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La giustizia, un lavoro di comunità

Closeup of a support hands

 

I nostri tempi rivolgono alle nostre generazioni una chiamata molto esigente, una chiamata personale e comune insieme: al servizio della pace e di una ricomposizione delle relazioni che tenga aperto il futuro. Questa deve necessariamente intrecciarsi ad una seconda chiamata: quella al servizio della giustizia, del riconoscimento e della cura della dignità d’ogni vita

 

Cosa significa fare giustizia

Fare la giustizia per le nostre e le prossime generazioni è un impegno creativo e feriale a costruire o ricostruire relazioni riparative e generative. Occorre ritrovare nei luoghi della vita comune (dell’ascolto, del servizio, della formazione, del lavoro, dell’accoglienza) parole disarmate ma non reticenti. Oltre quelle assistenziali e anestetiche.

Molte offese, e molte indifferenze, sono “coperte” dalle culture della funzionalità, della disponibilità, della competizione fredda e del merito individualistico. Dello sfruttamento e dell’interesse privato e irresponsabile, e delle loro giustificazioni ideologiche.

Occorre ritessere il gusto, nelle pratiche sociali e dei giorni, della “passione lieta per il bene comune” come dicono PierAngelo Sequeri e Gael Giraud, come alternativa chiara e non violenta al liberismo estremo, alla logica securitaria, alle gerarchizzazioni che producono messe ai margini. Riconciliare, riparare offese e ferite nell’indifferenza e nel conflitto freddo è, certo, lavorare sulle relazioni ferite da reati e da ostilità ma è, insieme, porre segni concreti di convivenza fraterna e cura solidale della casa comune ferita dall’ingiustizia.

Una sfida oltre vendette e invidie

Questa è una profonda sfida formativa e culturale, sociale ed antropologica. È una sfida da assumere concretamente negli stili di vita e nel dare forma ai rapporti. Certo, offrendo luoghi e occasioni di incontro che mostrino che una nuova alleanza è possibile: tra  singoli, tra gruppi, nelle trame e in luoghi comunitari di riconoscimento e reciprocità. Ed anche aprendo alla semplicità trasparente della testimonianza, della cura di pacificazioni e ricomposizioni per storie e relazioni fratturate, per contesti rancorosi e avvelenati dallo spirito di separazione.

Si tratta di fare respirare una sapienza della vita (quella che abita il Vangelo) nel grigiore di relazioni toccate dal male, dal disprezzo, e dal misconoscimento. Circondati dall’ottusità di pensieri e di un sentire pieni di sperdimento e di vuoto. Offrendo una via diversa dalla angosce distruttive, dalle vendette e dalle invidie astiose, dalle pesanti rassegnazioni e dal disincanto.

Il rischio di finire fuori dai luoghi della vita

Non solo  il disprezzo, ma anche il disconoscimento o il misconoscimento sono offesa e ingiustizia. La riconciliazione, l’azione di ricomposizione continua delle fratture e delle offese, il lavoro per tessere giustizia e dignità nelle concrete trame della convivenza nei territori e nei quartieri inizia con l’offrirsi come facilitatori e “terzi” da parte di singoli e soggetti sociali, capaci di equiprossimità tra soggetti in conflitto, tra vittime e offensori. Ma sapendo bene che non si è innocenti, non si è estranei alle logiche o alle dinamiche, esplicite o profonde, all’origine delle ferite, dell’indifferenza, delle disequità, del mancato riconoscimento. Delle quali, per altro, a volte si è vittime.

Una delle conseguenze che questo provoca è che il tempo sociale pare inaridirsi sia attorno al ‘colpevole’ che alla ‘vittima’: li riduce ai margini o fuori dai luoghi della vita, della partecipazione, dell’immaginazione. Che sono i luoghi dell’incontro con la possibilità e l’intrapresa, con il legame e la fedeltà: quelli dove si accoglie la nascita, si educa, si ama, dove si sostiene il soffrire  si costruisce un progetto, si prendono responsabilità. Anche dopo la rottura di promesse, anche dopo le fatiche, i fallimenti. In nuove compagnie e legami, con le proprie fragilità.

