Primo gennaio - con la "Theotòkos", "Madre di Dio
Immagini per un dogma nel giorno della pace
La festa nella storia
Il “Natale Sanctae Mariae” comincia ad essere celebrato a Roma nel VI secolo il Primo di gennaio, ottavo giorno dopo il Natale di Cristo. Nell’anno 1931, in occasione del quindicesimo centenario del Concilio di Efeso - che proclama “Maria madre di Dio” – papa Pio XI sposta la festa al giorno 11 di ottobre in memoria di quel Concilio.
(Non a caso Papa Giovanni XXIII volle che il Concilio Vaticano II si inaugurasse proprio l’11 ottobre 1962).
La riforma liturgica del 1969 riporta la solennità di “Maria Madre di Dio” al Primo gennaio, giornata mondiale della pace, ponendo la pace in simbolica relazione con Maria e la Sua maternità.
Il dogma nell’arte
Succede nella storia dell’arte che gli artisti anticipino e rafforzino sensibilità che in seguito si definiranno in cultura e civiltà, anche in dogmi.
E’ accaduto appunto nella devozione di Maria Madre di Dio già nelle catacombe; anonimi frescanti, mossi da istanze di devoti, raffigurano Maria in trono, elemento che non compare nei testi canonici.

Roma, catacombe di Priscilla

Annunciata, che accoglie i Magi e mostra il Bambino, circondata da martiri e angeli, con abiti e insegne di potere, la raffigurazione regale di Maria anticipa quando nell’anno 431 con il Concilio di Efeso diventa dogma affermando. “…essere in Cristo la natura umana e divina nell’unica persona del Verbo di Dio, e, di conseguenza, Maria come Madre di Cristo anche Madre di Dio: Theotókos”.
Theotòkos nell’icona “Salus Populi Romani
Dipinta secondo la tradizione da San Luca, portata a Roma da Elena, madre dell’imperatore Costantino, le origini della più antica icona di Maria Theotòkos, venerata da secoli dal popolo romano, affondano nel mito. La sua presenza nella Basilica romana di Santa Maria Maggiore è comunque documentata nell’XI secolo anche se la tradizione fa risalire lì suo arrivo da Gerusalemme a metà sec. V, durante il pontificato di Papa Sisto III.

sec. V - Roma, basilica di Santa Maria Maggiore
Le lettere in greco in alto sullo sfondo dorato identificano Maria come “Madre di Dio” nei due digrammi greci in maiuscolo MP OY (Mater theou).
Maria porta insegne regali: è coperta da un manto filettato d’oro; con la mano destra stringe una “mappula”, fazzoletto cerimoniale collegato alla simbologia imperiale; la sinistra – con anello - apre le dita in un gesto trinitario. Il Bambino regge il testo gemmato della Parola e guarda la Madre che invece rivolge lo sguardo a chi guarda.
(Nei tempi incerti dell’epidemia Covid, fu questa l’icona che papa Francesco volle nella Settimana Santa 2020 in piazza San Pietro)
Theotòkos nell’icona Kyriotissa
L’immagine, conservata nel monastero di Santa Caterina nel deserto del Sinai, è ritenuta dono dell’imperatore Giustiniano, fondatore del monastero, pervenuta con la più antica raffigurazione di Gesù, Cristo Pantocratore.

Sec. V - Monastero del Sinai
L’ insieme - vesti, posture, ricchezza di materiali - restituisce immagine di solennità: definirà per secoli un preciso schema iconografico.
Maria in trono con il Bambino è affiancata dai Santi Teodoro e Giorgio, soldati e martiri; sostengono la croce e, come sentinelle, proteggono Madre e Bambino dalle eresie. Alle spalle due angeli contemplano con timore reverenziale la mano di Dio.

Oltre i valori storici e devozionali, l’immagine è importante testimonianza della transizione dell’arte a nuove sensibilità: l’antica classicità è nel chiaroscuro, nel leggero effetto di movimento e di profondità, nei volti in scorcio dei due angeli; il nuovo sta nei visi stilizzati e soprattutto negli occhi, occhi che raccontano l’anima - come nei ritratti del Fayyum, ultima espressone dell’arte egizia - spalancati verso l’astante come a comunicare un messaggio di vita.
La Madonna del parto
Nell’oriente bizantino, poi nella devozione ortodossa, l’immagine regale della Madre si consolida nei secoli, tuttora immutata: frontalmente eretta, regge il Bambino che a sua volta porta il rotolo del Verbo.

Invece in occidente, con il definirsi della teologia scolastica, la rappresentazione evolve nel tema della “Madonna del parto” e il parto è il libro della Parola: “…il Verbo si è fatto carne.”

Sec. XIV - Firenze, Chiesa di San Francesco

(con i simboli dell’Apocalisse: corona, luna, stelle sul manto e al suolo

(con donatori devoti)
La “Madre di Dio” - incinta, seduta o in piedi, con una pancia molto visibile - tiene stretto in grembo un libro: se è aperto, si legge la profezia di Isaia: “il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Is 7, 14).
L’immagine si arricchisce in funzione didattica di simboli e rimandi teologici; con l’aggiunta a margine di devoti - condividendo quotidiane tribolazioni - la “Madre di Dio” si afferma anche come “Madre della misericordia”.
Il parto verso la perfezione cosmica
A Monterchi Piero della Francesca stravolge la tradizione figurativa consolidata.

La Madre di Dio non partorisce in una povera stalla, ma per Lei due angeli hanno predisposto un padiglione regale di broccato damascato a melograni, foderato di pelliccia.
Una giovane donna dal portamento solenne, in stato di gravidanza avanzata, è colta nel gesto di puntare la mano sinistra sul fianco per sorreggere il peso del ventre. La mano destra si appoggia con gesto protettivo sul corpo rigonfio dove la veste, ormai troppo stretta, si apre in una candida fessurazione come ad evocare le dilatazioni del prossimo parto.
Il pollice della mano destra di Maria è il centro di tutta la composizione costruita per cerchi che definiscono lo spazio per rotazioni: la tenda a padiglione, la figura di Maria e il gesto delle sue mani, le aureole, i passi e i gesti degli angeli, la struttura delle vesti, fino allo spazio circolare del pavimento.
Piero della Francesca sostituisce il tradizionale libro della Parola sul ventre della “Madonna del parto” con la perfezione del cerchio secondo le nove utopie del platonismo pitagorico. La Puerpera troneggia un’armonia proporzionale di spazi che evocano il disegno divino del mondo: figura di perfezione degna ad accogliere il divino come progetto e promessa di un creato che ancora geme nelle doglie del parto.
La perfezione si frantuma
Gli orrori del XX secolo intaccano anche l’icona della “Madre di Dio”. Salvador Dalì, artista eccentrico e stravagante - esponente di un’arte che lui stesso definì ”paranoico-critica” - reagisce all’emozione della bomba di Hiroshima e alla minaccia della guerra nucleare frantumando (come l’atomo nella bomba) l’icona Teotokòs.

Il trono è a pezzi; la fronte di Maria (modella la moglie) è fessurata e il suo addome è una finestra aperta sul mare di Port Lligat (suo paese natale). Nella luce metafisica vagano pezzi di natura. Tutte le linee prospettiche convergono sul Bambino che, tra terra, mare e cielo, reggendo una sfera celeste e una croce, lievita nel ventre della Madre; in primo piano un testo antico e del pane.
Tutto è surreale, inquietante: tutto si quieta all’orizzonte; resta il mistero divino apparso nella materia.