Edgar Morin è morto il 29 maggio. Aveva 104 anni. Viene comunemente definito “filosofo e sociologo”. È noto soprattutto per l'approccio transdisciplinare con il quale ha trattato un'ampia gamma di argomenti. Mauro Ceruti, a lungo docente presso la nostra Università, è stato amico e collaboratore di Morin. I legami di Ceruti con Morin sono stati ampiamente condivisi da Gabrio Vitali che ha scritto la testimonianza che pubblichiamo. Anche Gabrio Vitali è stato docente presso l’università di Bergamo ed è stato co-fondatore e direttore editoriale della Pierluigi Lubrina Editore e della Moretti&Vitali Editori.
«Il nostro Edgar ha lasciato questa sua amatissima Terra». Erano le 7 e 47 minuti del 30 maggio appena trascorso, quando Mauro Ceruti, mi avvisava della scomparsa, durante la notte, di Edgar David Sholomon Nahum, diventato nella Resistenza antinazista, e poi per sempre, l’Edgar Morin che ha attraversato la nostra vita e la nostra storia per tutto il secolo trascorso e per i primi decenni di questo.
Maestro e amico. Influenzabile e originale
Stava per compiere 105 anni. Era una delle menti più grandi - e più empatiche e rigogliose - di un secolo che ne ha avute di grandissime. Era un maestro immenso di pensiero e di vita. Era un amico acuto e affettuoso. Anzi, sembra che non sapesse esserti maestro senza esserti amico. O amico senza esserti maestro. Era fatto così. Per tutti. Anche per coloro che non lo conoscevano e lo leggevano o lo ascoltavano soltanto. Era l’effetto che faceva a chiunque ne accogliesse l’incontro e la parola. Era la sua natura. La sua postura. La sua scelta di vita. Era un grande, grandissimo poeta.
Il solo pensiero che vale è quello che si nutre d’incertezza invece di morirne […] la sola fede che vale è quella che vive alla temperatura della sua propria distruzione.
Io penso solo a partire dalle idee degli altri, assimilandole; e la mia ‘originalità’ è di poter assimilare delle idee fra loro straniere e nemiche. È perché sono molto influenzabile che sono originale.
Così diceva di sé nelle pagine di uno dei libri più rivelatori della sua personalità e meno frequentati, almeno qui da noi, che ci ha lasciato. Il Diario di un libro, che scrisse fra l’estate dell’80 e la primavera dell’81, in modalità work in progress, durante la stesura di Per uscire dal XX secolo, il primo e matriciale dei suoi grandi affreschi antropologici e geopolitici successivi, intrecciando in un’unica trama - inestricabile dalla composizione di quest’ultimo - assunti epistemologici, problemi politici ed ecologici, temi epocali e globali, vicende sentimentali personali, traffici professionali e accidenti quotidiani di varia natura.
Così, infatti, Edgar concepiva il formarsi del pensiero complesso che lo animava ininterrottamente: sul crinale mobile della relazione fra quotidianità e riflessione, fra sentimento delle cose e prensione della mente, fra l’immersione nelle passioni personali e l’abbraccio continuo con la storia, fra cultura e coscienza, fra incontri e distacchi, fra solitudini e condivisioni, fra distrazione e concentrazione; e tutto ciò nel flusso inestricabile, travolgente e insieme serendipico, della lotta fra Thanatos ed Eros, fra ciò che sparisce e ciò che rinasce nell’esperienza che ogni uomo fa della propria esistenza e della storia di tutti. Da tutto ciò nasceva e di tutto ciò si alimentava il suo pensiero. La sua non era una filosofia sulla vita. Era un modo di viverla.
“In diretto contatto con i problemi politici contemporanei"
L’idea di scrivere Per uscire dal XX secolo gli era nata, infatti, durante un intervallo che aveva deciso di darsi fra la stesura del primo e del secondo tomo de Il metodo (il suo grande lavoro epistemologico e paradigmatico sulla complessità dell’intreccio fra natura, umanità e conoscenza), per mettersi «in diretto contatto con i problemi politici contemporanei», pensando che «tale saggio doveva essere a sua volta l’applicazione de Il metodo a questi problemi e la liberazione di ciò che, da quasi dieci anni, era stato inibito in me dal ritiro al quale mi ero costretto per concentrarmi sul mio impegnativo lavoro»: Edgar sapeva bene che un pensiero (come una poesia) che non sia intervento di relazione con e presa di posizione su la vicenda umana corale che attraversi e condividi, che non sia cioè politico, non ha molto senso.