Sono i luoghi vitali in cui le donne e gli uomini ritrovano e rinnovano se stessi nella loro individualità, nell’identità di genere, nell’appartenenza generazionale. Sono proprio questi i luoghi che sono impediti ai colpevoli, e che sono avvicinabili a fatica, riconquistabili solo con sofferenza dalle vittime.

Ricomporre, ritessere, riparare

I bisogni e le separazioni, i conflitti e di rancori incontrati nei luoghi di ascolto e di sostegno delle comunità, le ferite e le denunce narrate o intuite, i sensi di colpa e le mezze confessioni raccolte vanno ospitate e invitate, piano, ad appoggiarsi in luoghi adatti di parola e di incontro. Per i casi più delicati vanno costruiti con il riserbo e la tutela, e bene condotti. Per altre situazioni le occasioni vanno aperte nei luoghi della convivenza, quelli concreti dell’abitare, del lavoro, delle relazioni nei servizi, della cura, dell’accoglienza.

Riportare storie e transizioni personali o familiari dentro questi luoghi è riprenderle dentro storie comuni e provare a risignificare memorie, gesti e spaccature. Aprendo delle esperienze e dei tempi che sono soglie, soglie di passaggio. Qui l’operosità dei nostri servizi, dei luoghi di presenza e di accoglienza, del volontariato, delle politiche può prendere coscienza di un fare giustizia e convivenza. Capace di ricomporre, ritessere, “riparare”.

Prendersi cura delle narrazioni rappresenta una attenzione ai temi della giustizia, del riconoscimento, del valore altro, del valore di altri. È un prendersi cura come riconciliazione, come riapertura di possibilità di incontro, forse di ristabilimento di legami.

Drammi, fratture e insieme desiderio di bellezza e di bene

La vita delle comunità, la stessa vita quotidiana è esperienza di prova e  di incontro:  come è nell’esperienza prevista dall’istituto della “messa alla prova” del diritto penale minorile e da qualche anno anche adulto italiano: nella quale si scoprono e si esercitano responsabilità, si riconoscono ingiustizie arrecate oltre che subite, e si cercano riparazioni, ricostruzioni di relazioni, risposte al debito. È una esperienza di gesti, di atteggiamenti e di scelte che sono come “caparre per il futuro”, sono oltre i diritti e le rivendicazioni.

Nelle narrazioni troviamo i drammi d’inizio ed anche le fratture che rompono equilibri, o i soffocamenti di storie. E troviamo il generativo, le capacità di liberazione, di cura attenta, di nuovo equilibrio. Troviamo le contraddizioni e le distruttività, ma più forte troviamo la vita che cerca vita, che sente il desiderio di bellezza e di bene. Pure se costretta nelle crepe, nelle fenditure, pure ridotta a lichene, serba la nascita. Curare che l’altro abbia ancora cura di sé, pur provato dal disfacimento, che possa rideclinare la vita e sentire l’oltre, chiede di curare che tra noi si ritessa riconoscimento, sollecitudine, impegno e vincolo.

Memori e storie a confronto con il bisogno di ripresa di sogni interrotti

Memorie e storie hanno spesso bisogno di riconciliazioni, o di riprese di sogni interrotti. Chi è “preso” in indifferenza resta come congelato, fissato dallo sguardo d’altri. Disprezzato, l’altro è “necessario” per la sua funzione di purificazione e ottundimento della coscienza. L’indifferenza non è neutralità, è piuttosto frutto di durezza di cuore, frutto avvelenato di un pensiero che costruisce solo conferme come le fitte ragnatele del ragno. Nelle ragnatele restano imprigionate sia le storie di “minorità” cui dedicare l’esclusione dell’assistenza pelosa, sia le vite colpevoli cui indirizzare condanne senza appello. E gli indifferenti, così, si sentono e si presentano come i giusti.

L’indifferenza è l’evitamento dell’ottavo comandamento del Codice più antico dell’occidente: il Decalogo. Non mentire. Comandamento impegnativo perché, ricorda Luigi Zoja, “prima ancora di testimoniare il vero o il falso devi saper distinguere quando racconti verità o bugie a te stesso”.

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