La lingua fa uguali. Don Milani e scuole popolari a Bergamo

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Nei giorni scorsi è stato pubblicato dalla coop.Achille Grandi
un testo di Barbara Curtarelli (Conquistare la parola)
che ripercorre la vicenda delle Scuole Popolari.

Una storia nata alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, sull’onda della Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, e che ha visto coinvolti più di quaranta quartieri e paesi della bergamasca. Protagonista il meglio della gioventù di quegli anni.

Questa è l’introduzione al testo, firmata da Daniele Rocchetti, presidente delle ACLI di Bergamo.

 “Lettera ad una professoressa”. Nella scuola, dopo d’allora, niente è stato più come prima

“Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi.” (Lettera ad una professoressa)

Un mese prima della sua morte, veniva pubblicata, nel maggio del 1967, Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani, provocatorio e propositivo lascito dell’esperienza di Barbiana. Barbara Curtarelli, in questo libro, ci ricorda come “dopo, niente nella scuola è stato più come prima”.

Nell’accidentato percorso di democratizzazione della cultura in Italia – dall’eredità dei Lumi e della Rivoluzione francese alle scelte della legislazione scolastica del Paese unito, che nel Novecento si sono scontrate con le pesanti conseguenze delle due guerre – il modello educativo di don Milani è stata una tappa fondamentale. Non solo, ma ha direttamente influenzato lo spirito con cui sono nate, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, le scuole popolari a Bergamo.

L’autrice di questo testo ne ricostruisce sapientemente la genesi in un contesto storico-culturale di grande fermento. Sono presenti le novità conciliari, raccolte dalle realtà associative cattoliche, in primis le Acli. Sono presenti anche le urgenze di cambiamento della società che sono state tradotte nel nostro territorio in prassi inedite che avevano lo scopo di formare “cittadini sovrani”.

Da Monterosso, a Pignolo… a tutta la provincia

In una grande mappa si va dai quartieri del centro (Monterosso, Pignolo, Sant’Alessandro, San Tomaso) di banco in banco arriva fino a Valtesse e da lì si espande ai territori di tutta la provincia. I capitoli di questa preziosa ricerca sono un viaggio nelle storie delle scuole popolari e, soprattutto, delle persone che hanno vissuto quelle aule.

La ricercatrice, infatti, ha scovato le voci e i volti dietro alle liste di nominativi ed esiti conservate negli archivi, scandagliando fonti complesse, quali giornali locali e testimonianze, ma ricchissime di vita vera, da raccontare.

I luoghi di queste pagine risuonano, ci parlano di esperienze che hanno cambiato le prospettive sia dei giovani insegnanti di allora, volontari, spesso universitari – molti dei quali oggi, in pensione, ancora continuano a formare ragazzi in difficoltà, solitamente di origine straniera – che dei loro alunni.

Seduti tra i banchi di doposcuola, di corsi estivi e serali c’erano tutti coloro che avevano lasciato la scuola per ragioni principalmente economiche, dovendo contribuire al bilancio familiare, e che, a tutte le età, avevano deciso di iscriversi a questi percorsi alternativi per conseguire la licenza media.

Non è un caso che proprio il riconoscimento delle 150 ore di permesso retribuito destinate allo studio, entrate nel contratto nazionale dei metalmeccanici, tra il 1973 e il 1974, dopo un primo periodo di sovrapposizione con l’esperienza complementare della scuola popolare, ha posto fine all’urgenza di questi corsi.

Le ricadute positive. La scuola di oggi

Gli effetti di una formazione scolastica mirata e personale, volta ad una presa di consapevolezza critica delle questioni del tempo, hanno avuto, invece, una vitale continuità e in particolare per le ragazze hanno contribuito sicuramente ad un’accelerazione dei processi di emancipazione.

I formatori, d’altro canto, a partire dal contatto di quello che allora era il mondo proletario e i suoi bisogni, in molti casi si sono orientati verso un rinnovato attivismo politico, come dimostrano le numerose candidature nelle elezioni amministrative della metà del decennio.

Le aule delle scuole popolari sono state spazi stratificati, e per questo molto ricchi, di incontro: generazionale, con la peculiare dinamica di maestri spesso molto più giovani dei loro maturi alunni, di classe, sociale e culturale. Hanno contribuito alla diffusione e concreta attuazione a Bergamo dei valori senza tempo di don Milani, consegnandoci un’eredità preziosa, non scontata.

A noi oggi il compito di non perdere l’attenzione verso chi rischia di stare ai margini dei processi educativi istituzionali. Penso anche solo, negli ultimi anni, alle fatiche legate alla disponibilità, non certo omogenea, dei dispositivi elettronici per la DAD. Bergamo è una città universitaria sempre più in espansione – che richiede, in questa crescita, cura e politiche locali mirate. Insieme è un territorio sempre più vario, meta di immigrazioni da accogliere ed integrare, anche e soprattutto attraverso la realtà scolastica.

Grazie a Barbara Curtarelli per il lavoro svolto, grazie a Giulio Mauri che con tenacia ha voluto questa pubblicazione, grazie alle tante e ai tanti che, con straordinaria passione e generosità, si sono impegnati nelle Scuole popolari per dare parola (“è solo la lingua che fa eguali.”) ma ancor più dignità e speranza.

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: con Barbara Curtarelli e Daniele Rocchetti, Biblioteca Centro Cultura Comune di Nembro, GIOVEDI’ 5 maggio, ore 20.45

 

 

 

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