Ma, come annota nella prefazione al Diario di un libro, che poi pubblicammo alla Moretti& Vitali nel ‘95, ancora una volta non si sottrae all’ulteriore indagine sull’originarsi del pensiero nel vivo della sua vita e s’immerge ancora di più a scandagliare il sostrato quotidiano del processo di formazione della sua riflessione sulla storia e delle sue idee sul mondo:
… mi parve interessante tenere il diario di un libro auto-generantesi, a partire da due o tre idee che erano scaturite dal testo sottoposto all’editore. Anzitutto, vi scorgevo un certo interesse come prova in se stessa: contrariamente alle mie abitudini, avevo deciso di scriverlo senza procedere a letture o indagini preliminari, ma a partire dalla mia esperienza e dalla mia memoria. Dovetti dunque annotare, giorno per giorno, osservazioni, idee, ricordi che alimentavano il mio libro. Al tempo stesso, volevo consegnare in un diario gli sviluppi, le derivazioni, trasformazioni a partire dall’idea iniziale. Rimpiansi molto di non aver tenuto il diario de Il metodo, che mi avrebbe permesso di considerare quanto questo progetto si fosse trasformato e mi avesse trasformato. Volevo infine tenere il diario di quello che sin da principio sapevo essere una corsa contro il tempo, attraverso ostacoli e difficoltà di ogni sorta. Tenni dunque questo diario. Gli eventi e i rivolgimenti che lo disturbarono incessantemente tendevano a farlo diventare non tanto il diario di un libro, quanto il diario del vissuto […]. Tenevo dunque un diario polarizzato contemporaneamente sia sulla redazione di un libro sia sulla registrazione del vissuto, e infine polarizzato sugli eventi politici che si verificarono e che mi preoccuparono nel corso dell'estate/autunno ’80 […].
Ma, di fatto, la censura interna mi impedì di narrare, persino di menzionare avvenimenti importanti della mia vita; la fretta di scrivere il libro mi impedì di annotare tutto ciò che volevo annotare sia sugli avvenimenti politici contemporanei alla mia redazione (e che intervennero su di essa) sia sugli avvenimenti più propri alla genesi del libro. Così, il testo qui pubblicato è in modo frammentario il diario del mio libro, in modo frammentario il mio diario politico e in modo insufficiente anche il mio proprio diario: gli eventi della mia vita furono a quel tempo talmente felici, dolorosi, importanti, sconvolgenti (per me e per gli altri) che osai farne solo qualche allusione e addirittura, per i più profondi, preferii tacere. Inoltre, al momento della consegna all’editore, scelsi di cancellare frasi o indicazioni private, che chiamavano troppo direttamente in causa altre persone. Ecco, dunque il mio diario incompleto, con enormi lacune, o piuttosto briciole di un diario nel quale, per ciò che concerne la mia vita personale, l’essenziale mi sembra mancare. Perché allora pubblicarlo? A volte mi sembrava che completasse bene Per uscire dal ventesimo secolo, a volte mi sembrava inutile renderlo pubblico».
La sfida della complessità
Per fortuna, decise di pubblicare. Ed è grazie a questa illustrazione della straordinaria piega della mente di un pensatore come Edgar, in questo e in altri suoi diari, che ora tutti possiamo esplorare la complessità della sua consapevolezza epistemologica, generantesi e orientata di continuo nell’intreccio fra emozione e intelligenza della vita, fra immersione e cognizione della storia. La stessa esplorazione che possiamo fare leggendo e meditando le Confessioni di Sant’Agostino o i Saggi di Montaigne o lo Zibaldone di Leopardi, magari ripetendoci mentalmente la frase di Nietzsche: «Che un tale uomo abbia scritto, ha accresciuto il nostro piacere di vivere su questa terra».
Ed è una consapevolezza di cui possiamo far tesoro per entrare nella genesi del pensiero nostro e di tutti, per trovarne e possederne i linguaggi e i percorsi, per capirne le modalità e le relazioni, per sentirne la vita e l’umanità, per esprimerne - se ne siamo capaci - o per ascoltarne la poesia, per coglierne la fratellanza e la reciprocità di cui è tessuto e che ci fa riconoscere uomini fra gli uomini, per affrontare, insomma, con coraggio e con speranza quella sfida della complessità, nelle avventure della storia e del sapere (cioè della vita), che Edgar non ha mai smesso di invitarci a percorrere sulla sua tanto amata Terra-Matria.
Storie di libri e di vita
Ho già scritto, forse in più d’un’occasione, di aver incontrato il pensiero di Morin nel libro Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana?, letto nell’edizione Bompiani del ’74, di cui Mauro mi regalò la sua copia personale che conservo ancora gelosamente, segnata e appuntata com’è dalle nostre continue riletture: quel libro ha rappresentato una svolta profonda nella mia biografia intellettuale e professionale e anche nella mia vicenda esistenziale; esso rimane, per me, il libro matriciale di tutti gli altri libri di Edgar, il condensato paradigmatico e cognitivo di ogni altro sviluppo e prodotto formatosi poi nell’ecologia complessa e inesausta del suo pensiero, nell’antropologia viva ed esistenziale del suo sapere.
