Studenti e numero di classi diminuiscono. Aumenta la disoccupazione del personale scolastico. Le politiche a favore della natalità scarseggiano
Le cifre: in Lombardia in tre anni “persi” 45.000 alunni e 1200 classi
I dati ufficiali, impietosi, sono di quelli che non possono non preoccupare. Limitandoci alla nostra regione, è palese come sia in atto una progressiva diminuzione del numero degli studenti in ogni ordine e grado di scuola. Le stime denunciano, relativamente al periodo 2022/23 – 2025/26, la perdita in Lombardia di oltre 45.000 alunni e la conseguente cancellazione di quasi 1200 classi. Solo nel corrente anno scolastico si sono perse più di 600 classi.
Facendo i conti della serva, tutto ciò significa 12.000 studenti in meno (calcolando una media di 20 studenti per classe), 18.000 ore settimanali in meno di insegnamento (calcolando una media di 30 ore settimanali per classe), 1000 cattedre perse (considerando una media di 18 ore settimanali di docenza); Bergamo è, dopo Milano, la città lombarda che segnala le perdite più corpose.
Il personale cala, aumenta la mobilità
Naturalmente questa incresciosa situazione ha pesanti ricadute sulla gestione dell’attività scolastica e genera una serie di problemi molto seri. Innanzitutto la spada di Damocle pende principalmente sul personale, che si riduce senza pause sia nel numero dei docenti che in quello degli Ata, con emorragia di posti di lavoro, incremento di esuberi e una più accentuata mobilità del personale, a discapito della continuità didattica.
Un’altra conseguenza si ha nell’accorpamento e nella chiusura di scuole soprattutto nei comuni più piccoli, nei quali è a rischio la garanzia di un’offerta scolastica dignitosa. Infine tale quadro impone alle scuole di reinventarsi attraverso proposte formative più accattivanti e stimolanti per l’utenza (questa necessità, a dire il vero, potrebbe generare una ricaduta positiva, purché non si trasformi in una sorta di vetrina e di specchietto per le allodole, intendendo per allodole i nuovi iscritti).
Non si fanno figli. Le ragioni
La soluzione? È facile da indicare: si devono mettere al mondo più bambini. La risposta è di una banalità disarmante se presa nella sua semplice formulazione, è di una complessità tremenda se analizzata con la serietà che merita. Infatti, sorge subito una domanda, anzi la domanda: perché non si generano più figli? Non certo per incapacità o impotenza, così come non credo solo per pigrizia o egoismo, come sostiene qualche corrente di pensiero.
Penso che la causa principale stia nell’insicurezza della situazione attuale sia sul piano economico e del welfare che su quello politico-sociale mondiale: la coppia si chiede per quale motivo far nascere un figlio per poi costringerlo a vivere in un mondo malvagio e in condizioni precarie e instabili.
È innegabile che sia difficile essere ottimisti sul futuro, visto l’attuale quadro; in attesa che la pace torni a essere la scelta più logica e più umana nei rapporti internazionali e che i conflitti in atto, tragici e assurdi, trovino soluzione, sono convinto che i governi che si succedono alla guida del nostro paese e le amministrazioni locali potrebbero favorire la ripresa della natalità con scelte mirate ed efficaci.
In attesa di una politica familiare coraggiosa
Quali, per esempio? Innanzitutto una lungimirante politica familiare, che assicuri sostegno concreto ai nuovi genitori con l’apertura di più nidi a rette contenute e l’erogazione di contributi economici almeno fino ai tre anni del neonato, con l’allargamento temporale della finestra di congedo parentale senza drastici tagli allo stipendio e senza penalizzazioni professionali al rientro (fenomeno sconcertante che colpisce soprattutto le donne), e con un riconoscimento almeno simbolico del ruolo di babisitteraggio svolto dai nonni.
Ma è essenziale anche rilanciare la riflessione sul valore e la bellezza della vita, del donare la vita, del favorirne la trasmissione. Se circola l’idea che la vita è problematica, difficile e pesante da affrontare, se quando si parla di esistenza serpeggiano un cocciuto pessimismo e una visione del futuro a tinte fosche, come si può pretendere che cambi l’approccio all’atto generativo?
Il mio non vuole essere un ottimismo epidermico e sterile; non sono ingenuo. Piuttosto sono mosso dalla convinzione che la vita, comunque si presenti e si prospetti, sia degna di essere vissuta e quindi trasmessa, con occhi sempre vigili alle fatiche generate dal mestiere di vivere, ma anche con animo e mente lucidi nel leggere e cogliere le opportunità che la vita offre a ciascuno, anche nei momenti bui. Se passasse il messaggio, ne trarrebbe vantaggio la scuola che tornerebbe a ripopolarsi e a trovare energie nuove, ne trarrebbe vantaggio la società, per la quale si aprirebbero accattivanti e promettenti prospettive.
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