Possono i popoli decidere la propria sorte?

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Putin ha torto nell’aggredire l’Ucraina? Sì, ma.
La pericolosa retorica della guerra “fino alla vittoria”.
I politici sembrano ballare sul Titanic che sta affondando. E la Meloni parla di deterrenza

La risposta sembrerebbe ovvia: sì, in un regime democratico; no, in un regime autoritario. È il criterio di giudizio che viene spontaneo per la guerra in Ucraina per condannare Putin che aggredisce l’Ucraina per impedire il passaggio all’Occidente di uno Stato che non fa altro che affermare la propria indipendenza. Putin vuole impedirlo e passa dalla parte del torto. Ma quasi sempre nella storia si può avere torto, avendo anche qualche ragione. 


Le ragioni dell’Ucraina. E quelle di Putin

Anche se sarebbe giusto farlo, non staremmo qui a elencare la serie di colpe e di torti che, come una catena, si snodano prima del febbraio 2023, inizio delle ostilità. Perché ogni inizio è una continuazione.  La propaganda bellica è abile a confonder e le acque. 

Esamineremo solo la risposta che dà, a sua giustificazione e contraccusa, l’aggressore: Putin denuncia il logoramento che la Russia da tempo sta subendo ai suoi confini ad opera dell’Occidente (NATO, USA) e il pericolo di avere sotto casa puntati contro di sé gli armamenti, anche nucleari. Ma non ha forse l’Ucraina il diritto di scegliere da che parte stare e chi avere come alleati, anche militari? E quindi di passare con l’Occidente, entrare nell’Euriopa e nella Nato? Chi può negarglielo senza infrangere questo elementare principio giuridico statuale? Un popolo deve poter autodeterminarsi. 

Ma siamo sicuri che sia proprio così?

Un esempio illustre. Nel 1962 Kennedy dichiarò il blocco di Cuba e, allora, il mondo libero esultò. Oggi ci si scadanlizza se Putin non vuole missili alle porte di casa sua

Allora qualcuno dovrebbe spiegarmi perché, quando Cuba, nell’ottobre del 1962, decise autonomamente di installare missili sovietici sul suo territorio, l’America di Kennedy (non quella di Kissinger o di Biden o di Trump) reagì e schierò la sua flotta ad impedirlo col rischio reale di scatenare una terza guerra mondiale, già atomica. E quel mondo libero che allora esultò per Kennedy, ora si scandalizza e grida al tiranno se Putin non vuole che missili NATO si istallino in Ucraina e che la NATO venga ad “abbaiare (e magari a mordere) sotto le sue finestre” (come disse papa Francesco). Qualcuno mi dica se i democratici Stati Uniti oggi accetterebbero, ad es., che in Messico si installassero forze militari russe o cinesi. 

I “due occhi” della storia: il tempo e lo spazio

I miei maestri di storia dicevano che la storia ha due occhi: la cronologia e la geografia. In parole più moderne e categoriali, diremmo il tempo e lo spazio. Come quello delle persone, anche il destino degli Stati deve tener conto di questi due parametri che rendono possibile e effettiva storicamente la loro libertà, che altrimenti crescerebbe nel turbamento mondiale come ogni anarchia. 

Come Cuba era legata da storici vincoli all’America del Nord (parametro temporale), così l’Ucraina era legata da vincoli millenari alla Russia, ancor più che Cuba agli USA, vincoli che si ricordano ancora a memoria d’uomo, perché solo dal 1989 l’Ucraina si è staccata dall’URSS (e peraltro a lungo ancora rimanendo in posizione amicale). Non solo. Come lo spazio cubano attiene a quello americano, così, e a maggior ragione, lo spazio ucraino è attiguo allo spazio russo. Quanti legami di ricordi e di scambi! Quanto eventi comuni che non si possono cancellare d’un tratto! Quanti rapport la cui rottura suona come uno schiaffo! Gli amici si scelgono, quelli che ci pare, diceva il cinico Andreotti, ma i vicini ce li troviamo già serviti, e con loro si deve convivere, anche se non piacciono. 

