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I luoghi, gli incontri, gli approfondimenti che il Papa potrebbe visitare

Gerusalemme

Il viaggio che oserei proporre a Papa Leone in Israele-Palestina. Seconda parte. Riprendiamo le tappe di questo improbabile viaggio addentrandoci nei luoghi proposti per quanti desiderano conoscere il come e il perché. La loro portata storica e simbolica. Una siffatta scelta solleverebbe un certo imbarazzo nell’incontro di diverse persone e realtà che abitano nel conflitto fin dagli inizi di questa storia di occupazione ed oppressione

 

 

Gerusalemme

Sarebbe interessante un incontro diretto da una parte con i rappresentanti delle diverse agenzie e testate della stampa israeliana  e dall’altra con le diverse realtà della società civile che da anni/decenni, denunciano il male dell’occupazione, quale nemico comune per i due popoli, a cui sta a cuore una risoluzione del conflitto dove la verità possa germogliare dalla terra e la giustizia affacciarsi dal cielo. Come entrambe le realtà vivono e (parlano) del conflitto? Quali passi prospettano? Quali condizioni possono favorire in futuro il riconoscimento all’esistenza, il diritto di abitare la terra, la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese e la sicurezza e la pace per il popolo ebraico?

Ricordo di aver incontrato Dr. Zvi Schuldiner, un giornalista israeliano molto lucido che scriveva per il Manifesto. Zvi Schuldiner è docente di politica e di pubblica amministrazione al "Sapir Academic College” (Hof Ashkelon, Israele). Un altro anno abbiamo avuto invece l’occasione di incontrare qualche giornalista nella redazione del quotidiano Haaretz.

Sarebbe interessante un incontro con alcuni rabbini sulla teologia della terra. Per una interpretazione della Scrittura non faziosa e fondamentalista, né ideologica, e strumentale. Ricordo di aver letto - dopo l’incontro con David Neuhaus S. J.- un libro interessante di sana teologia biblica, di Alain Marchadour- David Neuhaus, «La terra, la Bibbia e la storia», Ed Jaca Book).

Sarebbe anche interessante conoscere quali letture può offrire una teologia palestinese, nella sua forma germinale, sulla vita delle comunità cristiane di Palestina attraversate dal conflitto (due nomi di riferimento padre Rafiq Khouri presso il Patriarcato di Gerusalemme, senza dimenticare il lavoro svolto in vita da Geries Sa’ ed Khoury). F Raed Abusahlia è un buon collegamento. 

Scendendo da Gerusalemme verso Gerico

Le comunità di beduini Jahalin.  Uno fra tutti il villaggio di TABANA sotto l'insediamento di Ma' Ale Adummin. Oppure il villaggio di AL MADWISH dove avevamo incontrato Abu Raid, capo del villaggio e coordinatore di tutti i villaggi dei Beduini. «Tuakel al Alah», “fidati di Dio”.

Ricordo ancora una delle sue parole: «Venite ancora a trovarci. Noi siamo musulmani ed è solo nei cristiani che abbiamo incontrato il perdono» mentre gli occhi dei bambini mi visualizzavano le parole del Salmo 32, 18-19 «Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame». Oggi questo grido inascoltato è negli occhi dei bambini sopravvissuti, feriti, mutilati e denutriti di Gaza!

Ma non dimentichiamo all’interno dello stesso Stato d’Israele le comunità non riconosciute dei beduini nel deserto del Neghev ritenuti usurpatori di una terra che abitano da millenni, mentre quando si insediano i coloni subito viene fornita acqua, elettricità e internet.  E nei pressi di Gerico e la Valle del Giordano. La questione idrica – con la sottrazione delle risorse idriche è una ragione non indifferente del conflitto, della discriminazione e del regime di occupazione.

Nella striscia di Gaza

Immagino con Papa Leone e tutte le comunità una veglia interreligiosa innalzando il grido delle vittime fino a forare le nubi del cielo. Ascolterei in presa diretta dai gazawi cosa accade quando si recano ai centri di distribuzione dei viveri. Chiederei conto alle autorità israeliane sul programma di internamento della popolazione in quello che si configura come un campo di concentramento, senza via d’uscita a Rafah.

È Geremia a far risuonare le domande delle vittime di tutti i tempi. Perché? Perché Dio permetti tutto questo. Il profeta dà voce al grido di Israele nella minaccia e distruzione di Gerusalemme da parte di Babilonia. Oggi questo è il grido del popolo palestinese sotto occupazione di Israele a Gaza come in Cisgiordania. «Perché vuoi essere come un forestiero nel paese e come un viandante che si ferma solo una notte? Perché vuoi essere come un uomo sbigottito, come un forte incapace di aiutare? Eppure, tu sei in mezzo a noi, Signore, e noi siamo chiamati con il tuo nome, non abbandonarci».