Ma la fascinazione per la ricchissima ed euristica deriva antropologico-politica del suo pensiero, la scoprii a pieno quando mi mandò da leggere, per pubblicarlo in edizione italiana, proprio quel suo Per uscire dal XX secolo, del quale mi proclamò poi, col suo solito slancio di generosità e desiderio di condivisione, «genitore italiano» in una dedica affettuosa. Tuttavia Edgar, non parlava mai per dare aria ai denti, neppure per affetto: quella mia proclamata ‘genitorialità’ era il riconoscimento finale di un percorso di adesione al suo stile di pensiero nel quale mi aveva guidato in quei mesi, con la complicità di Mauro, portandomi da leggere, in versione originale, la sua prima vera interrogazione storico-politica e antropologica del nostro presente Mai 68: la brèche suivi de Vingt ans après, un libretto che raccoglieva la sua lettura del ’68 studentesco, fatta nel vivo degli avvenimenti, e insieme un’analisi di quella stessa lettura, fatta a distanza di vent’anni.
Fra questi scritti, correva in qualche modo un’interrelazione del suo pensiero analoga a quella, molto più ricca e complessa, che intanto stavo trovando fra la scrittura di Pour sortir du XX siècle e quella del suo contemporaneo Journal, che pure mi aveva donato nelle Editions du Seuil. Insomma, mi applicava una metodologia per la ricezione più piena possibile non solo del suo pensiero, ma dello stesso modo di farsi del pensiero; non mi trattava come il semplice editore del suo libro, ma come un amico che poteva e perciò doveva immergersi nella genesi di quel pensiero che informava il libro da pubblicare. Fu per me un’esperienza umana e intellettuale straordinaria, intrecciata poi com’era ai momenti di quotidianità e di condivisione che la sua frequente presenza in Italia, con la sua adorata Edvige, mi consentiva di vivere con allegria ed entusiasmo.
Domande impegnative su una “civiltà planetaria” inquietante
In quel libro, del resto, proprio perché scritto con la motivazione che più sopra ho citato e proprio perché riproposto nel sentore delle trasformazioni dell’89 (eravamo nell’88) avveniva una prima e articolata presentazione di quel paradigma di analisi storico-politica ed eco-antropologica che in seguito avrebbe caratterizzato i tanti altri affreschi di lettura della civiltà della Terra e della sua complessa crisi evolutiva, che Morin ci avrebbe donato per decenni. Vi si proponeva, infatti, un nuovo punto di vista per considerare la natura, i limiti e le possibilità della civiltà planetaria che è sede dell’uomo contemporaneo. E vi si facevano le domande fondamentali sulle quali Edgar avrebbe poi continuato a lavorare con continuità impressionante. I nostri modi di pensare sono adeguati alla vita e allo sviluppo di questa civiltà planetaria? La scoperta dei limiti, se non dell’impossibilità, di ogni previsione certa degli eventi futuri ci manda alla deriva in un mare di oscurità, o piuttosto non ci stimola a costruire nuovi scenari possibili e desiderabili per il nostro avvenire? La nostra epoca contemporanea, il momento in cui gli sviluppi scientifici e tecnologici hanno prodotto un aumento inaudito delle nostre conoscenze, non è forse stato e non è anche il momento del massimo autoinganno, nel quale le nostre ideologie ci hanno resi ciechi sul presente e sul futuro, consegnandoci alla temperatura dell’autodistruzione? Le nostre parole, le nostre idee, le nostre filosofie politiche, che servono per vedere il mondo, non ci hanno forse velato questo stesso mondo? E quale altro uso di esse possiamo oggi concepire?
Per uscire dal XX secolo si muoveva nel magma già ribollente di questi interrogativi; ci diceva, fra l’altro, che per osservare il mondo non dobbiamo mai dimenticare di osservare noi stessi che osserviamo questo mondo. Ci parlava del gioco della verità e dell’errore, che informa di sé tutti i rapporti fra le forze economiche e sociali, militari e tecnologiche, culturali e politiche. Ci faceva capire come l’incertezza non fosse la morte, ma il nutrimento vitale del nostro pensiero. Ci diceva che la salvezza storica non esiste; che il nostro operato, nella vita e nella storia, produce tanti problemi (materiali e concettuali) quanti ne contribuisce a risolvere; che stiamo vivendo la «preistoria dell’umanità e l’età del ferro della civiltà planetaria». Sottolineava la difficoltà dei nostri compiti e la problematicità dei nostri successi. Ma ci diceva anche che viviamo in tempi interessanti e che dinnanzi a noi si è delineata una sfida grandiosa ed inevitabile: la lotta simultanea contro la morte della specie umana e per la nascita dell’Umanità.
