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La Siria tra incognite interne e internazionali

Siria Medio Oriente

 

 

Il complicato mosaico della Siria

Abuna Jihad Youssef, abate della comunità monastica di Mar Musa, fondata da padre Paolo Dall’Oglio ai margini del deserto siriano, lo aveva detto chiaramente intervenendo pochi mesi fa nella rassegna Molte fedi sotto lo stesso cielo: la Siria potrà rimettersi in piedi soltanto se verrà trovato un equilibrio politico capace di rispettare tutto il mosaico etnico e religioso che la definisce.

Gli sviluppi sul terreno sembrano per ora andare in una direzione differente.

Le frizioni delle ultime settimane tra il governo centrale e l’amministrazione autonoma nel nord-est del paese riaprono grandi interrogativi sull’assetto istituzionale del paese dopo la fine del regime baathista nel dicembre del 2024.

La minoranza alawita, concentrata nella regione costiera, e quella drusa, che ha la sua roccaforte nel sud della Siria, continuano in larga parte a nutrire un forte risentimento nei confronti del nuovo governo, che inizia a prendere forma attraverso una transizione dagli esiti incerti. Non sono mancati episodi di violenza generale su base confessionale con morti, rapimenti, sparizioni e vendette, come negli anni più tristi della guerra civile che ha sconvolto il paese per quasi un decennio.

Quale idea di paese ha in mente l’uomo forte di Damasco?

Quale idea di paese ha in mente il nuovo uomo forte di Damasco, un Ahmad al-Shara’ che oggi si presenta con abiti di sartoria di ottima foggia e una barba accorciata, ma che in passato si faceva chiamare con il nom de guerre Abu Muhammad al-Jawlani e stava alla guida di un gruppo legato alla galassia jihadista? Vorrà estendere all’intera Siria quel governo tecnocratico e conservatore che ha sperimentato nella regione di Idlib dopo il 2017, oppure la sua presenza si tradurrà in un’appropriazione delle istituzioni pubbliche da parte del gruppo dei suoi seguaci? E la sua conversione a un governo unitario sarà in grado di allentare le paure delle minoranze religiose, che temono un possibile ritorno di radicalismo islamico nel nuovo assetto politico?

Sarebbe sbagliato leggere i sussulti e gli scossoni che agitano la Siria soltanto sotto la lente delle differenze religiose ed etniche, per giunta assumendole come immutabili nel tempo e monolitiche. Non si tratta di antichi odii atavici, come spesso si va leggendo su giornali e pubblicazioni di larga tiratura, né soltanto di divisioni primordiali tra comunità che, anzi, al loro interno sono spesso variegate ed esprimono punti di vista differenti.

La questione, come spesso accade nella regione che continuiamo a chiamare “Medio Oriente”, è squisitamente politica e attiene alla natura del potere politico e al rapporto tra lo stato e la società civile, provata da anni di conflitto, sanzioni, povertà diffusa e una situazione economica al collasso.

I contrasti sono politici

Più che tra “arabi” e “curdi”, ammesso che si trovi una definizione univoca di entrambe le appartenenze in una società molto più mista di quanto spesso si pensa, il conflitto di questi giorni riguarda l’ampiezza dei poteri delle amministrazioni locali e, per converso, del tentativo di centralizzazione da parte del governo di Damasco. Ugualmente politica è la questione delle forze armate dell’amministrazione autonoma del nord-est a guida curda (le cosiddette “Forze democratiche siriane”) e la modalità del loro assorbimento all’interno dell’esercito governativo regolare. Si tratterà di un assorbimento per così dire su base individuale, oppure interi battaglioni delle FDS transiteranno letteralmente con armi e bagagli nell’esercito governativo, limitandosi a cambiare uniformi e mostrine?

La narrazione prevalente nel campo progressista ha letto gli sviluppi dell’ultimo mese in chiave tragica, lamentando la fine dell’esperienza politica del “Rojava”, un nome che in lingua kurmanji (curda) vuole dire “ovest” (ovest di un immaginato Kurdistan unificato) e che già da anni era stato scartato perché inviso alle popolazioni arabe e siriaco/assire.

Öcalan e gli impacci degli allineamenti internazionali

Sull’ideologia del “confederalismo democratico”, una sorta di comunitarismo socialista senza stato proposta dal leader curdo Abdullah Öcalan, e sulla sua trasposizione nella realtà, probabilmente segnata da molte ambiguità e zone d’ombra, avranno certamente modo di ragionare le storiche e gli storici del futuro. Al momento rimane un’eredità con luci e ombre di un potere de facto che, illuso da una sensazione di intoccabilità e di una copertura internazionale, non ha saputo consolidare lo spazio di autonomia che si era conquistato militarmente, combattendo contro il cosiddetto “stato islamico” da un lato e contro l’esercito turco dall’altro, e alleandosi ora con il governo di Bashar al-Asad e la Russia, ora con gli Stati Uniti d’America e indirettamente con Israele.

Sono proprio gli allineamenti internazionali a tenere banco nello scacchiere siriano: su tutti, la possibilità di una convergenza tra Turchia e Arabia Saudita, dopo la clamorosa rottura politica tra quest’ultima e gli Emirati Arabi Uniti dopo i rivolgimenti dell’ultimo mese in Yemen e in Sudan.

Come in un complesso ingranaggio di rotelle e lancette, ogni conflitto della regione ha le sue logiche interne, ma a cascata influenza ed è influenzato dagli altri teatri di guerra.

 

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