul Ricoeur, interpretando un sentire diffuso, scriveva del carattere fluttuante, incerto e titubante (flottant) dell’entrare nell’umano, rivelato dalla passività irriducibile che indica il fatto di essere in vita. Passività come recettività, come ciò che è dato di vivere prima dell’esercizio della volontà: trovarsi in vita, appunto, grazie, con e tra altri.

Vulnerabili quindi precari

L’attestazione di sé – ben oltre l’illusione superficiale dell’autosufficienza, del farsi figli a se stessi – non assume senso che sullo sfondo del dramma della vita precaria che avvolge ognuno, in una vita che non è garantita né assicurata. Riconoscersi in proprie capacità, dare respiro di narrazione ai propri giorni e dignità alle proprie scelte, vivere la gioia infine, non vale che nei limiti di una vita ricompresa sempre già precaria.

Precarietà e fragilità rinviano alla figura della vulnerabilità. La vulnerabilità non è la precarietà ma può essere ripensata a partire da essa. La vulnerabilità designa la persistenza della precarietà nel processo di umanizzazione della vita. C’è un infragilirsi della vita (a partire dal corpo) e c’è una dimensione vitale della precarietà. L’uomo che si riconosce e ritrova in tale persistente precarietà può viverla come motivazione profonda di un lavorio etico, condizione del lavoro su di sé.

“L’etica trae il suo valore dall’attenzione che essa conferisce alle figure della vulnerabilità”, non prende orientamento dal lato della capacità umana: Troppo spesso quest’ultima attesta il riconoscimento di sé solo in quanto cerca di rispondere del disorientamento della vita umana in termini di controllo, successo, efficienza e strumentalità. Invece l’autonomia “resa fragile” dalla vulnerabilità costitutiva dell’umano appare come condizione e come compito. L’autonomia di ognuno è, certo, resa fragile dalla vulnerabilità ma la vulnerabilità è ciò che costituisce l’autonomia come autonomia umana.

La vulnerabilità “anticipata” per noi nella fragilità degli altri

È generativo, allora, il “paradosso dell’autonomia e della vulnerabilità” proprio della condizione umana: generativo di forme di prossimità e di vicinanza, di tessuti di condivisione e di cura. In essi l’autonomia si dà, e si riprende, come frutto dell’interdipendenza e della capacità di interagire nelle dipendenze, come possibilità di vivere movimenti di dare-avere anche nella asimmetria dei poteri tra le donne e gli uomini. In una danza tra la forza e la fragilità, nella quale sta al fragile offrire ritmi e indicazioni di figure.

La speranza e l’immaginazione sono “memoria del futuro” e attivano risorse “d’inizio”, forza di riconoscimento. A volte la nuova  e possibile immagine di chi è fragile, ferito (o colpevole), è serbata o “anticipata” da altri. Dalla positiva attesa di altri – un figlio, una compagna di vita, un genitore – che preservano una membrana vitale, quasi la condizione di una nuova nascita.

Questa memoria di futuro può essere la scoperta di un tempo nuovo nell’intreccio con il futuro di chi mi accompagna, mi è caro, facendolo destinatario di un lascito, di una destinazione del mio racconto (“ricapitolato” e consegnato, infine). Racconto di vita scoperto e vissuto in un futuro anteriore tessuto nel suo futuro: lascito (“sarò stato”, “sarò stata”) nel suo avvio (“sarai”, “potrai/dovrai essere”).

La morale umana prende atto della debolezza

Quando tra le donne e gli uomini del nostro tempo è diffusa e forte la prova della debolezza e della privazione, a volte dell’espropriazione e dello spossessamento, allora questo tocca profondamente la coscienza di sé. Fa sentire l’impotenza e il fallimento o, quanto meno, l’incertezza. La coscienza morale, indica Ricoeur, può essere ripresa solo in un  nuovo rapporto con “la limitazione specifica” che ogni uomo incontra.

È proprio nella contingenza, provata dal peso delle condizioni di vita, dal contesto sociale ed economico in crisi, dalla fatica  a tenere iniziative e progetti, che si può entrare nello scarto tra l’onnipotenza e l’impegno responsabile, l’autoaffermazione di sé e la salvaguardia della dignità.

 La modernità ha provato a “vaccinare” (con risultati molto incerti) contro il pregiudizio, il razzismo, l’intolleranza nei confronti delle minoranze e della diversità. Ma ha lasciato scoperti nei confronti della vulnerabilità manifesta, della debolezza irreparabile della malattia che sfigura e chiede cura fedele e prolungata nel tempo. Di fronte a questo occorre avere maturato la capacità di “integrare la morte nella vita”.

La sapienza esalta chi è deturpato dalla miseria

La dignità umana così come è pensata da filoni forti del pensiero occidentale, si esprime ed è riconoscibile nella libertà, nella autenticità, nell’autonomia, nella razionalità.

Non può certo, così intesa, rispecchiarsi nella figura di donne e uomini resi fragilissimi, dipendenti, incapaci, limitati nelle relazioni incapaci di buon uso della ragione, e di buon governo di sé, portatori di disturbi psichici e distorsioni nel comportamento. Donne e uomini indegni, dunque?

Se ascoltiamo le grandi tradizioni sapienziali e morali conservate nei testi sacri e nei miti antichi della nostra cultura sentiamo richiamare una dignità degli uomini e delle donne che va rispettata e riconosciuta non tanto, non in primo luogo, là dove questi presentano le qualità e i tratti più elevati e nobili (lì già rifulge, e orienta). La sapienza antica chiede invece di serbarla, di ricercarla, di richiamarla con forza proprio là dove donne  e uomini perdono la loro “altezza”, proprio nei momenti in cui perdono la “forma umana”.  Dove sono deturpati dalla miseria o dallo smarrimento esistenziale, dove sono prostrati dalla malattia o resi vulnerabili e incapaci dalla invalidità. Lì non c’è autonomia e autosufficienza; non c’è abilità dei gesti o capacità della mente che “manifesti” la dignità umana. Queste condizioni sono  avvicinate o attraversate da molti, se non da tutti nell’arco della vita. Queste condizioni sono specchio della nostra costitutiva vulnerabilità, della fragilità nella quale siamo nati, e siamo cresciuti, affidati nelle mani d’altri.

La sapienza del buon samaritano

La “forma umana” quando si sfigura è del tutto affidata: alla sollecitudine di altri uomini e altre donne, e alle istituzioni di convivenza che essi si danno per la cura e per la giustizia. Edipo nella tragedia di Sofocle afferma, alla fine della sua parabola, che “è proprio quando io non sono niente che divento veramente un uomo”. È questa anche l’indicazione del “servo sofferente” di Isaia.

È la nostra “comune indegnità”, la debolezza e il degrado che è nelle nostre possibilità  e (in momenti e con intensità diverse) nella nostra realtà: è questa che ci può fare incontrare in una relazione che riconosce, e manifesta e dà dignità. La dignità è una relazione.

Ma è dalla parabola del samaritano che ci viene anche un’altra indicazione: chi incontra lo sconosciuto “senza qualità” e ne ha cura in nome dell’umanità vinta e sfigurata, diventa portatore, dà prova di dignità. Noi ci onoriamo riconoscendo un uomo, una donna, in chi è sofferente e sfigurato nel corpo e nella psiche, senza ridurlo alla sua sofferenza, in chi è nella miseria fisica, psicologica, morale senza ridurlo alla sua condizione, alla sua deficienza. La dignità viene a noi, in essa ci riconosciamo, ci incontriamo.

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