L’amore per la Terra-Matria
È impressionante pensare a quanto di questo denso nucleo di riflessione sull’epistemologia complessa della condizione umana contemporanea, nella vita e nella storia, si sia poi sciolto, dipanato e articolato come un immenso bacino di acque correnti e vive nelle inesauribili analisi dei libri successivi di Edgar: per esempio, da Pensare l’Europa (1987) a Turbare il futuro. Un nuovo inizio per la civiltà planetaria (con M. Ceruti e G. Bocchi, 1989); da Terra-Patria(1992) a La nostra Europa (con M. Ceruti, 2013 e 2025); da La via. Per l’avvenire dell’umanità (2011) all’ultimo straziante e tenerissimo messaggio di passione per la vita e di speranza per la pace espresso in Di guerra in guerra, pubblicato con incredibile lucidità a 102 anni suonati, nel 2023.
Ed è infine significativo e anche emozionante, almeno per me, che proprio nell’introduzione all’edizione italiana di quel libro nel 1988, a ridosso della rivoluzione geopolitica globale dell’89, Morin abbia esplicitato in modo compiuto la sua concezione dell’esistenza di un’unica Terra-Matria planetaria, l’amore per la quale ha poi informato ogni suo pensiero e scritto successivo. Scriveva, infatti:
Dobbiamo servirci di questo nuovo termine, dobbiamo prenderlo da Auguste Comte che diceva: «la matria è l’umanità». Io dico che la matria non è l'umanità; la matria è questo insieme ben strutturato che è composto dalla terra in quanto essere fisico, dalla biosfera in quanto totalità della vita, ed anche dall’umanità intesa come parte integrante della biosfera. È un anello geofisico, biofisico, geo-bio-antroposociale. Come in ecologia un ecosistema è prodotto dalla congiunzione di una base geologica, di condizioni climatiche e di esseri viventi che interagiscono, così la nostra matria è in uno stesso tempo fisica, geologica, biologica, umana. Questa idea - che noi possediamo una matria - è fondamentale per uscire dal ventesimo secolo, per oltrepassare il ventesimo secolo, per sviluppare la coscienza dell’unità della specie umana. Oggi questa coscienza non è soltanto antropologica, ma anche biologica e politica: sappiamo che tutte le razze umane sono dei rami di una diaspora che si dipartono da un tronco comune, e sentiamo che oggi questi rami si devono riunificare nuovamente. Non si tratta di elaborare una semplice religione dell’umanità, quel tipo di religione che era in gestazione nell’internazionalismo e nel socialismo. Si tratta invece di elaborare una religione di questa terra madre, di questa matria. Per indicare questa sostanza materna i tedeschi hanno un termine molto più forte con il quale indicano la patria: "Heimat", la casa, il tetto. In italiano potremmo dire: «Abitare la terra»; la terra è il nostro habitat, il nostro habitat matriciale.
Essere pessimisti è l’atteggiamento più ottimista possibile
L’attualità e la pertinenza politiche di questa visione antropo-bio-logica ci appaiono oggi frutto di autentica capacità profetica e ci fanno sentire la verità di quanto Edgar amava ripetere al suo (e mio) amico fraterno e alter ego esistenziale Mauro Ceruti, quando, fino agli ultimissimi tempi, lo interrogava sulla speranza:
L’avventura umana è arrivata a una gigantesca crisi, nella quale si gioca il nostro destino. La probabilità è a favore del peggio. Ma come sempre anche l’improbabile e l’imprevedibile sono possibili. Sembra che Thanatos debba essere il vincitore. Ma, qualunque cosa accada, la nostra vita può avere senso solo prendendo le parti di Eros.
Per parte mia, trovo semplicemente meraviglioso che la forza di un pensiero così fortemente proteso alla speranza per l’umanità intera sia germinata e si sia rinnovata ogni volta nell’appassionata e consapevole immersione, fisica e mentale, esistenziale e intellettuale, nel vivo dei grandi sconvolgimenti della nostra epoca; nella Resistenza antifascista, nel Maggio del 68, nella crisi del totalitarismo e della democrazia dell’89, nel secolo scorso, e nelle crisi globali della pandemia, del cambiamento climatico e della guerra diffusa, nello scorcio del secolo presente. Morin sapeva che la sentinella può solo dire a che punto è la notte. Ma non deve smettere di scrutarla: «penso che sia meglio essere pessimisti se vogliamo essere ottimisti, penso che l’atteggiamento di essere pessimisti sia l’atteggiamento più ottimista che sia possibile».
Ed è per questo che non so trovare per salutarti, caro Edgar, altro che le parole di un altro amico fraterno tuo, di Mauro e mio, Sergio Manghi, che proprio oggi ha scritto:
Un abbraccio fraterno ancora
Maestro, amico, partigiano
D’ogni probabile resistenza.
D’ogni incerta fragile avventura.