Il premier israeliano invita Leone XIV in Israele. Ma il Papa dovrebbe fare il Papa anche in Israele, parlerebbe di pace in nome del Vangelo. Ma questo oggi è (quasi) impossibile
I siti di vario tipo hanno dato tutti la notizia. Ho fatto l’esercizio che si fa sempre in questi casi. “Se fossi papa Leone, che farei?”.
Sono sicuro: non potrei accettare. Non potrei accettare in questa situazione. Netaniahu sta facendo quello che vuole anche perché ha trovato forze che glielo hanno consentito: non solo Trump, che mandato i suoi B-2 Spirit a sganciare le superbombe sull’Iran ma anche l’Europa con le sue insanabili divisioni e le sue reticenze.
Il premier israeliano era politicamente moribondo. E’ rinato grazie alla guerra e grazie agli appoggi esteriori. La visita del Papa funzionerebbe come una specie di benedizione. Il Netaniahu guerrafondaio, diventerebbe il Netaniahu che promuove la pace. Ma sempre Netaniahu sarebbe, politico vorace come sono i politici e ancora più vorace perché in guerra.
In questa situazione non conta quello che, eventualmente, pensa il Papa, conta quello che la visita farebbe, oltre tutte le buone intenzioni possibili: le buone intenzioni del Papa, naturalmente. Ci riesce un po’ difficile, in effetti, attribuire delle buone intenzioni a Netaniahu.
Possiamo dirlo in altro modo. Una visita del Papa avrebbe senso se restasse soprattutto pellegrinaggio che nel mondo surriscaldato della guerra portasse il calore di un mondo diverso, quello del Vangelo. Il Papa non ha gli strumenti per chiudere la guerra e neanche per fare la pace. Può solo annunciarla, la pace, dall’alto di una Parola così diversa, così lontana dai cannoni e dei carri armati: cosa che potrebbe fare facendo il suo “mestiere” di Papa, celebrando un pellegrinaggio, appunto. Ma che pellegrinaggio si può fare mentre sparano i carri armati e volano i droni?