Vannacci fa molto discutere. Il mondo politico è chiamato, ancora una volta, a definire le proprie identità. La parte dello schieramento politico più impegnata in questo lavoro è il Centro. Dove ci sono molte sigle.
Il passato e la fine del “Grande Centro"
Scomparso il “Grande Centro”, che si chiamava “Democrazia cristiana”, il sistema politico italiano si spaccò in due come una mela. Quando accadde, sotto la spinta di Mario Segni e di Mani pulite, non ne fummo affatto scontenti. Finalmente avremmo visto anche in Italia la democrazia competitiva e governante tra due partiti liberal-democratici, uno conservatore e l’altro progressista. Ci si lasciava alle spalle la democrazia consociativa e il “Fattore K”, che avevano condotto l’Italia fino agli anni ’90, attraverso la ricostruzione, il boom e poi la recessione e gli Anni di piombo. Aveva difeso la democrazia in anni difficili, ma aveva governato poco e male. La controprova? Un immenso debito pubblico. Esso era l’autobiografia spietata dell’Italia e della sua classe dirigente.
Conosciamo tutti il seguito: la favola bella del bipolarismo/bipartitismo all’inglese non ebbe un lieto fine.
Berlusconi scese in campo nel nome dell’anticomunismo. Rispolverò il “Fattore K”.
Il “fattore B” come Berlusconi e le sue conseguenze
Non che il PCI-PDS non gliene offrisse il… sinistro. Occhetto fece un partito che non era più comunista, ma non era neppure socialdemocratico. Al “Fattore K” la sinistra oppose il ”Fattore B” (come Berlusconi). Berlusconi aveva osato l’indicibile: legittimare il Movimento sociale italiano, che fino allora si era barcamenato nel quieto mare della Repubblica all’insegna dello slogan di Almirante: “né rinnegare né restaurare”. Era la fine del CLN e dell’arco costituzionale. L’effetto di questa antistorica bipolarizzazione ideologica fu che il sistema politico si condensò sulle ali estreme. Salvo momentanei e brevi governi di unità nazionale dopo il 2011, la contrapposizione ideologica delegittimante è diventata la cifra degli ultimi anni. Il “Fattore B” è stato tradotto dalla sinistra in “Fattore M” (come Meloni)– nessuna maliziosa parentela con “M. il Figlio del secolo” di Scurati!
Tale estremizzazione del sistema politico presenta un grave inconveniente: rende difficile la governabilità, impossibili le riforme. Il linguaggio da guerra civile non corrisponde allo spirito generale del Paese profondo. Non abbiamo la rivoluzione nel Dna come i Francesi. Non per caso la metà circa degli aventi diritto non va più a votare.
Il “Grande Centro” e le sue sigle. Troppe
Presenta, tuttavia, anche un risvolto positivo, ancorché non perseguito intenzionalmente: l’estendersi di un’area politico-culturale, quella del mitico “Centro”. Qualcuno parla di vaste praterie che si aprirebbero davanti a chi volesse candidarsi a rappresentare quella parte di Paese – forse la maggioranza – che ama la ragionevolezza e il buon senso, che preferisce il dialogo all’insulto, che non disdegna l’innovazione, ma che resta attaccata alle tradizioni, che ha i piedi nel borgo, ma i pensieri oltre l’orizzonte nazionale, verso l’Europa e il mondo.
In questo spazio del “Centro” si muovono oggi molte sigle. I nomi? Forza Italia, guidata da Antonio Tajani, Noi Moderati di Maurizio Lupi, una rediviva Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro, nota come Unione di Centro, segretario Antonio De Poli, Coraggio Italia, leader originario Luigi Brugnaro, la Lega di Zaia. Queste sigle guardano più sul versante liberal-conservatore. Rivolti più su quello “progressista”, ma “con juicio”, stanno Azione di Carlo Calenda, Italia viva, +Europa, il Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin, Democrazia Solidale di Mario Ciani, il Centro Democratico di Bruno Tabacci, “Più Uno” di Ernesto Maria Ruffini ecc…. L’area culturale cattolico-popolare si trova a disagio crescente nel PD della Schlein e sfoglia ogni giorno i petali di nuove “margherite”: resto o mi metto in proprio? Recentemente si è mosso anche Alessandro Onorato, Assessore ai Grandi Eventi, Turismo e Sport del Campidoglio, che, su spinta protettiva di Goffredo Bettini, si è messo alla testa di un “Progetto civico nazionale” di sindaci e amministratori, volto a creare in laboratorio una protesi “di destra” per un PD romano e nazionale, che dispone solo della gamba sinistra.
Come è evidente, “il Centro” è già… due: conservatore e progressista.
Il suo destino: negoziare un posto in Parlamento. Troppo poco
A quali condizioni si potrebbe creare, a partire da questo Centro bipolare, una bipolarizzazione liberale del sistema politico? In primo luogo, se queste forze fossero in grado di creare un’identità culturale e programmatica originale e, su questa base, presentarsi agli elettori. Ciò implica un lavoro culturale e scientifico per conoscere il Paese reale. Al momento non si vede nulla di tutto ciò.
In secondo luogo, se volessero costruire un partito, esso dovrebbe funzionare secondo statuti, fare congressi periodici, disporre di un gruppo dirigente capace di esprimere un leader e, naturalmente, di militanti volenterosi. A prima vista, i leader abbondano. Ma dietro a loro non c’è nessuno. La personalizzazione ossessiva della leadership ha impedito la crescita di gruppi dirigenti collettivi e autorevoli. Nella Seconda repubblica si è affermato, a destra e a sinistra, il modello berlusconiano e populista di partito, che è l’opposto di una forma-partito, che sia capace di sostenere una piattaforma politico-culturale liberale. Ecco perché, alla fine, il destino di queste sigle pare essere quello di sempre: negoziare un posto in Parlamento.
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Filippo Pizzolato