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L’Enciclica di papa Leone. Una “predica morale”. Necessaria

papa Leone

 

La Lettera enciclica di Papa Leone XIV, intitolata “Magnifica Humanitas – Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale”, è stata firmata il 15 maggio, giorno e mese che ricordano l’Enciclica “Rerum Novarum” del 1891.

 

Non solo Intelligenza Artificiale

Quella di Leone XIII fu la prima organica risposta della Chiesa cattolica alle trasformazioni economico-sociali e ideologiche della seconda fase della rivoluzione industriale, iniziata dalla seconda metà dell’800. Le prime risposte, date con il “Sillabo” di Pio IX nel 1864 e con il Concilio Vaticano I del 1870, erano state puramente reattive, letteralmente “reazionarie”. Anche se la “Rerum Novarum” non arretrava di un millimetro nel giudizio severo sul liberalismo e sul socialismo, ne assumeva fino in fondo la sfida e faceva delle proposte.

La “Magnifica Humanitas” ricostruisce tutta la storia intellettuale della Dottrina sociale della Chiesa, che si è snodata lungo Encicliche successive fino ad oggi. Benchè il tema dell’Intelligenza Artificiale sia posto nel titolo ufficiale, i 245 paragrafi del testo, edito in Arabo, in Tedesco, in Inglese, in Spagnolo, in Francese, in Italiano, in Polacco, in Portoghese, spaziano su molte altre questioni: dal lavoro, alla scuola e all’educazione, al multilateralismo, alla questione cruciale della pace e della guerra, alla complessiva condizione umana nel tempo presente.

Magnifica humanitas e humana fragilitas

L’Enciclica si presenta come un lungo saggio di antropologia filosofica e di filosofia morale, innervate nella teologa cristiana. Perciò fa i conti con le antropologie emergenti, in particolare con il trans-umanismo, il post-umanismo, l’accelerazionismo.

La speranza del “Magnificat” non si può certo confondere con quella di filosofie ossessionate dal superamento di ogni limite e dall’ideologia dell’immortalità appena prossima. “Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine… Rinunciare a questa avventura, insieme drammatica e splendida, in nome di un presunto superamento di ogni limite potrebbe significare qualsiasi cosa, ma non più essere umani”. Così la “magnifica humanitas” e la “dignitas infinita” devono essere lette nel contesto dell’ “humana fragilitas”.

La tentazione di una nuova Torre di Babele

E’ questa umanità che si trova di fronte alla scelta decisiva: se innalzare una nuova Torre di Babele o edificare una città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Riecheggia qui l’agostinismo perenne del “De civitate Dei”. Una nuova Torre di Babele è una possibilità concreta, perché “mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa”. E queste sono le “res novae” del nostro tempo. L’impresa appare imponente, continua il testo: “un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione”. E’ il trionfo di quello che già Papa Francesco aveva chiamato “il paradigma tecnocratico”. Oggi assume un volto prevalentemente privato. I principali motori dello sviluppo “sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”.

L’altra possibilità che sta davanti all’umanità è quella praticata dal profeta ebreo Neemia, consigliere del re persiano Artaserse. Nel V secolo a. C. organizzò il ritorno di una parte della popolazione ebraica a Gerusalemme, che era stata distrutta dai Babilonesi ed era caduta in rovina. Neemia guidò la ricostruzione delle mura: “a ciascuna famiglia il suo pezzo di muro da costruire”. L’Enciclica cita sorprendentemente J. Tolkien, quando mette in bocca a Gandalf la seguente descrizione del principio di responsabilità: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”.

Il compito primo: “la custodia dell’umano"

Se questo è l’uomo, se l’uomo ha dignità ontologica per il solo fatto di esistere e non per le sue abilità o per il suo patrimonio cognitivo, il compito fondamentale di tutti, Chiesa compresa, è “la custodia dell’umano”. In questa prospettiva, che diviene una sfida, si deve considerare l’avvento dell’Intelligenza Artificiale. Ne aveva già scritto il 25 gennaio del 2025 Papa Francesco in “Nova et Antiqua”. Detto in breve: l’I. A. è un calcolo statistico, non è una persona. Ma non è neutrale. E’ implicata ormai in tutti i progetti umani e ne rispecchia le ambizioni e gli interessi. Ma può incidere sulle persone in profondità. “La custodia dell’umano” implica, in primo luogo, la fiduciosa ricerca della verità, che il paradigma tecnocratico può facilmente “costruire” secondo i propri interessi di potere e di potenza.

Quanto all’ordine geopolitico, l’Enciclica invita a “coltivare un sano realismo”, che eviti tanto l’idealismo politico, che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti a misura delle proprie convinzioni, quanto il cinismo, che, poiché la forza prevale, teorizza che essa debba dominare. “Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi”.

Questo è, dunque, “il cantiere del nostro tempo”. A ciascuno di noi spetta costruire un pezzo di muro della nuova Gerusalemme.

Qualche “realista” obbietterà che si tratta di una “predica morale”. Ma è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.

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