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Morire a scuola

giovani razza etnia cultura

Si sono svolti ieri, giovedì 22 gennaio, i funerali di Youssef, il ragazzo di origine egiziana, ucciso da una compagno di origine marocchina. Migliaia di persone vi hanno partecipato. Il sindaco di La Spezia aveva affermato nei giorni scorsi che “…l’uso di coltelli è solo di certe etnie…”.
Proponiamo due articoli sul tema. Uno, questo, di Lucio Sisana, sul mondo della scuola e la sua “vocazione” educativa, e uno di Osvaldo Roncelli, sul concetto, impegnativo e maldestramente usato, di etnia

 

 

L’omicidio del diciottenne Abanoub Youssef nell’Istituto Einaudi Chiodo di La Spezia per mano di un compagno è un ossimoro che toglie il fiato. Come è possibile che una scuola, un luogo per sua natura protetto, dove si viene accolti per come si è e si viene accompagnati nel cammino della propria formazione umana e professionale, dove vigono delle regole che non sono coercitive ma promuoventi, dove è persino lecito sbagliare e poi rimediare senza perdere la propria libertà personale o la propria dignità, come è possibile che in una scuola si uccida e si muoia uccisi!

Il sangue è sempre rosso. Lo strazio dei ragazzi e delle famiglie

Non importa se il motivo è futile (ammesso che ci sia un motivo futile per morire): semmai ciò è un’aggravante, in quanto crea sconcerto constatare come si possa diventare assassini per una foto; è vergognoso rimarcare, come ha cavalcato qualche stupido ottuso nazional-populista, che gli attori dell’episodio siano stranieri: il sangue che macchia i luoghi delle tragedie è sempre rosso, anche se la pelle è nera, gialla o bianca, il sangue ci rende tutti uguali, non solo nel colore, ma anche nel valore inestimabile di ogni vita. E’ retorico affermare che per fortuna si tratta di un episodio isolato poiché nelle scuole non era mai accaduto: anche le piazze, le strade, gli stadi sono luoghi pubblici come una scuola, e lì invece capita spesso, troppo spesso ormai.

Il pensiero va al ragazzo morto e alla sua famiglia, va anche a chi lo ha ucciso e alla sua famiglia: queste tragedie, nell’intimo, accomunano chi toglie la vita e chi l’ha persa, perché l’intensità dello strazio e della disperazione è la stessa; il pensiero va ai compagni di Youssef e del suo assassino Zouahir, ragazzi coinvolti in un dramma più grande di loro, che non meritano di veder rovinata la loro adolescenza a causa di un gesto estremo  di violenza del quale sono stati impotenti spettatori.

La scuola doveva chiudere

Ci sono delle responsabilità? L’accaduto poteva essere evitato? Non entro nel merito di questa querelle. Osservo però incredulo che la scuola non ha chiuso i portoni ma ha continuato a restare aperta per garantire il servizio pubblico: decisione inappuntabile da un punto di vista meramente burocratico, allucinante se la si legge sul piano umano della solidarietà, del rispetto, della partecipazione.

Hanno ragione le ragazze e i ragazzi dell’istituto e degli altri istituti a protestare: non si può fare lezione in una scuola macchiata del sangue fresco e ancora caldo di un compagno, si deve rispettare e solennizzare il lutto, dargli spazio e risonanza, prima di pretendere di rielaborarlo.

I metal detector nelle scuole non servono

Un’ultima riflessione. Il decreto sicurezza in discussione prevede, tra le altre cose, la possibilità di introduzione dei metal detector nelle scuole per impedire che entrino armi da taglio.

La proposta mi trova totalmente contrario per due motivi: il primo è che non è la soluzione in quanto non garantisce nulla, ma rischia solo di istigare alla violazione del divieto. Icoltelli, nonostante controlli di ogni genere, continuano a entrare negli stadi, persino nelle carceri, figuriamoci se qualche malintenzionato non riuscirà a introdurli in classe dalle finestre o da qualche ingresso secondario.

Il secondo, ben più serio, è che i metal detector sono collocati all’ingresso di luoghi pubblici dove l’afflusso è poco controllato e anonimo (tribunali, musei, aeroporti), dove in effetti qualche criminale potrebbe intenzionalmente entrare con la volontà di fare del male; in una scuola l’afflusso è sempre regolato da orari e ritmi precisi e, soprattutto, non è anonimo: ogni docente degno di tal nome conosce almeno nome e cognome dei suoi studenti, li sa riconoscere in volto, forse ha capito qualcosa di loro, dei loro bisogni, sogni, drammi.

Nella scuola i coltelli non entrano non perché vengono identificati all’ingresso, ma perché non devono entrare, non perché diventa difficile introdurli grazie ai controlli, ma perché nelle classi, nelle assemblee, nei consigli di classe e d’istituto se ne parla, ci si confronta, si comprende insieme il peso e la gravità dei gesti e dei modi. La scuola è un luogo di educazione, non di coercizione né di sospetto.

E poi, se si pensa che la soluzione dei problemi sia di identificare in anticipo i malintenzionati, bisognerà inventare un “metal detector” anche per riconoscere i bulli, che sono le vere armi pericolose e letali che circolano e colpiscono subdolamente nei corridoi. Da tempo si sta lavorando con gli studenti attorno a questo tema tramite percorsi di formazione e di riflessione.

Ecco, questa è l’unica strada civile e sensata, direi seria, percorribile da parte di una comunità scolastica.

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