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Gender, LGBTQ+, omosessualità. Famiglia e Chiesa

Io, omosessuale e credente

omosessualità LGBTQ fede

Gli articoli pubblicati nei giorni scorsi hanno offerto vari punti di vista sul mondo Gender, LGBTQ+ e omosessualità. Concludiamo il dossier con una testimonianza. Intervista a Giorgio Gervasoni

 

 

Anzitutto puoi presentarti brevemente?

Mi chiamo Giorgio Gervasoni, sono cresciuto a Bergamo, dove ho seguito l’iter scolastico fino alla maturità classica e, poi, la Facoltà di lettere classiche a Milano. L’insegnamento, da cui ero attratto, è stato lo sbocco naturale dei miei studi e, di fatto, tutta la mia attività lavorativa si è svolta nella scuola, in particolare al Liceo L. Mascheroni, dove ho insegnato dal 1985 al 2019, anno del mio pensionamento.

Sono cresciuto in una famiglia cattolica, con altri quattro fratelli, e fin da bambino ho partecipato a tutti quei momenti e a quegli incontri di formazione che la mia parrocchia di appartenenza, Santa Caterina, offriva: il catechismo alle elementari e medie inferiori, un gruppo, molto vivace e stimolante, di adolescenti e di giovani universitari durante il liceo e gli anni di università, una partecipazione, durata molti anni, al cammino neocatecumenale, e poi la frequentazione di altri ambienti parrocchiali, come Monterosso e, ormai da circa 25 anni, la parrocchia di Redona, dove sono impegnato con una certa intensità in gruppi e attività diverse (incontri liturgici, gruppi di catechesi, volontariato, attività culturali). Dall’anno scorso, su invito di un parroco, partecipo anche agli incontri del CPT della CET cittadina.

 

In base alla tua esperienza, quali sono le tue considerazioni in merito al tema: “Persone lgbt credenti e omosessualità”?

Come ho appena detto, ho ricevuto (e per questo ringrazio i miei genitori e tante persone incontrate nella mia vita) un’educazione cristiana fin da bambino e la mia adesione alla fede cristiana, con l’età, è andata gradualmente maturando e divenendo sempre più consapevole e convinta. Sennonché, durante l’adolescenza, ho cominciato ad avvertire, dapprima in modo un po’ confuso, poi in modo sempre più chiaro ed evidente, attrazione fisica e affettiva per i ragazzi, fino a dover ammettere e riconoscere di essere omosessuale.

Tutto ciò, come spesso succede, per molti anni l’ho combattuto e rifiutato, l’ho avvertito come qualcosa di sbagliato e di colpevole, che non poteva trovare spazio dentro una educazione e una fede cristiana che mi appariva totalmente inconciliabile con l’omosessualità.

La conseguenza di questo mio stato d’animo è stata che per anni ho tenuto nascosto ciò che provavo perché me ne vergognavo, ma così facendo, mi trovavo spesso nella condizione di dover fingere, di non poter manifestare liberamente ciò che provavo, di vivere in modo schizofrenico, diviso in due dentro di me: direi che proprio questo è stato l’aspetto più doloroso che per tanti anni mi ha accompagnato.

Nello stesso tempo, però, a mano a mano che gli anni passavano, mi sono detto più volte: «Gesù Cristo è troppo importante perché io lo “butti via” a causa della mia omosessualità». Dico ciò perché, avvertendo allora in modo così forte il contrasto tra fede e omosessualità, poteva venire la tentazione di abbandonare la vita di fede per non dover continuamente reprimere la propria natura omosessuale, ma viverla liberamente senza continui sensi di colpa e senza il peso dei divieti della Chiesa.

