Produzione deSidera - Teatro de Gli Incamminati

Una “cosa” interessante la sera di venerdì 4 luglio in Santa Maria Maggiore: un’immagine ha preso forma in modi insoliti e suggestivi

Il primo elemento di interesse sta nel fatto che non si sa come definire l’iniziativa; definirla spettacolo è ridurla e snaturarla; lo stesso dire lezione drammatizzata di storia dell’arte o riflessione in tema di misericordia. Anche “sacra rappresentazione” risulta categoria parziale: è stata una “cosa” bella e nuova per tanti motivi.
Il bello
Profondo il testo (Francesco Niccolini), coinvolgente la lettura drammatizza dei due attori (Benedetta Giuntini e Luigi D’Elia), struggente in suono vagante di un sassofono (Dimitri Espinoza), fulminanti i tagli di luci e di ombre - drammaticamente caravaggeschi - che hanno reso la Basilica coprotagonista della narrazione.
Il nuovo
Nuovo in due aspetti
Il dipinto - protagonista principale della vicenda - non si è mai visto: solo evocato, raccontato, montato e rimontato senza mai poterlo vedere in una sorta di ascesi visiva, digiuno di immagini per “sguardi” forse più puri sull’arte.
La messa in scena realizza - esito non facile - una sintesi di più ambiti culturali e di arte: prosa, musica, pittura, teatro, storia, architettura: anche coinvolgente azione pastorale.
Misericordia
Protagonista latente della “cosa” è la misericordia: il dipinto di Caravaggio è testimonianza suggestiva, quasi esegesi del passo del Vangelo (Mt 25, 25-46).
Prima del dipinto - che Caravaggio esegue a Napoli nel 1606 per il Pio Monte della Misericordia - l’azione teatrale mette in scena (senza mostrarli) due dipinti in tema di misericordia: il “Polittico della Misericordia”, dipinto da Piero della Francesca a metà ‘400 e la “Madonna del popolo” che Federico Barocci dipinge dopo poco più di un secolo.

Tutti guardano in alto
L’interpretazione drammaturgica dei due dipinti si concentra sugli sguardi del popolo: tutti gli sguardi sono rivolti verso l’alto, negli spazi “altri” del divino.
Piero della Francesca illustra l'antica antifona “Sub tuum presidium” (III° secolo): “Sotto la tua protezione troviamo rifugio …Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova...“; e ancora in una devozione già diffusa nel XIII° secolo, Maria dice: “Il mio ampio mantello è la mia misericordia. Misericordiosa mi rese mio Figlio. Vieni tu dunque a riparati sotto il mio mantello.”
Federico Barocci illustra - con cattolica ortodossia - il popolo che nel subbuglio del vivere quotidiano chiede, prega e aspetta la Provvidenza; Maria intercede; Cristo, con mano aperta, elargisce nella luce celeste tra cori di angeli.
Nessuno guarda in alto
Caravaggio definisce la composizione su due registri nettamente distinti tra alto e basso; nessuno guarda in alto.
In basso in un vicolo buio persone offrono e ricevono atti di misericordia senza avvertire di essere osservati.
In alto Maria, un gioioso Bambino e due angeli guardano la scena.
Un angelo con le ali bianche apre le braccia ad angolo retto; trattiene lo sporgersi della Madre e del Bambino e anche sorregge l’altro angelo - con ali nere - come a trattenerlo dall’immischiarsi nel tramestio del vicolo.
L’ombra delle figure celesti si proietta sul muro della prigione e l’ala dell’angelo s’incastra tra le sbarre della finestra: solo ombra e battito d’ala collegano il mondo celeste con quello terreno.
Caravaggio non separa le opere di misericordia in una composizione didascalica; le affastella sovrapponendole in un vortice di forme che è il turbinio della quotidianità, dove la misericordia diventa un globale progetto di vita, di società e di storia. Due luci squarciano il buio: la fiamma di una torcia avanza nel vicolo e il riverbero di una luce d’incerta provenienza.
Dalla vita al teatro, dal teatro alla vita
Dallo “smontaggio” dell’opera di Caravaggio - suggestione di maggior interesse dell’iniziativa “deSidera” - la “misericordia” diventa responsabilità laica esposta al giudizio della storia; assume una dimensione moderna, in grande assonanza col sentire contemporaneo, coinvolgente e inclusiva, contagiosa: non - o non solo - intervento atteso “dall’alto”, ma “stile” per la qualità delle relazioni tra persone nel tempo ordinario.
La suggestione dell’insieme non è solo di Michelangelo da Caravaggio, ma anche di chi lo ha interpretato (forse abusando un poco dell’ambiguo fascino delle personali vicende di un artista tormentato dalla vita).