Galilea 

- A NAZARETH incontrerei VIOLETTE KHOURY, cristiana melchita  per quasi mezzo secolo da farmacista a Nazaret ha intessuto relazioni di pace. Membro del Movimento ecumenico per la giustizia e la riconciliazione tra i popoli 'Sabeel', Violette ha fondato quando è andata in pensione qualche anno fa, l’associazione 'Nasijona- Nazareth', che in lingua araba significa 'il nostro tessuto'.

Donna simbolo delle mani operose delle donne di Nazareth. Violette ci racconta che un giorno in farmacia una donna di nome Hikmat gli ha confidato che un tempo lavorava Teib. La tradizione orale e popolare fa risalire questo lavoro a Maria la Madre di Gesù; mentre Giuseppe faceva il carpentiere nella città che allora era la capitale della Galilea: Zippori. Violette ha avuto una illuminazione. Non bisognava perdere questo patrimonio comune così con il suo gruppo di donne hanno trovato in Nazareth le ultime due tre anziane che ancora facevano l’antico pizzo chiamato “Teib” che altrimenti si sarebbe perduto. C’è una foto di 150 anni fa ritrae una donna che fa il Teib. Non si segue un disegno, ma la propria immaginazione. Attraverso il ricamo si è recuperato il filo che riallaccia alle proprie radici e unisce più di due-tre cento persone donne cristiane, mussulmane, di diverse classi e professioni sociali, dai benestanti a chi riceve un sussidio sociale. Nasijona ha riscattato così dalla loro clandestinità e inferiorità molte donne liberando il loro potenziale in termini di creatività, immaginazione, lavoro, legami sociali e indipendenza economica.

- I VILLAGGI DISTRUTTI, in ALTA GALILEA. Nel 1948 più di un milione di palestinesi furono espulsi, deportati nei campi profughi. È la Nakba, catastrofe. Ciò che accade già dal 1948 non fu un evento improvviso, ma una azione pianificata fin dagli anni ’30.  Può essere istruttiva la lettura di un testo fondamentale di Ilan Pappé «La pulizia etnica della Palestina».

Villaggio di KAFR BIR’ IM “terra dei fichi”. Nel 2011 funno accompagnati da Violette Khoury In questo villaggio abitato da famiglie di cristiani maroniti ci viene ricordato che Negli anni ’30 del secolo scorso, gli ebrei erano accolti e uniti da stretti legami di amicizia… Gli eventi storici successivi sono narrati da Elias Chacour in “Fratelli di sangue”. La risoluzione 194 dell’ONU del 1949 stabilisce il diritto dei profughi di ritornare nelle proprie case ma tale diritto viene negato fino ad oggi da Israele mentre la comunità internazionale tace. Doppia ingiustizia il fatto e il diritto negato. L’ unica concessione ottenuta dagli abitanti del villaggio è di poter ritornare non da vivi ma da morti facendosi seppellire nel cimitero dei padri. Risuonano le parole del Salmo 87 “Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte. Io sono sazio di sventure, la mia vita è sull’orlo degli inferi. Sono libero, ma tra i morti”. Zettem Zhearh e Elias, abitano ora ad Haifa.

Il villaggio di Iqrit era un villaggio palestinese cristiano situato nel nord di Israele, a circa 25 chilometri a nord-est di Acri, vicino al confine libanese.  Nel 1948, durante la guerra arabo-israeliana, i suoi abitanti furono espulsi dalle forze israeliane e promessi che avrebbero potuto tornare in due settimane. Nel 1944-1945, la sua popolazione era stimata in 490 persone, principalmente cristiane. Il villaggio fu occupato dalle forze sioniste il 31 ottobre 1948 e i suoi residenti furono costretti a fuggire in Libano o nel villaggio israeliano di Rameh. La promessa di un ritorno temporaneo non fu mantenuta. Milad ci raccontò che il villaggio fu raso al suolo dall'esercito israeliano nella notte di Natale del 1951, nonostante una decisione della Corte Suprema israeliana che permetteva il ritorno dei residenti. Nel giorno della nascita di Gesù si consumava la morte del villaggio. Oggi, i discendenti degli abitanti di Iqrit mantengono un presidio nella chiesa del villaggio e seppelliscono i loro morti nel cimitero.

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