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La guerra e la spaccatura dentro di noi e verso gli altri

guerra e pace

 

Matteo si spaventa: si accorge di essere "da una parte" contro un'"altra parte", anche se crede che la sua parte sia quella giusta. La guerra è anche questo

 

 

Lo spavento di Matteo

Ci si può salvare. Pochi mesi fa Matteo, un ragazzo di 17 anni di un Istituto tecnico dove si era sviluppato un lavoro promosso con gli insegnanti sulla guerra, sulle esperienze umane nella guerra – ci sono dei bravissimi insegnanti - confessava in uno nei circoli di parola finali tra studenti e studentesse (e ospiti del territorio, testimoni, cittadini) di essersi addolorato tantissimo la settimana prima, per i bambini vittime di un nuovo bombardamento su un ospedale pediatrico.

E che, prima di addormentarsi, aveva avuto un soprassalto: “Mi sono reso conto che io ero profondamente addolorato per le vittime di una parte e non ero addolorato per le vittime dell'altra parte. Le madri dei soldati dall'altra parte per esempio, o i giovani uccisi, i civili, e mi sono spaventato di me stesso.

"La guerra mi stava riducendo ad una parte"

Mi sono reso conto che la guerra mi stava cambiando dentro perché mi stava riducendo ad una parte, anche facendomi sentire dalla parte giusta. E io stavo partecipando e sostenendo la guerra senza saperlo perché io riuscivo a sentire profondamente soltanto per una parte. Quindi se io fossi in guerra sarei capace di uccidere un altro, il nemico. Questo mi ha spaventato.

Sono spaventato di quello che porto dentro e adesso, però, capisco anche perché la gente possa essere in guerra, possa uccidersi, perché l'abbiamo dentro e se non stiamo attenti a curare noi stessi, appunto, e a curare le attenzioni per l'altro, se non disinneschiamo e disarmiamo le coscienze questa cosa ci travolge, non la controlliamo. Il tempo di guerra è durissimo, non ti dà quasi più il senso della libertà e della possibilità”.

Vegliare gli uni sugli altri

Allora curare la convivenza paralizzata da paure e incertezze chiede di operare per riaprire il tempo delle libertà e delle possibilità. Tra donne e uomini non innocenti che vivono dentro di sé sia la speranza che il timore, sia l'aggressività, difensiva o offensiva, che la disponibilità fraterna. Donne e uomini che a volte si sentono nella terra rassegnata, a volte nella pura attesa. Sì, si possono tessere legami tra donne e uomini che si mettono a vegliare gli uni sugli altri.

Vegliare gli uni sugli altri è anche dirsi le cose in verità, è anche richiamarsi con forza. E denunciare ingiustizie e indifferenze. Non accomodarsi nella illusoria difesa del proprio chiede anche un confronto, è cercare e muoversi insieme. La cura è un modo per “fare” giustizia, e per lottare contro l’indifferenza.

Non vedersi e non essere visti in ciò che si vive è indifferenza. È come sottrarsi allo sguardo su di sé ed al riconoscimento di sé nella condizione dell’altro; come scostare lo sguardo, andando oltre senza riguardo per l’altro. Sono due dimensioni dello stesso movimento: che conduce alla perdita di sé, perduto l’incontro; ed alla perdita della vita (in) comune, perduto il gusto del vivere insieme.

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