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Per rimettere in piedi e “riparare” relazione danneggiate

 

Né troppo grande né troppo piccolo deve essere lo "spazio" in cui ricucire rapporti. L'impareggiabile esperienza di sentirsi dentro relazioni spesso inattese, in cui riscoprire gli altri. E noi stessi

 

 

Le dimensioni giuste delle relazioni

La "ricomposizione" delle molte dimensioni di una "città" moderna  può trovare condizioni più favorevoli nelle realtà dove le dimensioni del convivere non sono troppo grandi (né troppo piccole). Nel troppo grande le separazioni tra mondi (città) son più nette ed ampie, le accoglienze e le contaminazioni restano più incerte e rarefatte, le velocità delle innovazioni che prendono le vite organizzate assorbono più energie. Nel piccolo le autosufficienze, i rancori, le dipendenze sono a volte pervicaci. Separano i campanili, chiudono i borghi, perimetrano le stesse solidarietà.

Nelle grandi dimensioni metropolitane si vive la crisi della vita comune e l’esaltazione della libertà degli individui senza responsabilità ed orientamento ad altri. Non si vive un problema di inclusione, o di ospitalità: tutto si gioca nel saper stare adeguatamente, ed in modo “vincente”, nelle dinamiche delle diverse “città”, nei sistemi di scambio e competizione, nelle logiche di appartenenza e merito.

A volte sono situazioni di crisi e di necessità (una pandemia, un conflitto violento, una crisi economica), altre volte è la forza di uno sforzo diffuso e collettivo di uscita da un conflitto, o da una distruzione o da ingiustizie laceranti (le ricostruzioni, la fine dell’apartheid, alcune uscite da regimi militari) che creano spazi e modi per l’imprevedibile: nelle persone, nei legami, nelle presenze concrete, nelle dedizioni e nelle immaginazioni. È la forza delle attese di vita nuova che nasce dai desideri e dalle fragilità, è l’osare e il “muovere” di disposizioni e di attenzioni - con la sospensione dei tempi, con il nuovo uso di sensibilità e di pensieri – che di fatto mette in discussione, apre esperienze, fa riconoscere e incontrare, fa discutere della società e dell’utilizzo dei beni, della felicità e della bellezza, del sapere e della politica.

Che cosa ha insegnato l'imprevedibile?

È prezioso in questi passaggi chiedere, chiedersi insieme: cosa ha “insegnato”, cosa ha mosso l’imprevedibile che abbiamo incontrato (nelle cose concrete, nelle nostre persone)? Cosa stiamo diventando, dentro questa corrispondenza, mentre agiamo e veniamo portati dentro questi riposizionamenti?

Mentre nasce del nuovo tra noi, nel rapporto con memorie e con il futuro possibile, avvertiamo insieme una messa in gioco della stessa relazione con noi stessi, tra le parti che ci abitano. Incertezze e responsabilità si intrecciano: ci si sente in mani d’altri e, insieme, ci si sente chiamati ad essere presenti e disponibili per altri. Legati ed affidabili (prima separati e sospettati): nella fatica e nella pena, poi nella gioia, o una certa fierezza d’esserlo. Come per serbare il valore colto di ogni altro, delle cose costruite e destinate, ed il valore proprio, di noi stessi.

La profezia della vita quotidiana

C’è la possibilità, ed è il tempo, per scoprirsi appartenenti, nelle densità della vita quotidiana ed in qualche “festività” della vita comune, ad una generazione di “riparatori” o, forse per dire meglio, di tessitori di forme di convivenza capaci di tenute di narrazioni, e di lasciti di futuro.

Repair richiama non solo l’aggiustare, ma anche il rimediare (un errore), riaprire (una relazione). E rinvia al negoziare, al chiedere scusa e al rendere grazie. Ridare vita, insomma, risuonare. Restorative richiama un lavorío sul presente e sulle fratture che lo appesantiscono, che rigeneri rappresentazioni ed incontri capaci di ospitare nuove attese, nuova generosità tra donne ed uomini non innocenti, tra gruppi sociali, tra tradizioni e memorie d’esperienza.

Serbare i fili e la tessitura per questo è serbare la profezia della vita quotidiana e della vita sociale; mentre si vive tra urgenze, resistenze e presenze fedeli. È una profezia che fonda e costruisce; al contrario della sola funzionalità strumentale che consuma nell’indifferenza, e della pura rivolta che distrugge. Serve una parola che sostenga racconto e testimonianza, serve un silenzio che osservi ed ascolti, serve un incontro che interpelli, serve una visione di futuro che susciti movimenti, risposte e trame di responsabilità condivisa.

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