Perciò, nonostante tutto e con fatica, ho continuato a frequentare i momenti di vita ecclesiale di cui ho detto sopra e nel 2001 ho frequentato per breve tempo il gruppo di lgbt credenti, costituitosi allora, La Creta. Tra alti e bassi, pur leggendo e documentandomi molto sulla questione “fede e omosessualità”, ho vissuto sostanzialmente da solo, senza confrontarmi con altri, il mio orientamento omoaffettivo, finché un fatto significativo si verificò nel 2019: dopo aver letto su un inserto di Avvenire un’intervista fatta a un teologo della nostra diocesi, relativa a questo tema, in cui si aprivano prospettive nuove, ebbi un incontro con lui che mi parlò di un gruppo di persone, preti e laici, che, su iniziativa del Vescovo, si stava costituendo per dare inizio, finalmente, ad una pastorale per persone lgbt.

Alla sua richiesta di entrare a farne parte per il contributo che avrei potuto dare, sia in quanto io stesso laico ed omosessuale, sia per gli studi teologici che avevo concluso col Dottorato proprio in quell’anno presso la Facoltà Teologica di Milano, risposi che la cosa mi interessava sicuramente. Così, da allora, ho iniziato a partecipare agli incontri della Commissione diocesana per la pastorale con persone lgbt e ho ripreso a frequentare il gruppo di persone lgbt credenti, La Creta. E la cosa continua tuttora.

 

Puoi darci qualche informazione sui gruppi lgbt credenti e, in particolare, su La Creta? Qual è la loro finalità? Come e quando sono nati?

I primi gruppi di persone lgbt credenti in Italia sono nati negli anni Ottanta del secolo scorso, quindi ormai più di quarant’anni fa, e attualmente sono presenti in molte diocesi italiane, sia del nord che del centro che del sud. Significativa la nascita, nel 2019, di una associazione di volontariato cristiano, La Tenda di Gionata, con sede a Firenze, ma con alcune centinaia di soci in tutta Italia, grazie alla quale i vari gruppi di lgbt credenti possono tenersi costantemente in contatto tra loro ed essere informati sulle tante iniziative che si svolgono in ambito ecclesiale e laico, sia in Italia che all’estero, su questioni inerenti al rapporto tra fede e omosessualità.

Per sua stessa dichiarazione la Tenda di Gionata «ha fatto dell’informazione, della formazione, dell’accoglienza e del dialogo tra Chiesa e mondo LGBT la sua ragion d’essere… per rendere concreto il sogno di una Chiesa sempre più inclusiva e includente».

Queste parole spiegano con molta chiarezza i motivi che hanno spinto tanti cristiani lgbt a riunirsi in gruppi spontanei, al di fuori di ogni ufficialità, come nel caso del gruppo di Bergamo, a cui ho accennato sopra, La Creta, nato nel 2001 per iniziativa di un frate Cappuccino, proprio con questo obiettivo: permettere a cristiani lgbt di incontrarsi, di confrontarsi su come vivono la loro fede all’interno delle loro comunità cristiane, di trovare una via possibile e necessaria di conciliazione e, quindi, anche un equilibrio interiore, tra il proprio orientamento omoaffettivo e la propria fede di cristiani che, in quanto tali, desiderano sentirsi parte a pieno titolo di una comunità cristiana, convinti che sia necessario superare discriminazioni, pregiudizi, preclusioni, che spesso si verificano nei confronti delle persone lgbt proprio dentro le nostre comunità parrocchiali.

La Creta si è riunita, per tanti anni, due serate al mese, nei locali annessi ad una chiesa di Bergamo; da qualche anno, invece, ci si incontra, una domenica al mese, nel convento del padre Cappuccino che dall’inizio anima il gruppo.

È importante sottolineare che i vescovi bergamaschi, Amadei e Beschi, sono sempre stati informati delle attività del gruppo, esprimendo in più occasioni il loro sostegno.  In ormai 25 anni vi sono passate decine di persone, prevalentemente di sesso maschile, e ognuna ha potuto parteciparvi finché lo ha desiderato, senza alcuna preclusione: di esse molte, col tempo, hanno smesso di frequentare il gruppo, altre vengono da tanti anni, talvolta, come in questi ultimi tempi, in numero piuttosto esiguo, ma riteniamo che sia comunque importante trovarci per continuare a lavorare su quegli obiettivi prima indicati. Per fare ciò, ci si è dedicati alla lettura, riflessione, discussione e confronto su testi diversi: passi biblici, testi di spiritualità, documenti del Magistero, studi di carattere morale e pastorale, ecc.

