Negli Stati Uniti si sta affermando una violenza endemica. In Italia le posizioni polemiche e identitarie di Meloni e Salvini provocano scontri. Di fronte a questo dilagare sta la tentazione di usare il cristianesimo come elemento che conferma opposte identità invece di contribuire a superarle tutte
Il 10 settembre 2025, l’America ha vissuto un altro tragico episodio di violenza politica con l’uccisione dell’attivista conservatore Charlie Kirk. Questo evento, lungi dall’essere isolato, si inserisce in un'escalation di attacchi politicamente motivati che stanno lacerando il tessuto democratico statunitense.
Ma ciò che accade negli Stati Uniti non è privo di riflessi in Europa, e in particolare in Italia, dove le retoriche del sospetto, della paura e della delegittimazione dell’avversario trovano eco nelle parole del presidente del consiglio Giorgia Meloni e del suo vice Matteo Salvini.
Una cultura della violenza politica che varca l’oceano
Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti hanno assistito a una serie inquietante di attacchi contro politici, attivisti e membri di comunità minoritarie. A giugno, Melissa Hortman, ex presidente della Camera del Minnesota, è stata assassinata con il marito. A maggio, due membri dello staff dell’ambasciata israeliana sono stati uccisi a Washington in un attentato antisemita. L’omicidio di Kirk è solo l’ultimo episodio di una lunga lista.
Tuttavia, sarebbe un errore pensare che questa deriva sia solo americana. Anche in Europa, la normalizzazione del linguaggio violento e l’erosione del rispetto democratico stanno facendo breccia, e l’Italia ne è un caso emblematico. In particolare, la leadership di Giorgia Meloni e Matteo Salvini ha favorito una cultura politica aggressiva e divisiva che, sebbene non direttamente violenta, crea il terreno ideale per la radicalizzazione.
Meloni e Salvini: tra retorica identitaria e demonizzazione dell’altro
Meloni ha costruito la propria ascesa politica su una retorica identitaria esasperata, basata sul concetto di “italiani prima”, contrapposti a migranti, élite globali, minoranze culturali e ideologiche. La sua narrazione riduce il dissenso a un attacco alla nazione, e trasforma le opinioni contrarie in minacce alla sovranità. Questo approccio semplificato e propagandistico non solo svilisce il dibattito democratico, ma alimenta un clima di ostilità permanente.
Matteo Salvini, da parte sua, ha fatto della provocazione uno stile politico. Dalla criminalizzazione dei migranti alla banalizzazione dei simboli religiosi (come l’esibizione del rosario nei comizi), il leader leghista ha più volte utilizzato la fede cattolica come arma identitaria, svuotandola del suo messaggio evangelico di inclusione, amore e pace. Questa "militarizzazione" del cristianesimo – simile al nazionalismo cristiano statunitense – non è solo una distorsione teologica, ma anche una pericolosa strategia politica.
Entrambi i leader promuovono un linguaggio politico polarizzante, in cui l'avversario non è semplicemente un interlocutore con idee diverse, ma un nemico da sconfiggere. Questo è esattamente il tipo di cultura del disprezzo che in America ha favorito il clima di violenza politica e che, se non contrastato, rischia di fare danni simili in Italia.
Fede, ragione e responsabilità
Di fronte a tutto questo, i cristiani e gli uomini di buona volontà sono chiamati a prendere posizione in modo chiaro e profetico. Non basta parlare genericamente di “pace” o “dialogo” se poi si tace quando la politica usa la fede per dividere e manipolare.
Il cristianesimo non può essere nazionalista né esclusivo. L’enciclica "Fratelli Tutti" di papa Francesco condanna senza mezzi termini le ideologie che alimentano l’odio e promuove una cultura dell’incontro, fondata sulla verità e sulla carità.
Sant’Agostino ci ricorda che il linguaggio ha il compito di edificare, non di distruggere. Le parole, quando usate con falsità o violenza, diventano strumenti di divisione. Sta passando un uso della parola per accendere i conflitti, per accentuare le divisioni e non per risolvere i contrasti. Ognuno di noi ma soprattutto che esercita mandati istituzionali ha il dovere di non piegarsi a queste strategie, offrendo un linguaggio alternativo che affermi la dignità dell’altro, anche del nemico politico.
L’Italia al suo bivio
Così come l’America è a un bivio tra la violenza e il dialogo, anche l’Italia si trova davanti a una scelta. Continuare a seguire una politica dell’emergenza, della paura e dell’esclusione, oppure investire in una cultura democratica capace di valorizzare la pluralità, la giustizia sociale e la solidarietà.
In questo contesto i cristiani possono svolgere un compito che non è quello di appoggiare un partito o un altro, ma di testimoniare – con coerenza – un’etica della vita, del dialogo e della nonviolenza. Occorre rifiutare con forza qualsiasi forma di religione politicizzata o ridotta a bandiera ideologica, e impegnarsi invece per una testimonianza evangelica radicale, coraggiosa, umana.
L’omicidio di Charlie Kirk ci dice quanto rapidamente può degenerare una società che perde la capacità di dialogare. E ci dice anche che la responsabilità è collettiva: ogni parola pronunciata con odio, ogni silenzio complice, ogni fede piegata al potere contribuisce al disfacimento democratico.
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