Di fronte a una Repubblica che compie ottant'anni, la parata dei Fori Imperiali rischia di consegnarci un'immagine inquietante: non la celebrazione della pace e della convivenza democratica, ma la normalizzazione dell'intreccio tra fede e apparato militare. Oggi, tra reparti armati, mezzi blindati e simboli di forza, sfilerà per la prima volta anche un plotone di cappellani militari.
Il Vangelo delle beatitudini non c'entra
Sacerdoti chiamati a marciare in uniforme, con talare ornata di stellette, fascia, guanti e basco militare. Un'immagine che non appartiene al Vangelo delle Beatitudini, ma a una lunga stagione storica in cui la religione veniva utilizzata per benedire gli eserciti e sacralizzare la guerra.
Per un cristiano che prende sul serio le parole di Gesù, questa non è una questione di protocollo. È una questione di testimonianza. Gesù di Nazareth non ha mai chiesto di identificarsi con il potere delle armi e non può essere rappresentato da sacerdoti che marciano come ufficiali all'interno di una parata militare. Il problema non è la presenza spirituale accanto ai militari; il problema è la trasformazione della presenza spirituale in simbolo militare.
Da giorni i cappellani arrivati da basi e accademie di tutta Italia hanno provato il passo di marcia presso strutture dell'Aeronautica Militare. Oggi sfilano nel cuore della Capitale come parte integrante dello schieramento. È un gesto che può apparire ordinario a chi considera naturale la fusione tra religione e apparato militare. Ma non dovrebbe esserlo per una Chiesa che continua a proclamare il Vangelo della pace.
La contraddizione di cappellani nell’esercito: da ripensare
Ancor più significativo è il fatto che tutto ciò avvenga mentre all'interno della stessa Chiesa cresce una riflessione critica sul ruolo dei cappellani militari. La recente nota della Conferenza Episcopale Italiana, Educare a una pace disarmata e disarmante, ha aperto alla possibilità di forme di accompagnamento pastorale meno legate alla struttura gerarchica delle Forze Armate. È un invito a ripensare una figura nata in contesti storici profondamente diversi dagli attuali.
Eppure, proprio mentre la Chiesa riflette sulla necessità di smilitarizzare la propria presenza, l'Ordinariato militare sceglie di rafforzarne la visibilità pubblica. Non attraverso iniziative di dialogo, riconciliazione o educazione alla pace, ma attraverso una sfilata in uniforme nel giorno della festa della Repubblica. La contraddizione è evidente. Da una parte si invoca una pace "disarmata e disarmante". Dall'altra si offre alla nazione l'immagine di sacerdoti che marciano sotto insegne militari. Da una parte si denunciano le nuove corse agli armamenti che sottraggono risorse a scuola, sanità e cooperazione internazionale. Dall'altra si continua a investire denaro pubblico in una struttura ecclesiastica integrata nell'apparato della Difesa.
Profezia di pace o fede con stellette e gradi?
La questione non riguarda soltanto i costi, pur rilevanti. Riguarda soprattutto il messaggio che si trasmette ai cittadini e alle nuove generazioni. Quale idea di cristianesimo viene proposta quando la fede si presenta con stellette e gradi? Quale testimonianza evangelica offre una Chiesa che, invece di stare visibilmente accanto alle vittime delle guerre, sceglie di occupare il proprio posto all'interno della coreografia militare dello Stato? In un tempo in cui l'Europa torna a parlare il linguaggio del riarmo e dei conflitti, ci sarebbe bisogno di profeti di pace, non di sacerdoti inquadrati in parata. Ci sarebbe bisogno di una Chiesa capace di ricordare a tutti che nessuna guerra è inevitabile e che la sicurezza non nasce dalll'accumulo delle armi, ma dalla giustizia, dal dialogo e dalla fraternità tra i popoli.
Vedere sfilare i cappellani militari non è soltanto l'esibizione di un privilegio storico sopravvissuto al tempo. E’ il simbolo di una tentazione sempre presente: quella di sostituire il Vangelo della pace con la religione della forza.Ed è proprio contro questa tentazione che un cristiano, oggi, è chiamato ad alzare la voce.
3 commenti
Grazie! Piena sintonia
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Chi ha scritto questo articolo, per ignoranza del Vangelo o malafede, non sa che Cristo non ha mai condannato le armi in sé. Infatti, lodò il centurione romano (oltretutto, d’occupazione) per la sua fede. E i suoi discepoli stessi erano armati (lo si evince nell’episodio dell’arresto di Gesù). Gesù non è venuto per portare pacifismo ma per salvare le anime di chi abbandona il peccato. Il Cristianesimo non ha mai condannato le armi. Mai. Ha sempre insegnato la Guerra Giusta, e non per sacralizzare la guerra ma semplicemente per difendere la popolazione e la civiltà da minacce ingiuste. Dopo secoli di invasioni islamiche, la Chiesa, finalmente, si decise a rispondere. Se non fosse stato per le sue Guerre Giuste (alcune crociate, la Battaglia di Lepanto, la battaglia di Vienna, ecc) che contrastarono la spinta islamica in Europa, oggi l’Europa sarebbe come l’Arabia Saudita e simili
Risponde Rocchetti:
Il Vangelo non è un trattato di strategia militare ma una chiamata radicale alla conversione. Che Gesù non abbia condannato esplicitamente ogni arma non significa che abbia benedetto la logica delle armi. Egli loda la fede del centurione, non la sua professione; e a Pietro che usa la spada dice: «Rimetti la tua spada nel fodero». Cristo non salva attraverso la forza ma attraverso la croce. La dottrina della guerra giusta nasce secoli dopo il Vangelo e rappresenta un tentativo di limitare la violenza, non di glorificarla. Quanto alle battaglie della storia, nessun successo militare può essere usato per trasformare il messaggio di Gesù in un messaggio di potenza. La domanda decisiva per un cristiano non è: «Quali guerre hanno vinto i nostri?», ma: «Da che parte sta il Crocifisso?». E il Crocifisso sta sempre dalla parte della pace, della riconciliazione e delle vittime della guerra. Un cristiano può discutere di eserciti, strategie e battaglie. Ma non dovrebbe mai dimenticare che il fondatore della sua fede è morto perdonando i suoi nemici. Per questo risuonano attualissime le parole di Papa Leone XIV: «La pace del Cristo Risorto è una pace disarmata e disarmante». La forza del Vangelo non sta nel vincere una guerra, ma nel vincere l’odio.