Un giovane che ama la musica e suona la chitarra viene ammazzato, a Bologna, vicino alla stazione. Non ci sono ragioni. E’ soltanto incappato nella persona sbagliata nel momento sbagliato. Qualcuno ha detto che l’assurdo esiste
A Bologna, una sera. “Come è possibile questo?"
Il caso di Alessandro Ambrosio è esemplare, tristemente esemplare. Ambrosio è capotreno e viene ucciso vicino alla stazione di Bologna la sera del 5 gennaio. Gli amici lo chiamavano “Ambro”. Era laureato in statistica ma aveva voluto seguire le orme del padre, ferroviere. Aveva 34 anni. Amava la musica e suonava la chitarra. L’omicida è il croato Marin Jelenik. Viene controllato poco dopo l’assassinio ma viene rilasciato perché il corpo di Alessandro Ambrosio non è stato ancora stato trovato. Jelenik prosegue in treno il viaggio verso Milano, ma viene fatto scendere a Piacenza perché litiga con i controllori. Viene identificato e liberato perché la nota di fermo non è stata ancora diramata. Arriva a Desenzano del Garda la sera del 6 e viene finalmente arrestato. Il croato era stato comunque più volte denunciato per reati vari commessi nel periodo che va dal 2019 al 2025 in diverse città del Nord Italia. Il 23 del dicembre scorso il prefetto di Milano aveva firmato un ordine di espulsione, mai eseguito.
Il padre di “Ambro” si è chiesto: “Com’è possibile tutto questo?”. Perché tutto questo possa apparire possibile c’è, in primo luogo, la necessità di trovare dei motivi per cui Jelenik ha ucciso Alessandro Ambrosio. Ma non ce ne sono. Guglielmo Battisti, capo della Mobile di Bologna, ha detto che «non sembra esserci una conoscenza pregressa» tra i due e che, dopo aver pedinato il capotreno, l'uomo ha colpito «senza che avvenga alcuno scambio di parole». In altri termini, l'omicidio potrebbe non avere alcun movente.
La follia non abita solo alla stazione di Bologna
La “morale” di un evento drammatico come questo è sconsolante. Si può morire senza ragioni. Basta incrociare uno squilibrato come Jelenik e rimediare un fendente che mette fine alla vita di un uomo, giovane, che ama la musica, che suona la chitarra. Quando si legge di una violenza del genere, si invoca la protezione della società, delle sue forze dell’ordine. Ma le forze dell’ordine non bastano mai e soprattutto sono intralciate dalla burocrazia, prigioniere delle loro stesse procedure: per fare le cose “per bene”, finiscono per non fare. Così Jelenik non viene arrestato, non viene espulso, come si dovrebbe, e Alessandro Ambrosio ci rimette la vita. Alla fine, resta la domanda senza risposta: “Com’è possibile tutto questo” e resta una vita che finisce senza ragioni.
Sembra una perdita di tempo citare della letteratura di fronte a un fattaccio del genere. Ma penso che non sia fuori posto. Attorno agli anni cinquanta del secolo scorso è stato inventato il “teatro dell’assurdo”: Jonesco, Beckett e compagnia. Nella “Cantatrice calva” e in “Aspettando Godot” si parlava, si parlava senza dire niente. Era il dramma della parola.
Di fronte a fatti come la morte assurda di Alessandro Ambrosio si ha la sensazione che il teatro della parola sia dilagato ben al di fuori della parola e gli uomini non solo – spesso - parlano senza avere nulla da dire (usano le parole come proiettili) ma fanno – spesso - senza avere ragioni per fare e ammazzano solo perché si sono trovati di fronte un bersaglio.
(E non si dica, per favore, che Jelenik era un folle e quindi… Perché ci sarebbero da spiegare le ragioni vere, che spieghino davvero, perché si fanno certe cose a Caracas a Kiev, Gaza. La follia non abita solo nelle vicinanze della stazione di Bologna).
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