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Contro la frenesia del riarmo

armi fucili carri armati

 

La voce flebile e inascoltata del Papa. La "denuncia" forte dell'arte, della grande arte di Picasso. E intanto potenti lobby spingono perché la guerra continui

 

 

Le parole degli aguzzini e quelle di papa Leone e Papa Francesco

Carnefici e aguzzini parlano sovente di pace, in mala fede. Persone di natura pacifica diventano spesso facile preda di chi li vuole schierati come tifoserie da una parte belligerante o dall’altra.

Credenti e praticanti che tutte le domeniche a Messa si scambiano un gesto di pace, non riescono a trasformarsi in coerenti e credibili suscitatori di radicali scelte. Forse anche la flebile e timida voce del nuovo papa fa fatica a incidere nei comportamenti passivi di molti cristiani. Eppure, papa Leone ha indicato la strada della costruzione di una pace positiva che prenda avvio dalla rinuncia delle armi:

Bisogna incoraggiare tutti a lasciare le armi, lasciare anche tutto il commercio che c’è dietro ogni guerra. Tante volte con il traffico delle armi le persone diventano solo strumenti senza valori.

Parole pronunciate dal Vescovo di Roma ai giornalisti dopo la vacanza a Castel Gandolfo. L’indimenticabile papa Francesco aveva definito la produzione e vendita di armi “la peste più grande del mondo”.

Le immagini di Picasso

 

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Recentemente ho rivisto in Provenza a Vallauris la cappella della Pace e della Guerra di Picasso. La forza evocativa delle immagini mi ha colpito ancora una volta. Mi limito a una breve descrizione della scena di guerra dipinta da Picasso sulla parete curva della caverna- cripta del castello, a sinistra della porticina d’entrata.  Immagini esplicite e facili da comprendere, incisive nel messaggio, dipinte con una immediatezza senza ripensamenti, grezze certamente ma efficaci.

L’ambiente fosco e le ombre dipinte di uomini-carnefici in armi mi hanno fatto pensare al famoso mito della caverna di Platone, allegoria filosofica di come le ombre possano essere scambiate per realtà.

Il carro bellico trainato da cavalli neri inalbera la morte che impugna una spada insanguinata. Sulla groppa tiene un sacco pieno di teschi e un cerchio rotondo come l’occhio di un microscopio che fa luce su bacilli di insetti e vermi che evocano una pandemia. Il carro procede sghembo su ruote quadrate che evocano il passaggio sul selciato del ritmico passo cadenzato di un esercito invasore. I cavalli neri calpestano libri ed erbe di campo. La violenza colpisce il portatore della bilancia della giustizia che tenta di ripararsi con uno scudo su cui è disegnata una colomba.

In una intervista ad Antonello Trombadori, in visita a Vallauris nel ’58, Picasso così commenta: “Io non faccio discorsi… Vorrei che la mia opera aiutasse gli uomini a scegliere dopo averli obbligati a riconoscersi, secondo la loro autentica vocazione, in ognuna delle immagini”.

Picasso e le armi sofisticate di oggi

Le immagini semplici ed efficaci del dipinto di Vallauris andrebbero attualizzate con quelle spaventose delle armi sofisticate, dalle mine giocattolo prodotte in Italia alle bombe telecomandate, dai droni su su fino alla minaccia delle atomiche. Battersi contro il riarmo e la produzione delle armi è un imperativo categorico che viene prima di ogni atrocità a cui l’uomo sembra non voler rinunciare.

“Il principale freno a ogni riforma è rappresentato dal “complesso militare-industriale, un triangolo di ferro composto da industria della difesa, governo e forze armate: insieme creano una potente lobby che spinge a incrementare la spesa militare e adottare una politica estera interventista” (Sandro Calvani, dirigente di Caritas e Onu. Gutemberg, inserto di Avvenire, 18 settembre 2025).

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