 

Che cosa si è fatto finora e si sta facendo, nell’ambito della pastorale per e con persone lgbt credenti, nella diocesi di Bergamo?

Ho accennato prima alla nascita, alla fine del 2019, di una Commissione diocesana, promossa dal Vescovo, che si occupasse di dare concretamente inizio ad una pastorale per e con persone lgbt. Va senz’altro ricordato il fatto che, poco prima, nel maggio di quello stesso anno, il Vescovo Beschi partecipò e presiedette la veglia per il superamento dell’omofobia, che si tenne nella chiesa di Bergamo presso cui ci si incontrava abitualmente.

Tale Commissione, fin dal suo inizio, era costituita da alcuni preti con incarichi diversi in diocesi, tra cui il responsabile dell’Ufficio per la pastorale familiare, un teologo moralista, tre parroci, dal padre Cappuccino che ha dato avvio al gruppo La Creta, da alcuni laici, uomini e donne, di cui due come genitori di figli lgbt, tre come omosessuali della Creta. Nel corso di questi anni alcuni componenti sono cambiati e, attualmente, c’è una presenza più ampia da parte di persone dell’Ufficio per la pastorale familiare.

Fin dall’inizio ci si è incontrati, mediamente, una volta ogni 45/60 giorni e si sono affrontati argomenti che consentissero a tutti di avere un’ adeguata informazione sulla questione fede e omosessualità, vale a dire: i testi biblici in cui vi sono accenni all’omosessualità e le interpretazioni, antiche e recenti, ad essi date; i documenti del Magistero in cui si parla di omosessualità, con le argomentazioni  in essi sostenute per condannarla; le più recenti valutazioni sull’omosessualità nell’ambito della teologia morale cattolica, anche alla luce delle acquisizioni delle scienze umane.

Si è trattato, perciò, di un importante lavoro di documentazione e di studio che ha impegnato a lungo la Commissione: Successivamente, ci si è chiesti quale potesse essere una via per offrire un aiuto concreto a quelle persone della diocesi di Bergamo che avessero bisogno di un consiglio, un aiuto, un’indicazione, per sé stesse o per altri, di fronte a situazioni di difficoltà, emarginazione, discriminazione, conflittualità, a causa del proprio orientamento sessuale.

Pertanto circa due anni fa si è costituito, presso una struttura diocesana, un servizio di primo ascolto per persone lgbt, familiari ed educatori, in cui erano coinvolte persone con competenze diverse; purtroppo però i casi di persone che si sono rivolte a questo centro di ascolto sono stati molto pochi, ora perciò si tratta di vedere quale può essere la via migliore per procedere. Nel corso dell’ultimo anno sono risultati interessanti alcuni incontri tra la Commissione stessa e alcune realtà lgbt presenti sul territorio: dapprima con una decina di persone della Creta, poi con alcuni componenti del gruppo Agedo (Associazione – laica - di genitori di persone lgbt) e con l’assessora del Comune di Bergamo all’istruzione, alle politiche giovanili, alle pari opportunità, ecc.

Da un po’ di tempo si sta pensando anche a preparare una traccia per una possibile presentazione, da parte della Commissione, in uno o più incontri aperti a chiunque sia interessato, del tema fede-omosessualità affrontato nei suoi diversi aspetti. Infine, è rilevante il fatto che quest’anno, per la prima volta, si è celebrata la veglia per il superamento dell’omofobia in una chiesa parrocchiale appena fuori Bergamo con l’approvazione e il coinvolgimento ufficiale della Commissione stessa, e quindi della Diocesi: tutto ciò, si spera, dovrebbe condurre un po’ alla volta alla piena integrazione dei cristiani lgbt nella comunità ecclesiale.