Una volta c’erano gli Stati-cuscinetto, che dividevano grandi potenze e restavano amici di entrambe. Nella storia addirittura dire Ucraina era come dire il baluardo occidentale della Russia: ed ora da difesa diventava minaccia.

Spazio e tempo determinano la politica degli Stati. Nessun Stato decide da solo. Neanche l’Italia

Ci sono quindi Stati che per collocazione spazio-temporale sono condizionati e solo lentamente, nel rispetto d’una maturazione storica di eventi, possono operare distacchi che non suonino come strappi. E che devono controllarsi, nel nome della superiore convivenza mondiale. Nessun Stato, nemmeno quello apparentemente più libero, decide da solo. Siamo sicuri il nostro stesso destino di Italiani sia sempre stato libero, anche nell’Italia democratica? O che non sia stato incanalato dall’esterno, non sempre solo con metodi di persuasione, verso obiettivi che ci sovrastavano? Tanto per dirne uno: il caso Moro non è forse prova evidente – al di là dei tanti lati ancora oscuri – di come la libera Italia non sia stata lasciata libera di determinarsi e di come sia stata con esso condizionata? 

Le ragioni di chi aveva torto e il torto di chi aveva ragione

Ebbene: chi mai ha, all’inizio delle ostilità tra Russia e Ucraina, cercato con passione le ragioni di chi aveva torto e il torto di chi aveva ragione, in vista di una conciliazione possibile? Non era meglio tutelare l’integrità dell’Ucraina pagando il prezzo di una sua neutralità smilitarizzata e col rispetto delle popolazioni russofone del Donbass? Non era possibile scambiare lo stop a Putin con la rinuncia delle forze della NATO a posizionarsi alle sue frontiere? Subito la voce che si è levata è stata invece, da entrambe le parti, “lotta fino alla vittoria”, cioè fino alla sconfitta dell’avversario. Gli uni per indebolire la Russia e poi azzannarla; gli altri per riconquistare un prestigio incrinato. 

Non si è cercata la soluzione politica. E il mondo è costretto a schierarsi in due campi avversi che si fanno guerra. E i nostri politici ci pensano o si preoccupano più dei voti della Ciociaria che delle sorti del mondo? 

Ora quella guerra, purtroppo, piega verso una vittoria segnata, che prevedibilmente e nella migliore delle ipotesi, lascerà una situazione sospesa di conflitto latente e sempre pronto a risvegliarsi. E costringe il mondo a schierarsi in due campi avversi, distruggendo quel tessuto di amicizie policentriche a cui pareva che il mondo si fosse prima avviato smantellando gli antichi steccati e cortine e muri.

Noi stavamo convivendo con l’America che ci dava sicurezza e amicizia storica, con la Russia che ci dava l’energia, con la Cina che ci offriva trattati di commercio, con l’India e il suo bacino culturale e tecnologico, col Sud America e le sue risorse e con le comuni cultura e religione. Ha fatto presto questo mondo a svanire, E addirittura c’è il rischio reale che si scateni qualcosa di più tragico che segnerà la sconfitta di tutti.

È forse possibile ancora recuperarlo? Sarà con la ricetta della nostra Presidente Meloni, in cui la grinta prevale sulla razionalità? Essa l’ha recentemente offerta, con la solita sicurezza: la pace si ottiene con la deterrenza. Cioè armandoci e facendo paura all’avversario. È l’eterna illusione della corsa agli armamenti. A parte il fatto che dovremmo investire tutte le nostre scarse risorse per raggiungere standard militari che altri da tempo hanno conseguito, chi è così pazzo da scatenare un conflitto mondiale non si tirerà indietro nemmeno di fronte alla paura della morte. Contro le patologie distruttive non vale la forza a dissuadere.

Noi riteniamo che la pace si raggiunga meglio creando fiducia tra i popoli: con la conoscenza reciproca, con le relazioni amicali, con gli scambi culturali e commerciali, con i mezzi di comunicazione che mostrino l’umanità di tutti e l’umanità che accomuna di diversi, anche i nemici. Non con le sanzioni né con le preclusioni né con i boicottaggi, ma con la fiducia. E la fiducia non è l’umano della fede?

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