La sala delle decisioni importanti.
Anche Bergamo ha la sua “situation room”
(vedasi Stanza Ovale alla Casa Bianca di Washington)
Si tratta del salone di Ulisse in condominio tra l’Istituzione Provincia e l’Istituzione Prefettura nel palazzo di via Tasso, utilizzato per scambio di informazioni e confronto tra più Enti, in particolare in momenti che richiedono decisioni condivise e urgenti.

Nome della sala e decorazione: auspici di linee politiche
Il salone - affacciato al colonnato centrale del fronte del palazzo - è occupato da un tavolo monumentale: il “tavolo” per antonomasia delle concertazioni politiche.
Pareti e soffitto sono decorati da una serie di affreschi strappati e riportati che illustrano le vicende di Ulisse, in particolare “L’assegnazione da parte di Agamennone delle armi di Achille ad Ulisse e il suicidio di Aiace.”
L’eredità politica di Achille
Il tema del ciclo figurativo, strettamente connesso alla destinazione ufficiale della sala, riprende vicende dell’Odissea: Achille è morto; le sue armi giacciono ai piedi del trono di Agamennone che deve decidere se assegnarle a Ulisse o ad Aiace in implicita scelta di linea politica: mediazione o aggressione, astuzia o strenuo eroismo.

Ulisse, colto nel trasporto oratorio, vince; Aiace, deluso e amareggiato, non sopportando l’onta e le prospettive politiche, si trafigge.

Dal mito alla cronaca
Il mito classico rappresentato sul soffitto propone tre modelli di eroe, cioè tre modelli di politica: Aiace, strenuo eroe totale; Agamennone, accentratore; Ulisse, mediatore. Sulle pareti - in basso Marte con i guerrieri, in alto Apollo, Minerva e le Muse - le immagini raccontano la supremazia dell’intelletto e delle Arti della pace, su violenza, conflitto e guerra.
Nel salone di Ulisse - a Bergamo luogo destinato ad accogliere il potere presente e futuro - si offre la “consegna” ai contingenti uomini del locale governo nel solenne mandato al dialogo per concertazione, mediazione, incontro, pacificazione.
Tasse, arte e antichi miti
L’intero ciclo di affreschi, soffitto e pareti - fu commissionato negli anni intorno a metà ‘500 dalla famiglia Lanzi a Giovanni Battista Castello detto il Bergamasco per il salone della villa di Gorlago dove in età veneta si teneva l’ufficio dell’estimo (definizione della tassazione da imporre a terreni e fabbricati).
Gli affreschi e il loro autore - nato a Gandino e morto alla corte di Madrid dopo aver lavorato con grande successo a Genova - godettero a livello locale - per qualità pittorica e di messaggio - di grande, meritata fama.
Storia di una scommessa
A metà Ottocento la villa, ridotta ad usi agricoli, si trovava in grave stato di abbandono e il salone adibito “per porvi bachi da seta” con l’aggiunta di una “mal tenuta stufa che affumicava i dipinti”.
Per contrastare l’irrimediabile perdita del ciclo pittorico - tra le poche opere del Castello rimaste nel territorio bergamasco - il principe Giovanelli, nuovo proprietario, offrì in regalo i dipinti al Comune di Bergamo. Dopo vivaci polemiche, si decise lo strappo con sperimentali, rischiose tecniche di avanguardia. Si trattava di staccare svariati quintali di antico intonaco, arrotolarli e trasferirli ricomponendo il ciclo decorativo in una nuova sede.
Dopo altre discussioni si concordò la collocazione in una sala appositamente dimensionata nel palazzo in costruzione “in Borgo” - nella Città Bassa - per la nuova Amministrazione Dipartimentale.
L’intera operazione di stacco, trasporto e ricomposizione - compiuta con successo e corale stupore nel 1869 - fu curata dal restauratore Antonio Zanchi e dallo scenografo Carlo Rota (che aggiunse anche qualchecosa di suo).
Per la cultura politica
Chi a suo tempo commissionò i dipinti a Gorlago volle rivolgere ammonimento di giustizia ed equità ai notabili che stabilivano gli estimi.
Chi volle trasportare i dipinti nel nuovo palazzo propose, in nobile decoro, alta cultura politica per il nascente Stato, finalmente unito nelle diversità.
(Messaggio non sempre pervenuto).
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