 

Che senso e che ruolo possono avere le veglie per il superamento dell’omofobia?

Le veglie per il superamento dell’omofobia si svolgono ormai da diversi anni ma, se prima venivano celebrate spesso quasi di nascosto e solamente in poche diocesi, ora invece si stanno estendendo un po’ ovunque e, spesso, con l’approvazione e la partecipazione di organismi diocesani, o addirittura con la presenza di qualche vescovo: cosa che qui a Bergamo, come ho prima ricordato, avvenne già, in modo piuttosto inatteso, nel 2019, mentre quest’anno la celebrazione è stata presieduta dal responsabile diocesano dell’Ufficio per la pastorale familiare.

Direi che la principale finalità di queste veglie è la possibilità di trovarsi, sia tra persone lgbt credenti che con chiunque altro lo desideri, per ascoltare la Parola del Signore e per pregare affinché, qualunque sia la condizione e l’orientamento sessuale delle persone, ci si possa sentire veramente tutti quanti discepoli di Cristo e parte di una stessa Chiesa, in cui la carità fraterna, il superamento di pregiudizi e la piena accettazione dell’altro, diventino sempre più i tratti distintivi di una comunità che vuol dirsi cristiana.

Pertanto le veglie dovrebbero avere, e spero che lo abbiano davvero, anche una funzione di sensibilizzazione nei confronti di tanti cristiani che ancora manifestano giudizi e atteggiamenti di condanna, spesso immotivati, verso le persone lgbt credenti. Credo quindi che sia molto importante che queste veglie si svolgano sempre più in ambienti ecclesiali pubblici, aperti a tutti, perché ciò che vi si celebra non riguarda solo le persone lgbt e i loro parenti, ma l’intera comunità cristiana, chiamata, qui e altrove, ad una costante conversione del cuore.

Vorrei ricordare anche l’importanza del carattere ecumenico di queste veglie: sia qui a Bergamo che nelle altre diocesi esse sono state preparate spesso in comunione con le comunità battiste, metodiste, valdesi, con le quali abbiamo tante cose da condividere, prima di tutto la stessa fede in Cristo.

 

Qual è stata nel passato e qual è oggi la posizione della Chiesa, sia a livello nazionale che a livello locale, sul modo con cui le persone lgbt credenti possono e devono vivere la loro fede e il loro orientamento affettivo dentro la comunità cristiana?

Fino a prima del pontificato di Papa Francesco i documenti sull’omosessualità, che la Chiesa ha pubblicato, hanno sempre espresso un netto e duro giudizio di condanna degli atti omosessuali, distinti dall’ inclinazione, che, «benché non sia in sé peccato, è oggettivamente disordinata e costituisce una tendenza verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale».

Questa affermazione, contenuta nella lettera Homosexualitatis problema: la cura pastorale delle persone omosessuali (n.3), pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1986, è stata ripetutamente richiamata e citata anche in altri testi successivi (Catechismo della Chiesa Cattolica, ecc.) e tuttora, dal punto di vista strettamente dottrinale, il giudizio della Chiesa non è cambiato.

Bisogna riconoscere però che è molto cambiato, a partire dai testi pubblicati durante il pontificato di Francesco, il lessico con cui oggi si parla dell’omosessualità e l’atteggiamento, almeno a livello di tante chiese locali, nei confronti delle persone lgbt: infatti, dopo anni di inerzia, si sono avviati in tante diocesi dei percorsi finalizzati  ad una pastorale che prenda sul serio ciò che, in realtà, era stato anticipato già nella lettera del 1986 (n.17: «I vescovi si premureranno di sostenere lo sviluppo di forme specializzate di cura pastorale per persone omosessuali»), ma che di fatto era sempre rimasto lettera morta.

