Guerra, pace. La difficile pace

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Guerra, pace. La difficile pace

La guerra ucraina parla a noi di noi.
L’enorme quantità di articoli, di commenti social, di conversazioni rovesciatisi su milioni di Italiani
a nudo le nostre culture,  le nostre ideologie, i nostri tic.

Farne la radiografia, sine ira ac studio, può forse contribuire a farci assumere le nostre responsabilità di uomini nel duro tempo presente.

I volontari che partono e il patriarca Kirill che benedice Putin

Alcuni sono partiti o dichiarano di voler partire o per andare ad aiutare i Russi nel Donbass – i quali, secondo la narrazione putiniana, sarebbero vittime di un genocidio – o per costituire una Brigata internazionale per combattere con la Resistenza degli Ucraini – i quali di sicuro sono vittime di massacri, così come si può constatare in TV.

Fortunatamente, non c’è più nessuno che inneggi alla guerra quale “igiene del mondo” come il nostro Filippo Marinetti. In realtà un’eccezione c’è, ma non da noi: è quella del Patriarca ortodosso di Mosca, Cirillo I, per il quale, sì, la guerra condotta da Putin contro l’Ucraina è una guerra  etica, anzi “metafisica”, per purificare gli Ucraini, che si sono lasciati sedurre e traviare dall’Occidente, che permette ai gay di festeggiare nei Gay-pride. E così il Patriarca si è trasformato nel cappellano di Putin.

E la destra religiosa in Italia? E’ noto che condivide per intero le analisi di Cirillo I, ma non risulta, finora, che lo segua fino a benedire i tank di Putin.

Tutti vogliono la pace. Ma quale pace?

In realtà, tutte le persone di buon senso vogliono la pace. Ma su quale pace e come arrivarci le opinioni sono molto diverse. Se la pace è semplicemente l’assenza di guerra, la soluzione è molto semplice: occorre fermare la guerra. E se Putin non si ferma, allora bisogna che gli Ucraini cessino ogni resistenza armata. A quel punto la guerra è finita. E incomincia la pace.

Da Tacito in avanti questa è chiamata “la pace di un deserto”. Pare difficile che 40 milioni di Ucraini intendano rassegnarvisi. Intanto sfilano sotto le bandiere dell’ANPI – un’associazione, dove i partigiani sono ormai assenti, per ragioni indipendenti dalla loro volontà: sono tutti morti – migliaia di cerchiobottisti: sì, Putin sta esagerando, ma il suo è pur sempre solo un fallo di reazione. La colpa vera è quella degli USA e della NATO, che nella loro brama di dominio universale hanno circondato la Russia. Perciò né con Putin né con gli Ucraini né con la Nato. In questa ipotesi la pace si raggiunge se l’Ucraina e con essa l’intera Europa si trasformano in una grande Svizzera. Dietro tale pacifismo stanno pulsioni ideologiche e interessi molto diversi.

Il pacifismo “cattolico” e quello di Salvini, Meloni, Berlusconi

C’è un pacifismo cattolico, che intende offrire una testimonianza “profetica”. Così, quando manifesta, non lo fa contro l’invasione russa dell’Ucraina, ma “contro la guerra”. Dunque no, alla resistenza armata, sì ad aiuti umanitari e invocazione della diplomazia. Insomma, profetico, secondo le migliori intenzioni, ma anche ambiguo.

Anche perché rischia di coincidere, quanto agli esiti, con quello assai meno profetico, di cui Salvini, Berlusconi e Meloni sono i corifei, ancorché con modulazioni diverse. Il loro pacifismo non ha solo un aspetto tattico, dovuto al fatto che fino a ieri costoro accreditavano Putin quale miglior leader mondiale, il più liberale e democratico. Fin qui si tratta di penose contorsioni, che  Salvini ha interpretato come un autentico e triste clown, al confine tra Polonia e Ucraina.

C’è dell’altro: la guerra disturba pesantemente le nostre impostazioni/esportazioni. Perciò è interesse nostro che essa finisca al più presto. Putin non intende ragioni? Beh, che allora gli Ucraini si pieghino. E per costringerli alla resa, che non si mandino armi. “Not in My Name” ha dichiarato Salvini, riprendendo lo slogan dei giovani americani degli anni ’60 contro l’impegno americano in Viet-nam. In questo caso, il pacifismo è solo la copertura ideologica del tentativo di difendere il nostro benessere. Più che “per la pace” si manifesta perché “veniamo lasciati in pace”.

Il latte a lunga conservazione non basta

Tutt’altro filone è quello che intende appoggiare la Resistenza ucraina. Anch’esso articolato secondo due varianti: quella classica, della sinistra resistenziale, per la quale la pace si conquista combattendo contro l’oppressione e la barbarie, come accadde appunto negli anni 1943-45, nella Resistenza armata; quella cristiana, che, in nome, a sua volta, di una testimonianza profetica, attinge a Mounier e a Bonhoeffer, a Palo VI – pax opus justitiae! – a Giovanni Paolo II e che ha visto il cattolico Mattarella come interprete più autorevole e più deciso. La Resistenza è, innanzitutto, un compito etico, volto a impedire che prevalga la prepotenza dei più forti nel mondo e che i deboli vengano spazzati via.

Questo il panorama delle posizioni, dentro il quale ciascuno di noi può collocarsi. Personalmente, penso che la pace si deve a volte conquistare con la Resistenza. Perché il valore supremo non è la mia vita, ma la mia libertà. In fondo, il Cristianesimo è stato fondato dai martiri. Senza il loro sangue non esisterebbe. Non spetta a noi decidere cosa debbono fare gli Ucraini. Ma se voglio opporre resistenza armata, non basta mandare loro latte a lunga conservazione.

 

 

 

 

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