Trump pensa i rapporti internazionali sulla base della forza e della potenza. Putin pensa alla Russia come a uno Stato-impero. L’idea di Putin è vecchia di alcuni secoli. Quella di Trump è soltanto sua. Rozza. E perdente
Trump vittima di se stesso
Dopo aver buttato a mare il metodo westfaliano di gestione delle relazioni internazionali per inaugurarne un altro più spiccio, monopolare e puramente arbitrario, centrato sulla volontà di potenza, Trump ha subito ad Anchorage la pena del contrappasso: del nuovo metodo è stato lui la prima vittima.
Il tentativo di reclutare Putin a Occidente per usarlo contro l’Oriente, che oggi si chiama Cina, è fallito. Putin gli è sgusciato tra le mani come un’anguilla. E non perché i rapporti bilaterali non siano migliorati. Dal 2014, anno dell’annessione della Crimea, Putin si attendeva la rivalutazione da “potenza regionale” a “potenza globale”. L’ha avuta ad Anchorage, gratis. Solo che, proprio perché potenza globale, ha rifiutato di fare la pedina del gioco globale di Trump. L’idea di raccogliere forze in giro per il mondo per affrontare da posizioni favorevoli lo scontro epocale che si profila con la Cina nel prossimo quinquennio è la prima delle illusioni trumpiane. Il mondo non è più quello duale di Yalta, proprio perché è pluralizzato sul piano politico e globalmente interdipendente su quello economico-commerciale-finanziario. Né la Russia, né l’Europa, né i Brics sono disponibili per uno scontro bipolare USA-Cina.
Quali sono le ragioni per le quali nella relazione “tossica e opaca” – secondo la definizione di Le Monde - tra Trump e Putin, la partita è stata vinta da Putin, che ha lasciato Anchorage senza aver dovuto dare nulla in cambio del riconoscimento?
È tutta una questione di asimmetria epistemologica tra i due. Detto più terra terra, ciascuno dei due ha un rapporto diverso con la realtà/verità.
La "filosofia" imperiale di Putin
Putin ha enunciato da tempo una sua verità/realtà e la difende con le unghie e con i missili. La Russia non è uno Stato-nazione all’occidentale, è uno Stato-impero. Tutte le Nazioni che stanno dentro i confini dello Stato russo sono russe. Dunque: uno Stato-Impero-Nazioni. Questo è lo schema costruito da Pietro il Grande tra la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700 (vedi FOTO: monumento a Pietro il Grande). Lenin aveva tentato di correggerlo, affidando a Stalin nel 1917 il Commissariato del Popolo per le nazionalità. Ma l’idea di un federalismo bolscevico durò solo lo spazio di un mattino. Non senza contraddizioni – che Putin ha recentemente rimproverato a Lenin - e marce indietro, soprattutto in relazione all’Ucraina, che era stata il centro propulsore dell’antica Rus' di Kiev, attorno all’Anno Mille. Le velleità di identità nazionale dell’Ucraina saranno domate definitivamente dall’Holodomor nel 1932-33.
Secondo la narrazione imperiale di Putin, l’Ucraina è un non-Stato, gli Ucraini un non-popolo. Gli Ucraini sono russi. Perciò devono anche parlare russo! La loro pretesa di essere Ucraini è la causa profonda, cui allude ogni volta Putin, dell’operazione militare speciale. La pace si può fare solo rimuovendo quella pretesa. Concretamente: Donbass, Crimea, Kherson, Zaporizha si devono già considerare russe. Ciò che resta dell’Ucraina è uno Stato a sovranità limitata, fuori da ogni alleanza politica e militare. Un territorio “bielo-russizzato” a disposizione dei Russi.
Attorno una cerchia più adiacente – le Repubbliche Baltiche e la Finlandia – e una più esterna: degli ex-aderenti al Patto di Varsavia. Il dittatore ha detto questa verità ad ogni tavolo, compreso a quello di Anchorage. Su questo tiene il punto da anni. Non pare probabile, per ora, che Putin voglia arrivare fino a Parigi, secondo il “pensierino” che era venuto in mente a Stalin, una volta arrivato a Berlino, o fino a Vienna e poi giù fino a Roma, per far abbeverare i cavalli dei Cosacchi nella fontana di San Pietro. Gli basterebbe il vecchio Impero.
In questo contesto, la guerra fa parte integrante della politica imperiale. Putin ha incominciato con la Cecenia nel 1999 e non ha più smesso: sono passati 26 anni e ne possono passare molti altri. Guerra e regime si tengono a vicenda.
La volontà di potenza di Trump
Trump pratica un’epistemologia diversa: la verità non è lo specchio della realtà, ma è quella inventata ad hoc e contraddetta un minuto dopo, a seconda della convenienza. È la verità dei troll, di cui Trump è Commander in Chief. Non c’è verità/realtà/storia, ci sono solo l’arbitrio, la volontà di potenza, la forza.
Ma è proprio questo approccio grezzo e brutale che lo rende ideologicamente e politicamente debole rispetto all’Impero ultracentenario di Putin e a quello millenario di Xi Jin-ping. E non rende giustizia neppure alla storia pluricentenaria dell’America.
Si è così ridotto a investire su due illusioni. Della prima si è già detto. La seconda è quella dell’uso politico dei dazi per sottomettere un Paese. Putin non si fa piegare dalle sanzioni economiche. Non lo ha mai fatto nessuno nella storia del ‘900, ma neppure all’epoca del blocco continentale deciso nel 1806 da Napoleone contro gli Inglesi. Pensare che nel regime dittatoriale e cleptocratico di Putin il ruolo del mercato e dei consumi possa essere lo stesso che in una democrazia liberale è di un’ingenuità disarmante.