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La fragilità e la cura, tra parola e tecnica

relazione cura mani

 

La situazione di debolezza crea una relazione particolare fra chi dona e chi riceve una qualche forma di cura. In quella relazione torna protagonista la parola, che può risuonare anche negli spazi più notturni dell’esistenza, dove anche la tecnica non può arrivare.

 

 

La relazione fra chi cura e chi è curato

La cura può aprire ad un paradigma relazionale inedito, più alto rispetto a quelli legati alla utilità, allo scambio, all’immagine, all’efficacia, alla eguaglianza al diritto. Nella cura si dà una reciprocità asimmetrica.

La reciprocità asimmetrica è una relazione nella quale non avviene uno scambio alla pari, o il semplice riconoscimento d’una eguaglianza di fronte al diritto. Nella cura le condizioni di chi è ferito e di chi cura sono distanti, radicalmente diverse: e c’è spazio per una soggezione o per una disposizione.

Eppure tutto questo, nella cura, non impedisce la generazione di un dare-avere, di una scambievole destinazione d’attenzione e gesti, d’offerte e riserbi. Ed è dal fragile che vengono dettati i ritmi  e i movimenti, perché il dare cura possa ritrovare il dono della mitezza.

Una parola da ritrovare

Questa reciprocità asimmetrica, questa danza di donne e uomini  capaci e fragili, vulnerabili, avviene nel ritrovamento di una parola che torna all’origine. Scrive MarÍa Zambrano che “la vita ha bisogno della parola, della parola che sia il suo specchio, che la rischiari, che la potenzi, che la innalzi e, al tempo stesso (ove necessario, e portandola in giudizio), che dichiari il suo fallimento”. La parola trova il suo senso solo “nella simbiosi piena con la vita”. Questa parola a volte “turbina priva di nido” perché la vita si è fatta durezza e prova, restrizione o esilio, malattia o abbandono. Solo se il mondo, le relazioni, gli ascolti si fanno abitabili, la parola trova il suo destinatario.

La parola è itinerante, esiliata. Può entrare dove i saperi e i poteri non entrano: entra nella notte della prova, nello sperdimento; e nella fragilità, nella semplicità, nell’amicizia.

Per imparare di nuovo la fraternità

La cura si reincontra come formazione dell’uomo. Più volte, tutte le volte che nella fatica e nella ferita ci riprendiamo, o che facciamo i conti con un limite acquisito, o che ci troviamo a finire e a prendere congedo, la realtà della cura crea un tempo e un contesto nel quale ci formiamo, di nuovo, alla fraternità.

Diagnosi, prognosi, terapia – nelle quali così grande parte e  spazio hanno gli apparati tecnologici – si danno sul limitare di un incontro tra storie personali, nel quale una storia in particolare è chiamata a una prova (un ridisegno, una ricapitolazione, una reinterpretazioni) dei suoi gesti, delle scelte, dei ruoli, dei pensieri, degli affetti. Incontro difficile e complesso, ma non eludibile. La tecnica e la tecnologia permettono, (possono permettere), insieme sia la distanza e il pudore, che la vicinanza e lo scambio.

Capaci di fidarsi e di esporsi

Una appropriazione della malattia e del morire (una presa di controllo sul limite di ciò che non si riesce a controllare e risolvere) da parte di un ambiente tecnologicamente sofisticato e attrezzato, capace di forti insistenze terapeutiche, può incontrare per qualche tratto quelle storie di malattia nelle quali prende il sopravvento il sogno della delega, o il desiderio della fuga e della rinuncia. Per un tratto solo. Occorrerà sorvegliare molto bene quegli equilibri difficili e importanti sui quali si gioca il possibile scivolamento in una riconsegna, quasi abbandonica seppur tecnicamente assistita, del morire ai margini della struttura sanitaria o agli spazi privati, alle famiglie.

È una competenza mite e delicata quella che serve, che nasce dall’”incontro tra soli”, come annota Julia Kristeva, o “tra poveri” come le risponde Jean Vanier.

Competenza di donne e uomini capaci di fidarsi ed esporsi, di essere promessa senza altre certezze che la parola data. Magari quella promessa silenziosa: non ti abbandonerò.

La promessa può emergere anche dalle forme incerte, e a volte indistinte, della debolezza e della fragilità, può germinare, e poi trovare fiore e frutto, nella trama di relazioni attente, fedeli e creative.

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