A proposito del lessico, che esprime ovviamente un modo ben diverso di porsi nei confronti delle persone omosessuali, vorrei citare, come esempio, quanto fu scritto nella Relazione sulla famiglia in occasione del Sinodo straordinario dei vescovi su quel tema nel 2014: «Le persone omosessuali hanno doti da offrire alla comunità cristiana… Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali, si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners» (n. 52). E ricordo anche la tanto spesso citata Esortazione apostolica Amoris laetitia del 2016, in cui Papa Francesco dice che nei riguardi delle famiglie in cui vi siano persone omosessuali «bisogna assicurare un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (n. 250).

E’ ben evidente il cambio di registro linguistico rispetto a pochi anni prima e l’esortazione ad avviare processi di accompagnamento che aiutino le famiglie e le persone omosessuali a sentirsi pienamente accettate dentro la Chiesa e nelle proprie comunità parrocchiali, dove spesso tali persone hanno svolto compiti e servizi diversi, ma sempre tenendo nascosto il proprio orientamento per timore di essere discriminate e allontanate nel momento in cui l’avessero manifestato. E ciò purtroppo, in molti casi, è avvenuto, senza pensare che, quando una persona si dichiara omosessuale, è la stessa persona che fino a un attimo prima tutti conoscevano, che tutti magari apprezzavano e stimavano, alla quale erano legati da vincoli di amicizia.

Da qui la necessità che a livello locale, nelle singole diocesi e parrocchie, si realizzino concretamente dei percorsi che rendano possibile quanto il Papa auspica, a cominciare da un’informazione di base che i credenti di una comunità cristiana dovrebbero avere per superare pregiudizi e convinzioni errate: è certamente ciò che in molti casi sta avvenendo mediante incontri nei quali si chiariscono gli aspetti psicologici, relazionali, biblici, dottrinali, ecc. nell’ambito dell’omoaffettività.

Credo che siano molto importanti, per favorire questa graduale inclusione del mondo lgbt credente nella vita ecclesiale, anche i gruppi di genitori che, sempre più numerosi, vanno costituendosi, per aiutarsi reciprocamente e aiutare  i propri figli lgbt ad affrontare insieme situazioni che coinvolgono la famiglia intera, di fronte alle quali spesso ci si trova del tutto impreparati; ma per fare ciò, è indispensabile, sia nelle famiglie che nelle nostre comunità cristiane, porsi prima di tutto in una posizione di ascolto nei confronti di chi spesso vive con difficoltà il proprio orientamento omoaffettivo e, quando decide di manifestarlo, lo fa perché desidera essere accettato e amato per quello che è.

 Mi sembra perciò che sarebbe molto bello se veramente, pur con tempi lunghi e con non poche difficoltà, una seria pastorale per persone lgbt riuscisse a realizzare ciò che si dice al n. 150 della Relazione finale del Sinodo sui giovani del 2018:

«Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé».

 

Che cosa, come cristiani lgbt, vi augurate che possa cambiare nei rapporti non sempre facili, anzi spesso ancora conflittuali, tra voi e le comunità cristiane a cui partecipate e nelle quali volete sentirvi inseriti a pieno titolo?

Credo che, dopo quanto detto appena sopra, non ci sia molto altro da aggiungere: i cristiani lgbt, cresciuti negli ambienti parrocchiali come i loro coetanei, impegnati a tanti livelli diversi in movimenti o associazioni cattoliche, nel volontariato, nella catechesi, in attività culturali, in una parola, in tutto ciò che caratterizza una comunità cristiana, non desiderano altro, nel momento in cui dichiarano il proprio orientamento omoaffettivo, che essere pienamente accettati e riconosciuti come credenti che vogliono continuare a far parte della Chiesa in cui sono cresciuti e a cui desiderano continuare a dare il loro contributo come persone e come cristiani: convinti che ciascuno sia chiamato a vivere la propria vocazione dentro la condizione esistenziale in cui si trova e, quindi, nel caso delle persone lgbt, dentro quel loro specifico orientamento, perché a tutti è data la possibilità di vivere l’amore di Cristo conformemente alla natura, ai mezzi e ai limiti di ciascuno, senza finzioni, ipocrisie, assurde negazioni di ciò che si è.

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